RIAD — Il greggio torna a scorrere nel tubo che attraversa il deserto saudita da est a ovest. Riad ha riavviato l’oleodotto Est-Ovest, chiuso dal 13 settembre dopo gli attacchi con droni, e potrebbe riprendere già in giornata le esportazioni dal porto di Yanbu, sul Mar Rosso: lo riferisce Reuters citando tre fonti informate, due delle quali precisano che l’impianto pompa «a regime ridotto». Saudi Aramco, la compagnia petrolifera di Stato, non ha risposto alla richiesta di commento.La riapertura è un pezzo di un quadro più largo. Da dodici giorni il sistema con cui l’Arabia Saudita porta il petrolio sui mercati è sotto pressione su ogni via d’uscita: il tubo colpito, lo stretto di Hormuz «largamente chiuso» dall’inizio della guerra Usa-Israele contro l’Iran il 28 febbraio, l’imbocco del Mar Rosso conteso dagli Houthi. Perché un oleodotto pesa tanto sui prezzi mondiali? Perché da febbraio era l’unica strada del greggio saudita che non passasse da Hormuz: 1.200 chilometri dai giacimenti orientali di Abqaiq a Yanbu, costruiti negli anni Ottanta, durante la guerra Iran-Iraq, proprio per aggirare la guerra delle petroliere. A marzo pompava al massimo, 7 milioni di barili al giorno; prima dell’attacco ne portava circa 4 milioni verso il porto.Il caso più grave è proprio questo. Il 10 settembre i droni hanno colpito una stazione di pompaggio provocando un incendio; tre giorni dopo Riad ha fermato i caricamenti a Yanbu, definendo la chiusura una «misura precauzionale» senza dare né una stima dei danni né tempi. Le immagini satellitari analizzate da Soar Atlas mostrano danni gravi alla stazione 9 e possibili danni alla 8. Sulla paternità le versioni divergono, e la divergenza è essa stessa la notizia: nessun gruppo ha rivendicato l’attacco; il presidente americano Donald Trump ha detto che l’Iran era «probabilmente» responsabile; Reuters lo ha attribuito agli Houthi yemeniti alleati di Teheran; il governo iracheno ha rimosso il comandante delle operazioni della provincia di Maysan, da cui sarebbero partiti i droni. Teheran non ha commentato il riavvio.Le altre due porteLa seconda tessera è Hormuz. Dopo l’attacco i sauditi hanno spostato parte dell’export sul terminal di Ras Tanura, nel Golfo, con trasbordi da nave a nave al largo dell’Oman e — lo ha detto il segretario all’Energia Usa Chris Wright — con il supporto militare americano. Dal 14 settembre i tracciatori marittimi registrano di nuovo superpetroliere in transito diurno nei due sensi, ma noleggiarne una nel Golfo costa 30-32 dollari al barile, più premi di guerra e assicurazioni. «Transiteranno con i trasponder spenti e probabilmente in coordinamento con la Marina americana, ma correndo gli stessi rischi di attacco di tutti gli altri», osserva Richard Matthews, direttore ricerca della società di brokeraggio londinese Gibson Shipbrokers.La terza è Bab al-Mandab, la porta meridionale del Mar Rosso da cui passa l’8% del petrolio mondiale, per due terzi saudita. Gli Houthi hanno preso il porto di Mokha e l’isola di Perim, all’imbocco dello stretto; il 13 settembre le forze del governo yemenita sostenute da Riad hanno contrattaccato lungo la costa, in un’offensiva che secondo un conteggio dell’Afp ha già fatto oltre 500 morti, in gran parte combattenti.Il conto è nei numeri dei caricamenti sauditi: da oltre 7,5 milioni di barili al giorno in gennaio-febbraio a 2,1 milioni nella prima metà di settembre, meno 70%. Il 15 settembre il Brent ha chiuso a 108,75 dollari, massimo da maggio; a Shanghai i futures hanno toccato il record di 138 dollari e il gasolio negli Stati Uniti ha superato i 6 dollari al gallone. A pagare di più è l’Europa: Aramco ha comunicato a tutti i compratori del continente che a ottobre non avranno greggio nei contratti a lungo termine. In Asia, riferisce Bloomberg, almeno tre raffinerie hanno ricevuto da dirigenti Aramco assicurazioni informali sulla ripresa dei carichi, senza date, mentre le navi aspettano al largo di Yanbu.Quanto durerà il regime ridotto? Due funzionari regionali sentiti dall’Associated Press parlano di tre-cinque settimane di riparazioni; Riad, secondo una persona informata, contava di recuperare metà della capacità «in pochi giorni»; Andy Lipow, presidente della società di consulenza Lipow Oil Associates, ha detto che «a giudicare dalle immagini, ci vorranno mesi». Il messaggio della riapertura, prima ancora che ai trader, è rivolto a chi ha lanciato i droni: la via costruita per aggirare una guerra regge anche a questa. La prima verifica arriva oggi stesso, con la prima petroliera che a Yanbu riceverà — o non riceverà — il suo carico.