NEW YORK — «Perché adesso tocca a Londra?». La domanda ha accompagnato lunedì il volo che portava il premier britannico Andy Burnham all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, quando ai giornalisti a bordo ha detto: «Abbiamo ricevuto una richiesta dal Regno dell’Arabia Saudita di sostegno militare e, su consiglio del ministro della Difesa e del ministro degli Esteri, ieri sera ho accolto quella richiesta di rifornimento difensivo in volo». Le sue parole, riportate da Al Jazeera e dall’agenzia britannica PA, sono la prima risposta di un governo occidentale alla richiesta di aiuto di Riad dopo il missile houthi intercettato sabato sopra la capitale saudita.Il Regno Unito metterà dunque un aereo cisterna al servizio dei caccia sauditi impegnati contro droni e missili lanciati dallo Yemen. Un accordo «a tempo limitato», sotto revisione continua, che secondo funzionari britannici durerà «settimane» e partirà «nei prossimi giorni». Il punto è il calendario. Burnham ha firmato domenica sera, poche ore dopo che il presidente americano Donald Trump aveva fermato — con le liste degli obiettivi già approvate e le bombe già caricate — i raid contro gli Houthi che il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman gli chiedeva da dieci giorni.Che cosa può fare, in concreto, un solo aereo? Il velivolo è un Voyager della Royal Air Force, l’aeronautica britannica, di base ad Akrotiri, a Cipro. Rifornendo in volo i caccia sauditi ne allunga il tempo di pattuglia: gli intercettori possono restare in aria più a lungo sopra le aree da cui arrivano droni e missili, senza tornare a terra per il carburante. Il mandato si ferma lì. La missione riguarda soltanto la difesa dal cielo e non il supporto ad attacchi contro gli Houthi in territorio yemenita. A consigliare il sì sono stati il ministro della Difesa Wes Streeting e quello degli Esteri Ed Miliband. Burnham ha spiegato di agire «per tutelare gli interessi della Gran Bretagna e della regione più ampia»: «Dobbiamo tenere aperte quelle rotte», ha detto, riferendosi al traffico petrolifero.Le bombe già caricatePerché Washington si è tirata indietro? La ricostruzione la offrono Axios e il New York Times, che ha dato la notizia per primo. Dieci giorni fa Mohammed bin Salman ha telefonato a Trump due volte nello stesso giorno per chiedere raid americani sugli Houthi. Il presidente ha detto no, offrendo in cambio solo intelligence e dati per la selezione degli obiettivi. Nei giorni seguenti i diplomatici americani hanno incontrato rappresentanti houthi e ne hanno ottenuto l’assicurazione che il movimento non chiuderà lo stretto di Bab al-Mandeb, l’imbocco meridionale del Mar Rosso.Poi, giovedì, una nuova telefonata da Riad. Trump ha ordinato di preparare gli attacchi. Sabato l’ammiraglio Brad Cooper, capo del Centcom — il comando Usa per il Medio Oriente — ha presentato le opzioni al segretario alla Difesa Pete Hegseth. Domenica a mezzogiorno (le 18 in Italia) la marcia indietro: obiettivi approvati, ordigni a bordo, nessun decollo. In Arabia Saudita restano circa 200 militari americani con compiti di supporto non offensivo. L’aereo cisterna britannico è uno solo, ma copre un vuoto preciso: quello che Washington ha lasciato domenica a mezzogiorno.Alex Plitsas, ricercatore dell’Atlantic Council, centro studi di Washington, ed ex funzionario del Pentagono, legge il dietrofront come il rifiuto di aprire «un vaso di Pandora»: colpire gli Houthi metterebbe a rischio proprio Bab al-Mandeb, creando un secondo collo di bottiglia per le petroliere e spingendo ancora in alto il prezzo del greggio, «mentre i sauditi dovevano guidare loro» la partita contro il movimento yemenita.Il Mar Rosso contesoDi che cosa hanno paura Riad e Londra? Gli Houthi, il movimento che controlla il nord dello Yemen ed è sostenuto dall’Iran, hanno preso Mocha, porto sulla costa yemenita del Mar Rosso, e alcune isole che si affacciano su Bab al-Mandeb, da cui passa il 12 per cento del commercio mondiale. Sabato 19 un loro missile è stato intercettato sopra Riad. Per la Gran Bretagna, tra i maggiori fornitori di armi dell’Arabia Saudita, non è il primo intervento: a inizio anno, durante la guerra tra Stati Uniti e Israele da una parte e Iran dall’altra, Londra aveva già schierato nel regno il sistema antiaereo Sky Sabre.Quanto durerà? Burnham parla di un impegno «sotto revisione continua» e i suoi funzionari di «settimane». Il perimetro è quello descritto da Downing Street: un aereo, nessuna bomba britannica, nessun caccia della Raf sui cieli yemeniti. Che cosa succeda se il Voyager stesso finisse nel raggio dei missili houthi, Londra non lo ha detto.E gli altri protagonisti? La Casa Bianca e l’ambasciata saudita a Washington hanno rifiutato di commentare la ricostruzione dei raid annullati. Dagli Houthi, che diffondono i loro comunicati attraverso il portavoce militare, il generale di brigata Yahya Saree, su Telegram, non è arrivata finora alcuna reazione alla decisione britannica. Silenzio anche da Teheran.Il Voyager decollerà da Cipro nei prossimi giorni. Da quel momento un aereo britannico volerà nei cieli sauditi accanto ai caccia di Riad, mentre le bombe americane restano negli hangar. E l’assicurazione degli Houthi su Bab al-Mandeb — la promessa di non chiudere lo stretto — è stata data ai diplomatici di Washington, non a quelli di Londra.