Tutta colpa dei social? La solitudine degli adolescenti e la rabbia

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“Sarebbe sbagliato spiegare un episodio così complesso come quello della prof. accoltellata a Roma da uno studente di 13 anni con Internet, un social network o una chat. Ma sarebbe altrettanto sbagliato considerare il mondo digitale soltanto come lo sfondo nel quale oggi vivono gli adolescenti. Per alcuni ragazzi può diventare molto di più: il luogo nel quale si costruiscono l’identità, l’appartenenza, il riconoscimento e perfino il significato da attribuire alla propria rabbia”. Parola di David Lazzari, psicologo della salute presidente dell’Osservatorio Benessere Psicologico e Salute Benèpsys, che dopo l’ultima videnza di cronaca analizza con LaPresse gli inneschi della rabbia. “Il punto di partenza, spesso, non è l’odio. È la solitudine”, avverte. Le sirene dei social e le trappole per gli adolescenti“Un ragazzo entra in una piattaforma, segue alcuni contenuti, incontra qualcuno che sembra capirlo, trova un gruppo nel quale sentirsi finalmente riconosciuto. All’inizio può esserci un interesse condiviso, un videogioco, un disagio, l’insoddisfazione per il proprio corpo, una rabbia indistinta. Poi arrivano le chat private, la fiducia, l’appartenenza. E, nei casi estremi, il ricatto, la pressione del gruppo, l’escalation delle richieste. Il meccanismo, in fondo, è antico”, riflette Lazzari.La novità sta nella velocità e nella potenza tecnologica della trappola. “Quello di appartenenza è uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano e nell’adolescenza – continua Lazzari – assume un valore particolare. È il periodo nel quale si costruisce l’identità, ci si separa progressivamente dalle figure familiari e diventa essenziale capire chi siamo attraverso il confronto con gli altri. Per questo un gruppo capace di dire ‘noi ti vediamo’, ‘noi ti capiamo’, ‘qui sei uno di noi’ possiede una forza enorme”.Un detonatore virtuale di emozioni negativeIl problema nasce quando quel bisogno incontra ambienti digitali che non si limitano a ospitare le relazioni, ma le orientano e possono amplificarne alcuni aspetti. “Se un ragazzo comincia a soffermarsi su contenuti relativi alla rabbia, all’isolamento, all’autolesionismo, al proprio aspetto fisico o a forme estreme di identità e appartenenza, il rischio è che il suo ambiente informativo diventi progressivamente più ristretto e coerente con ciò che sta cercando o con il disagio che sta vivendo. A quel punto non vede più semplicemente Internet. Vede un Internet progressivamente costruito intorno ai suoi interessi e, talvolta, alle sue vulnerabilità”, avverte lo psicoterapeuta. Insomma, “abbiamo consegnato ai ragazzi strumenti tecnologici di straordinaria potenza in un’età nella quale le capacità di regolazione emotiva, valutazione delle conseguenze, gestione dell’impulsività e costruzione dell’identità sono ancora in sviluppo. Non è una colpa dei ragazzi. È una condizione evolutiva”. E allora? La risposta per Lazzari non può essere demonizzare Internet.Adolescenti e bisogni tra scuola e famiglia“Il problema è che cosa trovano gli adolescenti online e, soprattutto, che cosa manca loro fuori. Perché se un adolescente trova soltanto nel mondo digitale la sensazione di essere riconosciuto, ascoltato e importante per qualcuno, allora il problema non riguarda soltanto le piattaforme. Riguarda anche noi”, insiste lo psicoterapeuta. Famiglie spesso affaticate, scuole sovraccariche, servizi psicologici insufficienti, quartieri senza spazi per incontrarsi. “Quando questi spazi si riducono, lo smartphone rischia di diventare non uno strumento dentro la vita, ma il luogo nel quale la vita accade”. I segnali spiaPer Lazzari la prevenzione comincia “aumentando le competenze emotive e relazionali, rendendo disponibili presìdi psicologici nelle scuole e nei servizi di prossimità, formando insegnanti e genitori a riconoscere non soltanto i segnali estremi, ma i cambiamenti progressivi: isolamento, chiusura, improvvisa vergogna del proprio corpo, perdita delle relazioni reali, inversione dei ritmi sonno-veglia, appartenenze identitarie sempre più rigide, interesse ossessivo per contenuti violenti”.Insomma, per lo psicoterapeuta la domanda più importante è: che cosa stanno cercando i ragazzi sui social che non riescono più a trovare altrove? “Una domanda che dovremmo porci prima del prossimo episodio di cronaca”, conclude.Questo articolo Tutta colpa dei social? La solitudine degli adolescenti e la rabbia proviene da LaPresse