Ci sono dei dischi che entrano nella tua vita in momenti particolari e, quando lo fanno, diventano luce nel buio. A me, negli ultimi due anni, è successo due volte, con due artisti italiani che ho sentito per la prima volta dal vivo al Bleech Festival, uno di quei festival così preziosi da meritare un articolo a parte. Il primo è stato Faccianuvola, il secondo, Rareș. Sarà la semplicità con cui parla di situazioni complesse e dolorose, sarà che davvero forse il titolo di questo disco rappresenta un piccolo manifesto, ma Sincero! fin dal primo ascolto mi ha commossa. Ed evidentemente non solo me, visto il calore, la gioia e l’affetto con cui il pubblico a ogni data accoglie le canzoni portate live. È come se finalmente si potesse sciogliere la matassa di emozioni che senti dentro, e semplicemente cantarla. Come d’altronde lui stesso dice in “Credi”: Dopo il botto non rimane che la voglia di cantareHo parlato con lui di un po’ di tutto: dalla musica, l’amore, la sincerità e tutto ciò che ci gira intorno.Ti avevo scoperto nel 2023 quando ti ho visto per la prima volta al Bleech Festival. Mi ricordo che l’organizzatore, Riccardo Covelli, mi aveva detto: «Devi sentire Rares, perché questa è una persona che farà strada».In effetti il tuo live mi aveva lasciato a bocca aperta. Tre anni dopo ti ho rivisto sullo stesso palco e posso dire che la differenza che ho percepito è Femmina come qualcosa di forse più crudo, urgente, in Sincero! ho sentito un lavoro forse anche più su te stesso, sul tuo modo di comunicare agli altri le emozioni. Sono assolutamente d’accordo con te, nel senso che Femmina è effettivamente un disco più urgente, forse un po’ più arrabbiato anche. E mi fa sorridere il fatto che il tempo di lavorazione sia stato lo stesso: ci ho messo sempre tre anni, esattamente quanto per Sincero!. Però forse i punti di focus erano diversi, in Femmina stavo ancora cercando un modo di esprimermi e lo facevo anche tramite voci molto affettate, un po’ mischiando le lingue, un po’ farfugliando. Da lì credo di aver proprio spostato il focus, anche grazie a un’età anagrafica diversa, che secondo me ha sempre un ruolo fondamentale nel percorso, anche espressivo. Cambiando il punto da cui io guardavo le cose, c’è stata davvero la voglia di coinvolgere anche l’ascoltatore, di non tenerlo fuori, di non fare gatekeeping su ciò che provo. Una grande differenza con Femmina è stato anche l’artigianato coinvolto, cioè capire la forma anche in virtù di un ascolto. Fermarsi a dire: «Ok, questo materiale è materiale vivo, è materiale che continuerà a vivere prima di me, dopo di me e intorno a me. Ma è il mio ruolo raccontarlo». E quindi, nel capire questa prospettiva, si è accesa proprio una lampadina e mi è venuta voglia di capire come dirlo nella maniera più semplice possibile. Capire come confezionarlo insieme, soprattutto insieme a Novecento, Tobia della Puppa, che è la persona con cui lavoro da sempre.Quello che posso dirti è che si percepisce che sia effettivamente un disco molto più pop, nel senso che arriva molto più facilmente alle persone. E forse è anche il grande merito del riscontro che sta avendo questo disco, anche sul pubblico che ti sta seguendo tantissimo in queste date.Sì, forse è proprio questo: riuscire a porsi magari più come osservatore delle proprie emozioni e riuscire a renderle fruibili un po’ a tutti quanti. Questo, secondo me, è il grande merito di Sincero!.(Rareș dal vivo, fotografato da Alessandro Del Bono; continua sotto)Il focus di Sincero! è, come hai già abbondantemente raccontato, la fine di una storia. Però quello che in realtà si percepisce subito dal primo ascolto è quasi come se fosse una raccolta di quelli che sono stati i momenti preziosi, che sembrano banali e ce ne si dimentica quando ci si lascia.C’è un bilanciamento tra quello che è il sentimento di malinconia, ma associato a “belle giornate” e piccoli, indimenticabili, momenti di gioia.Il disco è una grande raccolta di cose che io ho provato nella mia vita personale e cose che ho immaginato altre persone potessero provare. È come un album fotografico, di quelli vecchi, stampati, messi tutti insieme: foto vicino a foto. Scrivendo ho capito che, provando ciò che ho provato a livello emotivo e parlando con le persone intorno a me, in qualche modo l’universalità di alcune cose è molto comprovata: sono partito da un lavoro che sicuramente mi riguarda tantissimo, ma che poi si staglia