Madame: «Il mio obiettivo? Produrre una cultura il più possibile di spessore» – L’intervista

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Si è appena concluso il tour estivo di Madame, conscious rapper da (due volte) Targa Tenco, una delle penne più interessanti del nuovo panorama italiano, artista capace di raccontare in barre un’intera generazione, grazie alla capacità, stupefacente, spesso letterariamente altissima, di offrirsi nuda e cruda al proprio pubblico. Un’artista che ha posto l’asticella così in alto da riuscire a scavalcare le barriere che solitamente dividono i liricisti dai rapper da classifica. Il tour è andato benissimo, forte della presenza delle canzoni di un disco che segna un altro importante passo su quella strada che ci fa credere, come quando parliamo dei giganti della nostra musica, attuale e non, che si tratta di un’autrice che non ne sbaglia mai una. Il disco in questione si intitola Disincanto ed è un’opera che arde di una verità che non scende mai a compromessi, che non indora mai la pillola, un disco tormentato da domande, poste talmente bene da diventare universali, da uscirne ridimensionate dalla realtà delle cose, analizzata con una poetica meravigliosamente spietata.A proposito di Disincanto, è un po’ quello che hai provato una volta arrivata ai vertici della discografia?«Non è così automatico, anzi, quando arrivi al vertice sei molto felice. È una serie di cose che succedono dentro di te, fuori di te, a provocarti una sensazione che poi diventa un’emozione, poi un sentimento di disincanto».Il successo sconvolge la vita, lo sappiamo, specie quando arriva così presto. Avresti voluto essere più preparata?«Dato che è la prima volta che viviamo la vita, non siamo mai pronti a niente, quindi sì, fa parte del disincanto anche questo, cioè sapere che è la prima volta che viviamo».Per la composizione di questo disco, in barba alle pressioni della discografia odierna, ti sei presa più tempo. Come mai?«Ci sono volte in cui per costruire qualcosa hai già tutti gli strumenti, quindi non ti serve tanto tempo per raccoglierli, ci sono invece delle volte in cui non hai niente in mano e quindi devi andare a cercartelo. Poi alla fine l’espressione secondo me è un po’ la conseguenza di un nutrimento, quindi ci sono alcuni dischi che ti svuotano, quindi dopo devi andare fuori per nutrirti. Io ne avevo fatti due di fila, con i tempi di produzione di un disco, quindi un anno per farlo e un anno per fare il tour, ma poi ero ancora bella carica. Dopo l’ultimo disco invece ho capito che mi sarei dovuta fermare e nutrire prima di esprimermi, perché non voglio fare l’errore, che è facile fare, di decidere quando viene fuori qualcosa che non esce propriamente dalla ragione, come appunto è l’espressione creativa, come sono le idee. Secondo me le idee nascono da un posto diverso, non proprio dal pensiero, quindi non puoi decidere tu quando ti vengono, devi un po’ aspettare e affidarti. Ho una visione abbastanza spirituale di questo lavoro e non voglio forzarlo, perché secondo me è sbagliato, tutto qua».Tu la chiami ragione, io ascoltando il disco istintivamente la chiamerei verità, e tu ne hai fatto un elemento del disco in pratica…«Sì, assolutamente. La verità per me è abbastanza un’ossessione, perché è un po’ come un orizzonte che non si raggiunge mai, che però ti aiuta ad alzarti la mattina».Quanta verità trovi oggi nella musica?«Ci sono degli artisti che esprimono grandi verità e che io stimo tantissimo per questo».Quanto disincanta il meccanismo della musica?«Tanto sì, però non è che uno specchio del mondo che c’è anche al di fuori della discografia. È un mondo come tutti gli altri, fatto di persone buone e incorruttibili e di persone invece più inclini al…(sto cercando delle parole educate), diciamo a mettere i bastoni tra le ruote, o persone magari più invidiose, magari persone che si concentrano molto sulla forma invece che sul contenuto. Però sono cose che si trovano in tutti i mondi, quindi più che un disincanto sulla discografia, è proprio un disincanto generale».Una visione piuttosto cupa, ma del tutto autentica…«Ok, il mondo non è tutto come me, magari alcune cose per me sono importanti e per altri non lo sono. I miei valori, magari, possono non essere condivisi o comunque riconosciuti ma poi non applicati. Io ovviamente ho parlato del mio mondo perché è quello mio, non posso mettermi a parlare del mondo della moda, del giornalismo o della MotoGP, perché non ne so niente».Anche il trattamento subito dalle donne nella musica è il riflesso di quello che succede in tutti gli altri ambiti…Anche quello “disincantevole” direi…«È un tema che su di me non ha così tanta presa, io ho una visione più romantica e umana della cosa. Io non posso dire di averne risentito così tanto, perché sarebbe una falsità, in realtà è molto più raro di quanto si pensa trovare qualcuno che ti tratta male perché sei una femmina, è un’eccezione, non è una regola».Tu hai anche un grande merito, quello di essere riuscita a mantenere una natura conscious pur partendo dal rap più mainstream, da classifica. Quasi tutte le altre tue colleghe rapper hanno scelto di scimmiottare un po’ lo stile degli uomini…«Parlando con delle mie colleghe ho capito che alla base abbiamo degli interessi un po’ diversi, io sono un pochino più improntata sulla scrittura, per me le parole sono potenti formule magiche. Avendo questo rapporto con la scrittura, si, tendo a cadere un pochino più nel mondo del conscious, però non mi posso neanche prendere questo merito perché non sono la prima ad averlo fatto, penso a Marra, Izi, Rkomi, tutte proposte che hanno una certa profondità, quindi io forse ho soltanto colto la palla al balzo nel momento giusto e ho capito che potevo farla anch’io questa cosa qui, cioè scrivere qualcosa di potente anche a livello culturale, a livello letterario, e il mio obiettivo finale è quello di produrre della cultura il più possibile di spessore».Ma secondo te come mai i conscious, pur rimanendo nella famiglia del rap, non riescono ad ottenere gli stessi risultati?