Donald Trump avrebbe respinto il piano iraniano in sette giorni per fermare le ostilità e riaprire lo Stretto di Hormuz e avrebbe detto ai propri collaboratori di aspettarsi una ripresa dei bombardamenti contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato di novembre. Lo riferisce il Wall Street Journal sulla base delle dichiarazioni di funzionari dell’amministrazione statunitense. La decisione non equivale tuttavia ancora all’ordine di avviare una nuova campagna militare: le stesse fonti americane precisano che la posizione del presidente potrebbe cambiare nelle prossime settimane.La risposta attribuita a Trump rappresenta una battuta d’arresto per il tentativo diplomatico portato avanti a New York dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che aveva proposto agli Stati Uniti una sequenza di misure concentrate nell’arco di una settimana: cessazione delle ostilità, alleggerimento della pressione economica e militare americana, riapertura di Hormuz e successivo avvio del negoziato sul programma nucleare.Secondo il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato all’Iran e ai mediatori che Trump non intende per il momento revocare il blocco navale. La valutazione dell’amministrazione sarebbe che la pressione economica possa costringere Teheran ad accettare condizioni più ampie di quelle contenute nella proposta iraniana.Trump punta infatti a un accordo complessivo sul programma nucleare iraniano e considera insufficiente un’intesa limitata alla cessazione delle ostilità e alla libertà di navigazione attraverso Hormuz. Già durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva mantenuto una linea estremamente dura nei confronti di Teheran, sostenendo contemporaneamente che un accordo avrebbe maggiori possibilità di essere raggiunto dopo le elezioni americane di metà mandato. Reuters aveva riferito il 22 settembre che Trump chiedeva un ulteriore isolamento economico dell’Iran pur lasciando aperta la prospettiva di una successiva intesa.Il piano presentato da Araghchi proponeva una strada differente. Teheran avrebbe riaperto completamente Hormuz entro sette giorni qualora Washington avesse soddisfatto una serie di condizioni, tra cui la rimozione del blocco americano e l’alleggerimento delle misure economiche contro l’Iran.Araghchi aveva precisato che alcune delle iniziative richieste agli Stati Uniti potevano essere attuate in quattro o cinque giorni. Il sesto giorno sarebbe iniziata la riapertura dello Stretto di Hormuz e il settimo sarebbero partiti negoziati sulle questioni concordate tra le parti con l’obiettivo di arrivare a un’intesa definitiva.La proposta comprendeva, secondo le ricostruzioni circolate durante i colloqui, anche una tregua regionale, la liberazione di circa 12 miliardi di dollari di beni iraniani congelati, la rimozione delle sanzioni sul petrolio iraniano e la fine del blocco americano dei porti.Le indiscrezioni provenienti da Washington mostrano tuttavia che Trump ritiene di poter ottenere condizioni migliori mantenendo la pressione sull’Iran. Secondo funzionari americani citati dal Wall Street Journal, gli sforzi statunitensi per garantire il passaggio delle petroliere attraverso Hormuz avrebbero inoltre ridotto l’urgenza di raggiungere rapidamente un’intesa con Teheran.La porta diplomatica non appare comunque completamente chiusa. Gli Stati Uniti e l’Iran continuano a comunicare attraverso mediatori e i contatti riguardano anche il dossier nucleare. Le fonti americane citate dal quotidiano precisano inoltre che Trump potrebbe modificare la propria posizione in funzione dell’andamento del conflitto e del risultato delle elezioni di novembre.È significativa anche un’altra indicazione proveniente dall’amministrazione. Trump sarebbe riluttante a ordinare nell’immediato una nuova operazione militare di grandi dimensioni contro l’Iran, anche perché Washington vuole preservare le proprie scorte di munizioni, già sottoposte a forte pressione, per poter affrontare eventuali altre crisi internazionali.Il riferimento a una possibile ripresa dei bombardamenti dopo le Midterm deve quindi essere letto per quello che al momento rappresenta: un orientamento attribuito al presidente da funzionari americani, non l’annuncio pubblico di una nuova offensiva né la prova che una decisione operativa definitiva sia già stata adottata.Da parte iraniana, peraltro, non viene considerato