nella mia vita e nella vita di altre persone e mi sono accorto che condividere serve da un lato perché aiuta a processare emozioni o percorsi più difficili, dall’altro è un modo di mettere via le cose, cristallizzarle per ricordarle per sempre. Questo bilanciamento che senti non è stato voluto, è stata una grande sorpresa anche per me. In qualche modo, la prima fase del lavoro è stato sicuramente di stampo emotivo. Successivamente alcune scelte sono state veramente diluite e intuite nel tempo: i colori, gli strumenti, le forme. La forma è stata un grande punto di domanda, perché alcune canzoni sono partite molto più vicine a Femmina, magari per i colori più elettronici, o perché mancavano dei ritornelli, mancavano dei punti di appoggio musicali, ma sono stati la casa base da cui partire con un ascolto e dove poter ritornare alla fine.Rareș – Pippo MoscatiA tal proposito ci sono featuring che ovviamente sono molto interessanti. Io adoro che tu abbia chiamato Gaia Morelli per Robina, perché è una ragazza che stimo tantissimo. È una delle mie canzoni preferite. Come hai scelto le tue collaborazioni? Io penso che fare musica sia una cosa molto, molto intima e quindi è molto più bello e facile farlo con persone che si stimano davvero e a cui si vuole del bene. Questo non vuol dire che non si può giocare, non si può suonare con persone che non si conoscono, anzi. Però io vedo un filo rosso soprattutto quando c’è di mezzo la canzone, la manifattura delle parole, la forma. Quindi sicuramente, in primis, per me queste persone qui dentro il disco sono questo tipo di persone: persone che stimo e persone a cui voglio bene. Gaia è stata forse la prima persona con cui ho voluto e alla quale ho proposto di esserci in questo disco. Mi spiace che non ci sia stato il tempo di scrivere, quindi è diventata solamente una parte corale, tra l’altro secondo me fondamentale, perché Robina è cantata al perfetto unisono. La canzone le piacque da subito ed era la cosa dove lei mi aveva detto, quasi un anno prima di vederla per poi fare la voce, eccetera: «È la canzone che mi piace di più. Se hai bisogno, io ci sono». E con gli altri percorsi sono stati più o meno analoghi, sia con Iako che con Faccianuvola e altrettanto con Giorgio Pesenti (OKGiorgio), con cui ho fatto L’amore è un’altra cosa. Sono persone che ho contattato sicuramente non in virtù di fare un disco, ma perché sono persone alle quali spesso, banalmente, chiedo come stanno. E cerchiamo di vederci anche solo per un saluto, un caffè, poi la musica è parte della loro vita quanto della mia, quindi è un dialogo sempre aperto.(Un altro intenso ritratto live di Alessandro Del Bono; continua sotto)A proposito di dialogo, quello che ho notato, e passami questa equiparazione tra il tuo disco e quello di Faccianuvola, è che, sotto alcuni punti di vista, avete fatto due dischi che sono diversi ma si parlano a vicenda. E, non lo so, è una domanda che vi faccio, così siete anche un po’ influenzati a vicenda, visto che vi conoscete? Sicuramente quello che posso dire è che il disco di Faccianuvola è una delle cose più belle successe alla musica italiana negli ultimi tempi, secondo me, è di una fattura altissima, e lo stimo enormemente. La prima volta che ci siamo visti lui venne a Varese, a un locale che si chiama Tu Mi Turbi, a vedermi. Era l’ultima data di Femmina, era l’inizio del 2024. Lui Femmina l’ha divorato, e io ero piuttosto incredulo di questa cosa. E poi, in maniera totalmente diversa, ci siamo incontrati un annetto dopo e abbiamo vicendevolmente ascoltato le nostre produzioni. Al primissimo ascolto del suo album, io mi commossi in studio, piansi, e queste cose succedono con pochi dischi, come sai. Quindi io quello che posso dire è sicuramente che ascoltare quel disco e parlare con lui, anche con gli altri, sono stati un punto di supporto fondamentale. Quindi sì, sicuramente il mio disco ha preso tanta di quella luce lì, in quel momento io ero in un posto un po’ difficile e questa persona e la sua musica mi hanno proprio dato tanta forza. Poi, come dici tu, i linguaggi sono diversi, però c’è tanto rispetto reciproco e sicuramente, perlomeno da parte mia, aver sentito quelle canzoni mentre stavo scrivendo il mio sicuramente ha fatto eco.Vorrei parlare del concetto che dà il titolo all’album. Perché secondo me è molto difficile essere sinceri, non tanto con gli altri quanto con se stessi. Sei riuscito a essere