L’Etiopia torna in guerra nel Tigrè: i ribelli tigrini prendono 3 aeroporti, l’esercito rivendica 700 uccisi

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MEKELLÈ — L’aeroporto Alula Aba Nega di Mekellè, capoluogo del Tigrè, è in mano alle forze tigrine da mercoledì, insieme agli scali di Axum e Shire; Ethiopian Airlines ha sospeso i voli verso la regione e verso Lalibela, la città delle chiese scavate nella roccia, patrimonio Unesco, attorno alla quale si combatte. Da martedì sera l’Etiopia è tornata in guerra nel Nord, quattro anni dopo la pace di Pretoria. Il governo regionale del Tigrè accusa Addis Abeba di averlo bombardato «con aerei, droni e cannoni» e parla di «invasione aperta»; il governo federale replica che ad attaccare è stato il Fronte popolare di liberazione del Tigrè (Tplf) e che «l’esercito lancia contrattacchi ben pianificati dalle posizioni chiave che tiene».Venerdì l’esercito federale ha rivendicato oltre 700 combattenti tigrini uccisi nella regione Amhara, senza fornire cifre sulle proprie perdite né sui civili; il giorno prima aveva parlato di 272 morti e 260 feriti nel Nord Wollo. L’osservatorio sui conflitti Acled registra «pesanti combattimenti» nel Tigrè occidentale, a May Gaba e Tselimo; fonti umanitarie riferiscono all’AFP colpi d’artiglieria attorno a Yallo, nell’Afar, dove i tigrini hanno preso anche Abala, capoluogo di distretto. «Siamo in una situazione di guerra totale», ha detto il vicepresidente del Tplf, Amanuel Assefa. Internet e telefonia sono interrotti nel Tigrè — su ordine del Tplf, secondo Reuters. Da New York il segretario generale dell’Onu António Guterres si dice «particolarmente turbato dalle notizie sull’uso di droni e dagli episodi di danno ai civili»; l’Alto commissario per i diritti umani Volker Türk chiede alle parti di «evitare un ritorno alla guerra su vasta scala».A Mekellè le strade verso l’Afar sono chiuse al traffico civile e chi può tenta di partire. «C’è un’atmosfera di paura», racconta all’Associated Press Selam Fantay, che vende aglio al mercato: «Troppe persone vengono sfollate, i nostri veicoli, comprese le ambulanze, ci vengono requisiti dal governo per la guerra». Un residente che si fa chiamare Fitsum descrive alla BBC una città «calma, a parte lo stress della gente», dove da sette-otto mesi gli stipendi pubblici non arrivano e le banche restano senza contante.Chi ha sparato per primo? Le due versioni sono opposte e nessuno può verificarle sul terreno. Getachew Reda, ex dirigente del Tplf oggi consigliere del premier Abiy Ahmed, accusa i suoi vecchi compagni di «un’offensiva totale» contro le posizioni governative in Afar e Amhara: «La leadership politico-militare del Tplf ha portato l’irresponsabilità a nuovi livelli». Il presidente Taye Atske-Selassie, mercoledì all’Assemblea generale dell’Onu, ha parlato di «forze di distruzione e caos» e di «interferenza nei nostri affari interni da parte di elementi ostili»: la portavoce del governo ha indicato in Asmara la fonte dei finanziamenti ai ribelli, e l’Eritrea nega. Gli Stati Uniti, che questo mese hanno revocato le sanzioni su Etiopia ed Eritrea legate alla guerra precedente, si sono schierati con Addis Abeba: l’ambasciata si dice «delusa» dall’offensiva del Tplf e l’ambasciatore Ervin Massinga la definisce «una decisione sbagliata», pur lasciando aperta la porta al dialogo.I nemici di ieriLa partita, stavolta, non è tra il governo e il Tigrè soltanto: è tra Abiy e tutti quelli che ha lasciato fuori dalla pace del 2022. Domenica scorsa il Tplf e altri sei gruppi armati hanno annunciato un’alleanza «per la sopravvivenza» che si propone di rimuovere il governo: dentro ci sono le milizie amhara Fano, l’Esercito di liberazione oromo e movimenti delle regioni Somali, Afar e Benishangul-Gumuz. «Il nostro obiettivo è rimuovere il regime personalistico di Abiy Ahmed, istituire un governo di transizione e andare alle elezioni», ha detto ad Al Jazeera un dirigente del cartello, ammettendo che restano dispute irrisolte, a cominciare dal Tigrè occidentale conteso proprio con gli amhara. Reda, ai media statali, aveva liquidato la cosa: «Non ci perdo il sonno». L’analista Faisal Roble, membro del Parlamento dell’Africa orientale, la vede diversamente: «Abiy li ha alienati tutti, a livelli diversi».Il rovesciamento è completo. Nella guerra del 2020-2022 Fano e l’Eritrea combattevano al fianco di Addis Abeba contro i tigrini; poi l’accordo firmato a Pretoria nel novembre 2022, mediato dall’Unione Africana e da Washington, li ha delusi e la fazione di Debretsion Gebremichael, salita al potere nel Tigrè, ha ricucito con loro. Quella guerra aveva fatto oltre 600.000 morti, secondo le stime dell’Unione Africana; l’accordo non è mai stato pienamente attuato e circa 750.000 sfollati interni vivono ancora nel Tigrè, secondo i dati Onu. A giugno il Prosperity Party di Abiy ha vinto circa il 90 per cento dei seggi della camera bassa; nel Tigrè non si è votato, e il Tplf — che quest’anno organizzazioni per i diritti umani accusano di reclutamento forzato — è fuorilegge per il governo federale.Eppure per ventisette anni quel Fronte è stato l’Etiopia. Dal 1991, quando i suoi guerriglieri scesero dalle montagne del Nord fino ad Addis Abeba, al 2018, quando Abiy prese il potere, il Tplf ha governato il Paese dal centro. Oggi i suoi uomini tengono la pista di Mekellè, l’esercito che fu loro conta i loro morti, e il ragazzo del mercato, all’AFP, alla domanda se chiederanno l’aiuto di Asmara risponde con due parole: «Non ancora».