HANGZHOU — Sullo schermo dell’Apsara Conference, la fiera annuale di Alibaba Cloud aperta martedì nella capitale dello Zhejiang dove il gruppo è nato, campeggia una sola cifra: 500.000. Sono le schede che il nuovo processore può tenere insieme in un unico cluster. Eddie Wu Yongming, amministratore delegato di Alibaba Group, la lascia sullo sfondo mentre pronuncia la frase preparata, riferisce Bloomberg: «Il chip per l’intelligenza artificiale più potente che esista oggi in Cina».Il processore si chiama Zhenwu V900, lo firma T-Head, la divisione semiconduttori del gruppo, e triplica le prestazioni del predecessore M890, uscito appena a maggio. Produzione di massa e vendita dal primo trimestre 2027. Il peso della notizia sta nel calendario: giovedì 24 settembre il presidente cinese Xi Jinping sarà alla Casa Bianca da Donald Trump, e le licenze americane sull’export dei chip sono fra i dossier sul tavolo. Il pubblico a cui era destinata la scheda di Hangzhou, insomma, non sedeva in platea: siede giovedì a Washington.Perché un colosso del commercio elettronico e del cloud costruisce chip? Perché le restrizioni americane all’export limitano l’accesso ai processori più avanzati di Nvidia, e chi affitta potenza di calcolo deve procurarsela altrove. Le specifiche del V900 parlano di 216 gigabyte di memoria ad alta larghezza di banda — il componente che oggi scarseggia in tutto il mondo — e di 1,2 terabyte al secondo di scambio dati fra un chip e l’altro. Wu ha ammesso che la catena globale di fornitura resta in affanno, ma ha descritto la domanda dei clienti come «eccezionalmente robusta». I numeri di mercato raccontano la corsa: secondo Counterpoint Research, nel 2025 i produttori cinesi hanno preso il 41% del mercato interno dei server con acceleratori per l’intelligenza artificiale, da quasi zero nel 2022. Huawei ne detiene il 62%, Alibaba il 5%.Venti gigawatt entro il 2032Il secondo annuncio riguarda i data center: Alibaba Cloud punta a superare i 20 gigawatt di capacità nel mondo entro il 2032 — l’equivalente elettrico di una ventina di grandi reattori nucleari — per una domanda che Wu ha definito «in crescita esponenziale». Per confronto, SpaceX di Elon Musk dispone a metà 2026 di circa 1,4 gigawatt e conta di superare i 10 nel 2027. Il gruppo ha già stanziato oltre 53 miliardi di dollari in tre anni per l’intelligenza artificiale e ad agosto ha raccolto 10,2 miliardi con un collocamento a Hong Kong, dove martedì il titolo ha chiuso in rialzo del 5%.Il terzo pilastro — «modelli, chip e cloud», nella formula di Wu — è la famiglia Qwen: in preparazione un modello da 5.000 a 10.000 miliardi di parametri, contro i circa 2.400 dell’attuale versione di punta, e «progressi significativi» nell’auto-miglioramento ricorsivo, la capacità di un sistema di perfezionare se stesso. Wu però ha frenato: «I prodotti davvero rivoluzionari dell’era dell’intelligenza delle macchine non sono ancora arrivati».Nvidia non ha commentato. La posizione del suo fondatore e amministratore delegato Jensen Huang è però nota, e Reuters l’ha registrata più volte: limitare l’accesso cinese all’H200 significa cedere quote di mercato senza un reale guadagno di sicurezza, perché la Cina dispone già di una capacità di calcolo rilevante. Sull’altro fronte i falchi del Congresso si oppongono a qualunque vendita dell’H200 per ragioni di sicurezza nazionale, e Pechino contesta il meccanismo di condivisione dei ricavi che accompagna quelle vendite.Il calendario ora corre verso Washington. Xi atterra mercoledì 23 e Trump lo accoglierà di persona alla base aerea di Andrews, alle porte della capitale; giovedì i colloqui, con in agenda la proroga della tregua commerciale di Busan in scadenza, le terre rare — la Cina controlla circa il 60% della raffinazione mondiale e ad agosto le spedizioni di magneti verso gli Stati Uniti sono calate —, le licenze sui chip e il pacchetto di armi a Taiwan da 14 miliardi di dollari. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha confermato che l’intelligenza artificiale è nell’agenda formale. Alla cena di Stato sono attesi Sam Altman di OpenAI, Jeff Bezos, Sundar Pichai di Google, Tim Cook di Apple ed Elon Musk. E Jensen Huang, l’uomo che quei chip li vende, seduto alla tavola dove si deciderà quanti potrà venderne a Pechino.