sincero con te stesso in questo disco, forse più degli altri, o sei sempre stato così e hai voluto semplicemente, come dire, affermarlo?Ti ringrazio per aver in qualche modo toccato un punto cardine, nel senso che, prima di relazionarsi agli altri, si ha il dovere e anche il diritto di mettersi in mostra di fronte a se stessi. E quindi è molto bello che si colga, come dici tu, che in qualche modo la sincerità del titolo fa molto riferimento al rapporto con sé piuttosto che al rapporto con gli altri. Nel momento della scrittura molto spesso si attraversa una crisi o c’è una necessità, c’è una cosa che fa scaturire il desiderio di stampare quel particolare momento o situazione in qualche modo, nel mio caso musicalmente. Quello che ti posso dire è che, in qualche modo, sia questo che anche tante altre cose che ho scritto prima sono per me un piccolo manifesto, un piccolo programma che mi porto, mi metto nel taschino e in qualche modo so che prima i poi mi aiuteranno. Confesso che in realtà il tempo di maturazione di questi pensieri va oltre il disco. Quindi quello che posso dirti è: so cosa Sincero! mi vuole e mi può insegnare; non so a che punto sono di questo percorso. So che è un disco molto più personale di quello che sembra, nonostante la voglia di condividerlo, e ti do assolutamente ragione sulla questione della sincerità. Non lo so, però. Prima o poi risponderò anche a me su questo fatto: quanto sono sincero e, soprattutto, quanto sono sincero con me stesso.Penso che sia un po’ un percorso di vita, alla fine.Esatto. Il tempo è sempre necessario.Giustamente ti sei preso secondo me il tempo, anche in questi anni di scrittura, e di conseguenza poi ci sarà il tempo di far sedimentare e di comprendere quello che probabilmente questo disco sta insegnando a noi e anche a te. E io immagino che in Sincero ci siano tanti momenti difficili, ma c’è anche un approccio secondo me molto maturo a quello che è il concetto di relazione e di amore. È molto, tra virgolette, decostruito, penso per esempio a Senza confini. Non so se si può approfondire questo percorso che hai fatto nel rapporto che hai con questo concetto di amore, di relazione.Certo, non lo faccio volentieri… [ride] Comunque hai citato un brano che per me è ancora molto difficile. In realtà tutto questo cantarlo, riproporlo live, è quasi una medicina: la cosa che era molto difficile in Femmina è che ciò che io esponevo era materiale probabilmente altrettanto difficile, però lo facevo con irresolutezza, con una mancata capacità di sciogliere i nodi. Invece quando canto le canzoni di Sincero mi sento di svolgere un piccolo rituale di conforto. E nonostante sia difficile a volte cantare brani, per esempio Senza confini è uno dei più intensi per me, soprattutto sul palco, sento che alla fine di tutto esco col sorriso. Ed è stato così anche fare questo disco e anche, forse, scriverlo. È stata la parte più difficile. Per tornare alla questione della relazione, della decostruzione, non l’ho mai vissuta in questi termini. Sono, come dicevo, cose che mi riguardano in prima persona o successe a persone vicine a me. C’era un po’ la voglia di scrivere la sintesi di queste ricerche sul rapporto amoroso in queste canzoni.Per esempio, restando su Senza confini, il «non siamo maschi, non siamo femmine» non ha mai voluto avere un tono programmatico. Non ha mai voluto attirare le orecchie di un certo tipo di pubblico: semplicemente sono delle cose che proprio ho provato sulla mia pelle, sulla mia carne. E quindi cantarle è estremamente giusto. E poi l’amore parte sempre da una percezione di sé e dell’altro che deve essere quanto possibile completa e matura. Quindi, in realtà, nonostante ci siano questi guizzi del tipo “ho trovato la soluzione”, i momenti in cui sembra che io abbia capito quello che deve succedere, che è tutto ok, in realtà la parte tragicomica è che magari non siamo maschi, non siamo femmine, ci vogliamo bene, facciamo l’amore, ma poi c’è tutta la landa di cose irrisolte alle quali mettere mano. Quindi sono felice che lo definisci decostruito. Spero lo sia davvero. Siamo tutti schiavi di schemi, di archetipi, di quello che facevano magari i genitori, quello che vorrei proporre in questo disco è sicuramente un amore quanto più puro, nella gioia e anche nel dolore, senza idealizzarlo troppo. Sincero.The post Rareș: la sincerità, l’amore e le canzoni come rituale di conforto appeared first on Soundwall.