Pezeshkian, presidente dell’Iran, parla all’Onu ai seggi vuoti degli Usa: «Non abbiamo piegato il ginocchio»

Wait 5 sec.

NEW YORK — «Sarà fatto un accordo, o annichilisco la Repubblica islamica, e in fretta?». La domanda l’aveva posta Donald Trump martedì dal podio dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Ventiquattr’ore dopo, dallo stesso podio, ha risposto il presidente iraniano Masoud Pezeshkian: «Sì, ci hanno colpiti, ma non abbiamo piegato il ginocchio, non abbiamo chinato la testa». È il primo capo di Stato in guerra con gli Stati Uniti a parlare all’Onu dall’inizio dei raid americani, a febbraio: quasi sette mesi di bombe, una tregua saltata a giugno e una trattativa sullo stretto di Hormuz che corre in parallelo.Il messaggio è doppio: Teheran è «pronta al dialogo», ma «senza accettare il linguaggio della forza», e difenderà «il nostro amato Iran fino all’ultimo respiro». Il discorso, riportato dall’Associated Press verso le 10 di New York (le 16 in Italia), arriva mentre i mediatori del Qatar fanno la spola tra la delegazione iraniana e gli inviati della Casa Bianca. Il pubblico vero, in quell’aula, non era il mondo: era il tavolo aperto a poche strade di distanza.Chi lo ascoltava? Non gli americani. L’unico delegato statunitense in sala si è alzato pochi minuti dopo l’inizio e i seggi Usa sono rimasti vuoti; anche la delegazione israeliana è uscita. Scena speculare a quella di martedì, quando gli iraniani avevano lasciato l’aula dieci minuti dopo l’inizio del discorso di Trump, lasciando un solo funzionario al suo posto. La sola replica americana in aula è stata quella sedia vuota; il resto lo aveva detto Trump il giorno prima.Che cosa ha mostrato? Grandi fotografie: quella del «defunto leader supremo Ali Khamenei» e quelle di oltre 150 bambini uccisi nei primi giorni di guerra; in apertura, il ricordo di un raid americano su una scuola elementare. «Ci siamo solo difesi. Non siamo terroristi», ha detto. Sul nucleare ha rovesciato l’accusa — «le bombe atomiche sono in mano al regime israeliano, ma gli ispettori vanno in Iran» — proprio mentre l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha chiesto all’Onu, a inizio settembre, di chiamare Teheran a rispondere del mancato rispetto delle salvaguardie. Ha rivendicato i sistemi di difesa: servono «perché nessuno pensi che bombardare città iraniane resti senza risposta». Un’altra frase, «non abbiamo colpito popolazioni civili», è stata classificata come falsa dal fact-checking della stessa Associated Press.Il tavolo del QatarLo stretto di Hormuz riapre? Martedì, a margine dell’Assemblea, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha incontrato per tre ore gli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, con la mediazione del Qatar. Trump ha parlato di un incontro «molto produttivo» e di «molto slancio per un accordo» (la Casa Bianca ha dovuto precisare che lui non c’era). Teheran è più fredda: la tv di Stato Irib dice che l’incontro è stato chiesto «su insistenza americana» e fissa le condizioni — revoca immediata del blocco navale, sblocco dei beni congelati, fine della guerra «su tutti i fronti della resistenza» — mentre il portavoce degli Esteri Esmail Baghaei liquida i colloqui come «nulla di nuovo». Eppure un alto funzionario iraniano ha detto a Reuters che lo stretto può riaprire entro sette giorni se Washington allenta pressione militare e blocco dei porti; l’ultima proposta iraniana è nelle mani dei mediatori dal 16 settembre, e con Doha lavorano Pakistan e Oman.Con quale margine tratta Pezeshkian? In patria gli ambienti oltranzisti attaccano il viaggio e i colloqui, e Teheran ha smentito di aver rinunciato alle precondizioni. A New York il Dipartimento di Stato ha ridotto la delegazione, imposto limiti di movimento e vietato acquisti di beni di lusso; l’agenzia di Stato Irna denuncia visti negati a parte dello staff. Lo stesso presidente si muove scortato dal Secret Service, il servizio che protegge i capi di Stato in visita: protetto dallo stesso governo che bombarda il suo Paese.«Deve essere chiaro al signor Trump e a chi vuole fare il prepotente che siamo pronti al dialogo», ha detto Pezeshkian. La risposta alla domanda di martedì — accordo o annichilimento — non è arrivata dal podio: si misura nei sette giorni dati allo stretto da un funzionario di Teheran, e nelle condizioni che la tv di Stato ha già dettato.