formalmente concluso il confronto. Reuters riferisce che Teheran è ancora in attesa di una risposta ufficiale degli Stati Uniti al piano per Hormuz. La situazione presenta quindi due livelli differenti: quello delle indiscrezioni provenienti dall’amministrazione Trump, secondo le quali il presidente ha respinto la proposta, e quello diplomatico, nel quale la comunicazione formale attraverso gli intermediari non risulta ancora definitivamente chiusa.Anche i principali media arabi descrivono il quadro in questi termini. Al Jazeera e Al Arabiya riportano il rifiuto attribuito a Trump, ma sottolineano contemporaneamente che i negoziati indiretti proseguono e che la posizione americana potrebbe ancora cambiare.Teheran sta nel frattempo cercando di rafforzare la propria offerta sul dossier più delicato, quello nucleare. Il presidente Masoud Pezeshkian, intervistato dalla CBS, ha dichiarato che l’Iran sarebbe disposto a consentire nuovamente l’ingresso degli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica nell’ambito di un accordo negoziato.Alla domanda se l’Iran avrebbe permesso agli ispettori internazionali di entrare nel Paese, Pezeshkian ha risposto affermativamente, spiegando che modalità e condizioni potrebbero essere concordate durante i negoziati. Il presidente iraniano ha contemporaneamente ribadito che Teheran non intende costruire un’arma nucleare.È un’apertura significativa perché l’accesso degli ispettori rappresenta uno dei punti centrali del confronto sul programma nucleare iraniano. CBS ricorda che in precedenza l’Aiea non aveva ottenuto pieno accesso durante alcuni tentativi di ispezione. L’offerta di Pezeshkian introduce quindi un possibile elemento negoziale aggiuntivo, anche se restano da stabilire concretamente ampiezza, tempi e modalità delle verifiche.Pezeshkian ha inoltre assicurato che, se Washington accettasse il piano iraniano su Hormuz, Teheran rispetterebbe gli impegni assunti. Secondo il presidente, l’attuazione potrebbe iniziare immediatamente dopo l’accettazione americana.Il problema rimane però la fiducia reciproca. Nell’intervista alla CBS il presidente iraniano ha descritto un’«atmosfera di sfiducia» nei rapporti con Washington e ha indicato sanzioni, minacce e attacchi americani come ragioni per le quali un incontro diretto con Trump sarebbe difficile nelle attuali condizioni.La stessa posizione è stata ribadita da Pezeshkian ad Al Jazeera. Il presidente ha sostenuto che Teheran non considera più sufficienti le semplici promesse americane e che Qatar e Pakistan stanno trasmettendo messaggi tra le due parti. Ha inoltre sostenuto che la sicurezza regionale dovrebbe essere costruita attraverso la cooperazione tra i Paesi dell’area e non attraverso una potenza esterna con funzioni di «poliziotto».La distanza tra le due parti resta quindi considerevole. Washington vuole utilizzare la pressione economica e militare per ottenere un accordo nucleare più ampio; Teheran vuole prima una riduzione di quella pressione e offre in cambio la riapertura di Hormuz, la ripresa dei negoziati e ora anche la disponibilità a discutere il ritorno degli ispettori internazionali.In questo quadro le elezioni americane del 3 novembre acquistano un’importanza che va oltre la politica interna degli Stati Uniti. Trump sembra ritenere che il tempo possa lavorare a favore di Washington e che dopo le Midterm possa trovarsi nelle condizioni di scegliere tra un’intesa più favorevole e una nuova fase militare.Ma anche Teheran utilizza il tempo come strumento negoziale. Il mantenimento delle restrizioni a Hormuz continua a esercitare pressione sull’economia internazionale e rende lo stretto la principale leva iraniana al tavolo delle trattative.Il confronto entra così in una fase di attesa armata. La proposta iraniana non ha prodotto per ora la tregua sperata, ma i canali diplomatici non risultano interrotti. Allo stesso tempo, dalle indiscrezioni provenienti da Washington emerge la possibilità che, in assenza di un’intesa, dopo le Midterm il confronto torni nuovamente sul terreno militare.La differenza è decisiva: Trump avrebbe respinto il piano dei sette giorni, ma non risulta ancora avere impartito un ordine definitivo per nuovi bombardamenti. Tra queste due eventualità rimangono alcune settimane nelle quali mediatori, Stati Uniti e Iran continueranno a misurare quanto ciascuna parte sia realmente disposta a concedere.