Gli Usa invitano Putin al G20 nel resort di Trump a Miami: «Speriamo che accetti». Il Cremlino tace

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NEW YORK — «Abbiamo invitato il presidente Putin al G20». Con una frase secca, detta oggi ai cronisti, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha dato per fatto quello che in aprile era solo un’intenzione: l’invito al presidente russo Vladimir Putin per il vertice dei venti maggiori Paesi del mondo, in programma il 14 e 15 dicembre al National Doral di Miami — il resort di golf di proprietà di Donald Trump, in Florida — è partito. «Riteniamo sia un’occasione perché possa confrontarsi non solo con il presidente ma con altri leader mondiali. Speriamo che accetti», ha aggiunto Rubio, citato da Meduza, testata russa indipendente in esilio a Riga. «Restiamo aperti al dialogo».Gli Stati Uniti presiedono quest’anno il G20 e in aprile un alto funzionario dell’amministrazione aveva anticipato che «tutti i membri» sarebbero stati invitati; Trump però frenava: «Non so se verrà. Dubito che verrebbe, a essere onesto». Oggi Rubio va oltre e lega il vertice alla guerra in Ucraina. La tregua energetica di cui si discute «non risolve la guerra, ma può in qualche modo alleviare alcune delle pressioni globali», ha detto; e Miami «forse può servire da base o da piattaforma per un accordo più ampio».Perché Putin potrebbe atterrare in Florida nonostante il mandato d’arresto della Corte penale internazionale? Perché gli Stati Uniti non aderiscono allo Statuto di Roma e non sono tenuti a eseguirlo. Sarebbe il primo G20 in presenza per Putin dal 2019 — da allora solo collegamenti video — e la sua seconda visita negli Stati Uniti nel secondo mandato Trump, dopo il vertice in Alaska dell’agosto 2025. La Russia, esclusa dal G8 nel 2014 dopo l’annessione della Crimea, non è mai uscita dal G20.Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è passato per lo stesso palazzo di vetro il giorno prima. Il 22 settembre ha incontrato Trump a margine dell’Assemblea generale dell’Onu — il primo faccia a faccia da luglio — con l’inviato speciale Steve Witkoff, Jared Kushner e lo stesso Rubio. Sul tavolo la tregua energetica, un pacchetto invernale di missili Patriot, le licenze per produrre in Ucraina gli intercettori PAC-3 del sistema Patriot, le garanzie di sicurezza e un vertice a tre. «Sono pronto a sedermi con Putin in qualunque momento, dobbiamo muoverci il più in fretta possibile», ha detto Zelensky. Trump gli avrebbe promesso di fare «tutto» per finire la guerra.La risposta del CremlinoDal Cremlino, oggi, nessuna reazione all’annuncio di Rubio. La posizione russa più recente ha dieci giorni. Il 12 settembre a Nuova Delhi il portavoce Dmitrij Peskov, interpellato dall’AFP su un incontro Putin-Zelensky a Miami, ha risposto: «È impossibile». Sedi alternative? «C’è la disponibilità a incontrarlo a Mosca». Il consigliere per la politica estera Jurij Ušakov ha detto che la partecipazione al G20 «non è stata nemmeno discussa»; il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha ripetuto che l’incontro si fa a Mosca e che la Russia non sospenderà le operazioni militari durante i negoziati. L’invito a Zelensky nella capitale russa «resta sempre valido», ha aggiunto Peskov. La partita, prima ancora che sulla tregua, si gioca sulla sede: Washington offre la Florida, Mosca risponde Mosca.Intanto le bombe. Mosca ha colpito Kiev per l’intera giornata di oggi: il bilancio provvisorio è di almeno 2 morti e 23 feriti. A metà settembre, mentre i negoziatori americani facevano la spola tra Kiev e Mosca, in una sola notte erano arrivati oltre 450 droni. Zelensky, dal palazzo dell’Onu, ha parlato anche degli attacchi ucraini alle raffinerie russe: «Non vogliamo questo gioco, e suggerisco che nessuna delle due parti lo giochi. Putin ci attacca, noi rispondiamo. Non siamo deboli». Kiev, ha detto, è pronta a fermare i colpi sugli impianti energetici russi se Mosca farà altrettanto: «Non sono sicuro che oggi la Russia sia pronta».«Siete pronti a sedervi e negoziare? Dall’Ucraina lo sentite. Dalla Russia no», ha chiesto Zelensky. Da Washington l’invito è formale e la speranza dichiarata. Da Mosca, sul volo per Miami, l’ultima parola resta quella di Ušakov: «non è stata nemmeno discussa».