Il 22 settembre ha preso il via l’81ª Assemblea Generale dell’Onu, un appuntamento di primaria importanza per discutere delle crisi globali, tra cui le recenti tensioni USA-Iran e la sicurezza delle rotte marittime nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz. A margine dell’evento si è svolto un vertice multilaterale tra il presidente statunitense Donald Trump e i leader di tutti gli Stati membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG): Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar. Sullo sfondo, la definizione di un piano di stabilità per il Golfo Persico a seguito dei forti impatti economici e militari subiti dai Paesi arabi durante il conflitto.Tra le monarchie arabe coinvolte nei bombardamenti, il Bahrein merita un focus particolare. Il piccolo regno attraversa infatti una fase di forte instabilità, determinata sia da fattori geopolitici sia da dinamiche strutturali interne, che costituiscono una sfida per la monarchia al potere. Per comprendere la correlazione tra questi fattori e le peculiarità del Bahrein nel contesto internazionale, occorre partire dal suo assetto istituzionale.Il Bahrein è una monarchia assoluta retta dalla casata sunnita degli Al Khalifa, che governa ininterrottamente il Paese dal 1783, nonostante il 60% della popolazione sia di fede sciita. Tale asimmetria religiosa ha generato in passato una serie di tensioni che hanno minato profondamente la stabilità del Regno. La comunità sciita ha infatti subito varie discriminazioni da parte della dinastia al potere, all’origine di varie rivolte popolari verificatesi nel 2011 e sfociate nella richiesta di una fase riformatrice in senso democratico. Tuttavia, nonostante l’attuazione di alcune riforme e le promesse da parte della monarchia di maggiori aperture alla democrazia, le rivolte sono proseguite, normalizzando nel Paese una fase di crescente instabilità.Il mancato compimento di un efficace processo riformatore ha indotto la monarchia regnante a inseguire un modello di sviluppo socioeconomico che, nel caso del Bahrein, giustifica la definizione di “Stato di rendita”: un apparato statale che non ricava le proprie risorse finanziarie dalla tassazione del lavoro dei cittadini, ma dalla rendita del petrolio e, in primis, della finanza. Grazie all’implementazione di servizi finanziari, attività bancarie e investimenti esteri, il Paese è diventato uno dei principali hub finanziari dell’area mediorientale, ospitando, tra l’altro, il Bahrain Financial Harbour (BFH), un megaprogetto immobiliare e commerciale sul mare che simboleggia il suo ruolo di centro finanziario internazionale.Gli ingenti introiti derivanti dagli investimenti assicurano alla cittadinanza prosperità economica, un alto tenore di vita, servizi efficienti e ottime possibilità di studio e di lavoro. Un modello di crescita che, tuttavia, non può definirsi a costo zero per la comunità. Rappresenta piuttosto un “patto sociale” con la cittadinanza, che implica la rinuncia da parte della popolazione all’apertura democratica e l’impegno a non ostacolare il potere costituito.Un’altra peculiarità del Bahrein è la presenza americana sul territorio. La base della US Navy Fifth Fleet rappresenta uno degli asset navali americani più importanti del Medio Oriente e colloca il Bahrein nella sfera di influenza statunitense. La base, tuttavia, non ha funzionato da scudo difensivo per il Paese. Nell’ambito del conflitto in corso ha svolto il ruolo di piattaforma di attacco contro l’Iran e, conseguentemente, è stata un bersaglio “legittimo” della Repubblica Islamica, che ha inviato droni e missili sulla testa dei bahreiniti.Oltre ai danni derivanti dagli attacchi iraniani, i bombardamenti hanno avuto un impatto dirompente sul piano interno. A causa della forte presenza sciita nella popolazione, il conflitto ha alimentato il dissenso interno contro gli Stati Uniti, innescando una violenta repressione da parte delle autorità di governo.Il rischio concreto è che una simile situazione possa avere profonde ripercussioni sul modello economico che contraddistingue il Bahrein, fondato, come ricordato in precedenza, sui due asset strategici del petrolio e della finanza. Per assicurare al Paese prosperità e sviluppo, entrambi gli asset richiedono infatti stabilità e sicurezza, due precondizioni messe in discussione dal conflitto in corso. Nel merito, gli ostacoli al traffico sullo Stretto di Hormuz costituiscono una causa primaria di instabilità, poiché incidono pesantemente sulle transazioni petrolifere da cui dipende buona parte dell’economia statale.Sicurezza e stabilità sono essenziali anche per la finanza, l’altro settore cardine del Paese. Se nei mercati si diffonde la percezione del Bahrein come un teatro di guerra permanente, il danno finanziario e di immagine si aggiunge a quello derivante dagli attacchi militari.In definitiva, il Bahrein si trova oggi ad affrontare una serie di dinamiche interne e internazionali tra loro correlate. La volontà della monarchia sunnita di conservare il potere in una popolazione a prevalenza sciita ha consolidato un’asimmetria interna che genera continue tensioni, mettendo in discussione la stessa dinastia regnante. A ciò si aggiunge l’incapacità del governo di proporre un processo riformatore aperto all’intera società, che ha stabilizzato le distanze ideologiche, sociali e confessionali presenti all’interno della popolazione.Inoltre, affidando unicamente alla rendita petrolifera e finanziaria le potenzialità di sviluppo del Paese, la monarchia ha creato un modello economico fortemente dipendente dalle dinamiche internazionali. Sul piano geopolitico, la stessa alleanza con gli Stati Uniti si è rivelata tutt’altro che strategica, dal momento che ha esposto il Bahrein agli attacchi diretti dell’Iran e ha galvanizzato l’opposizione di matrice sciita. Una situazione che, nel suo complesso, evidenzia il declino progressivo del patto sociale tra potere e cittadini e un deterioramento della legittimità interna che la monarchia è chiamata a gestire.