«Se tu parli di classifiche vuol dire che stai entrando in una dinamica che non è esclusivamente di testo, esclusivamente di cultura, è anche una dinamica di mercato, di richiesta del pubblico, di domanda e di proposta di quello che l’artista porta. Ci sono troppe cose in ballo che non riguardano esclusivamente la scrittura, basti solo pensare alla questione dell’immaginario di un artista, si investe sempre di più su quell’aspetto lì, perché l’artista non è più soltanto una voce in un CD, ma è diventato un personaggio pubblico a tutti gli effetti. Ci sono tantissime cose in ballo che non c’entrano per forza solo con la scrittura».E tu senti la pressione per tutto ciò che ruota attorno al mondo della musica che però non è musica?«È anche un po’ un gioco, un gioco in cui tu costruisci un progetto, un prodotto, e poi lo vendi. Quella è un’altra parte del lavoro, una parte che è altrettanto stimolante, perché comunque rientra nel grande mondo della comunicazione. Comunicazione sui testi, comunicazione in una campagna pubblicitaria…è sempre comunicazione, è sempre un tentativo di arrivare al pubblico, le normali pressioni che hanno i personaggi pubblici; l’atto del lavorare, del promuovere, del vendere, è estremamente stimolante. Sarebbe anche un incubo scrivere e basta, cazzo, tutta la vita bisogna anche fare qualcos’altro. Per fortuna che questo lavoro permette anche di fare altro, anche di imparare altro. Secondo me è una gran figata».Disincanto è un disco pieno di domande, direi quasi tormentato. Viene spontaneo chiederti se hai trovato qualche risposta…«La risposta che ho trovato è che non c’è una risposta, ma ce ne sono infinite. Cioè davanti a ogni domanda non bisogna cercare una risposta, ma prendere una posizione. Secondo me bisogna cercare di far stare nel nostro cervello e nel nostro cuore una molteplicità di risposte, non c’è una sola risposta a tutto, quindi è molto più utile cercare le domande giuste da farsi piuttosto che darsi una risposta per poi accontentarsi di quella visione ridotta del mondo, è molto più bello comprendere la vastità di opzioni che il mondo ci dà. Secondo me c’è un’infinità di mondi dietro ogni domanda, dietro ogni dubbio, dietro qualsiasi cosa, ed è bellissimo vivere cercando di racimolare più risposte possibili senza accontentarsi della prima che arriva».Una delle cose interessanti del disco è che il finale è felice, quando chiudi il cerchio magari uno pensa di ritrovarsi la vita sfasciata e invece no…«Be, un po’ la sfascia, sì, però bisogna anche saper uscire da noi stessi, guardarci un po’ dall’alto. Charlie Chaplin diceva questa frase bellissima: “La vita da vicino è una tragedia e da lontano una commedia”. È vero. Se tu guardi da lontano la tua vita e tutte le magagne che ti succedono, fa ridere. Poi la guardi all’interno e ti viene da spararti probabilmente. Però vista da lontano è spiritosa, è divertente, è comunque una storia».Tu quando componi, avendo un’idea piuttosto chiara del pubblico con cui hai a che fare, senti una sorta di responsabilità?«Se pensi un attimo al fatto che ci sono bambini che ti ascoltano, magari qualcosa la cambi. Però ho capito che i bambini sono pochi, ci sono solo perché i genitori mi ascoltano. Ho genitori giovani ma molti pochi bambini. La responsabilità? Sì, certo. Il problema non è tanto che quello che dico influenzerà per forza qualcuno in modo estremamente radicale, più che di responsabilità, parlerei di attenzione. Un’attenzione nel comunicare al mio pubblico in modo che il mio pubblico comprenda e che sia anche in qualche modo utile quello che sto facendo. Per scrivere Rosso come il fango mi sono bloccata per tre settimane, non ho scritto niente, perché avevo questa immagine fissa in testa di questo palchetto, tipo teatrino, dove davanti a me c’erano seduti i miei familiari e gli amici di Vicenza. E io non sapevo cosa dire a queste venti persone, perché abbiamo vite molto diverse, perché loro mi reputano, giustamente, una baciata dal Signore. Quindi io ho avuto un blocco abbastanza incredibile e poi è nata Rosso come il fango, una canzone in cui io spiego esattamente questo tipo di sentimento legato all’essere in difficoltà, non capire cosa dire a una persona che ha una vita diversa dalla mia, a livello anche sociale. Anche quello fa parte del lavoro, fa parte del tuo curare la consapevolezza del mondo che ti gira intorno. Però più che responsabilità è attenzione, capire cosa può arrivare e capire come farlo arrivare nel miglior modo possibile. Su Disincanto sì, c’è stata molto questa attenzione».Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco, chi l’ascolta?«Questa domanda ha un’infinità di risposte possibili. Io spero sempre che le persone si emozionino nel senso letterale del termine, che provino le emozioni mentre ascoltano queste cose, perché le emozioni sono l’unico canale attraverso il quale qualcuno può capire qualcosa, impararlo, comprenderlo profondamente, anche di se stesso ovviamente. Quindi spero di essere un buono specchio per le altre persone».L'articolo Madame: «Il mio obiettivo? Produrre una cultura il più possibile di spessore» – L’intervista proviene da Open.