Nel suo primo discorso sullo Stato dell’Unione, nel 2020, Ursula von der Leyen aveva insistito sul fatto che la leadership europea “non significa Europe First”. Sei anni dopo, il messaggio è è cambiato: “Il destino dell’Europa deve restare nelle mani degli europei”.Richiamando Charles Dickens e il suo “era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi”, von der Leyen ha sintetizzato bene la lettura che Bruxelles dà del momento attuale: un’epoca di discontinuità segnata da pandemia, guerra in Ucraina, crisi energetica, competizione con la Cina, sconvolgimento tecnologico, guerra cognitiva e relazioni internazionali che non possono più essere date per scontate. Molto di questo era prevedibile, la vera domanda era se l’Europa fosse pronta a passare dalla diagnosi all’attuazione.Tre priorità sono emerse, in gran parte attese.Primo, la competitività come fondamento della potenza europea. La diagnosi è nota: debole crescita della produttività, alti costi energetici, investimenti insufficienti, complessità normativa e, soprattutto, frammentazione. Le soluzioni con la ricetta Draghi-Letta, Mercato unico, meno burocrazia, capitali mobilitati, energia più economica, frenata però dall’esecuzione. A luglio 2026 solo il 15,7% delle 383 raccomandazioni Draghi risultava attuato.Secondo, sicurezza e difesa. L’Ucraina resta centrale e l’accento che si sposta dalla spesa nazionale alla capacità europea condivisa, attraverso un meccanismo simile all’Articolo 4 Nato, un “Protocollo di emergenza per la sicurezza” e un possibile Consiglio europeo di sicurezza. La direzione è chiara: un pilastro europeo più forte all’interno della Nato, sostenuto da capacità condivise e maggiore forza industriale, non semplicemente da aumenti frammentati della spesa nazionale.Terzo, tecnologia e intelligenza artificiale, dove il passaggio è dalla regolamentazione al finanziamento e allo sviluppo su scala, soprattutto dell’AI, con proposte anche sull’accesso dei più giovani ai social media. Il passaggio è dalla regolamentazione delle tecnologie emergenti al loro finanziamento, sviluppo su scala e applicazione, soprattutto dell’AI, trasformando la forza industriale europea in produttività e potere tecnologico. All’Europa non mancano strategie e strumenti. Le mancano velocità, scala ed esecuzione. In tutti e tre i casi, la diagnosi è nota: manca velocità, scala ed esecuzione.Accanto alle priorità attese, il discorso introduce però un linguaggio nuovo.Primo, il passaggio dall'”autonomia strategica” a una più esplicita indipendenza europea. Energia, tecnologia, capitali, difesa, minerali, frontiere e democrazia vengono ricondotti alla stessa logica. L’influenza si misura ormai nella capacità di produrre armamenti, garantire energia, assicurarsi materie prime, costruire capacità di calcolo e difendere lo spazio digitale. Le regole, da sole, non bastano. Serve potere per sostenerle.Secondo, economia e sicurezza si fondono, guerra cognitiva inclusa: energia, tecnologia, materie prime, capitale e commercio sono ormai politica di sicurezza, insieme a disinformazione e ingerenze, “i proxy e i burattini degli autoritarismi” che mettono alla prova l’unità europea dall’esterno e dall’interno. La Cina è il caso economico più chiaro, con un deficit commerciale di un miliardo di euro al giorno e una dipendenza dell’80-90% per minerali critici e terre rare, trattati come esposizione alla sicurezza.Terzo, il simbolismo costruito per le telecamere, sempre più vicino al modello americano. Il premier canadese Mark Carney in prima fila per l’apertura del Canada a “membro associato”, status privo di base giuridica nei trattati, più gesto politico che proposta concreta. Due giovani fondatori di una start-up di successo, una ginnasta ucraina che ha perso una gamba in un attacco russo, e le parole della madre di una quattordicenne belga morta suicida per cyberbullismo.Restano tre grandi divari tra ambizione e mezzi.Il primo è chi paga. Difesa, AI, reti energetiche, materie prime critiche e trasformazione industriale richiedono investimenti enormi, mentre i mercati dei capitali europei restano frammentati e le capacità fiscali nazionali molto diverse. Non c’è sovranità seria senza una risposta seria su come finanziarla.Il secondo è la volontà politica. L’Europa sa sempre meglio cosa vuole, ma resta da vedere se saprà decidere alla velocità della geopolitica. Completare il Mercato unico, costruire un vero mercato europeo della difesa e portare avanti l’allargamento richiedono scelte politiche e istituzionali difficili, e sempre più responsabilità dagli Stati membri.Il terzo è il silenzio transatlantico. Un discorso costruito sul linguaggio dell’indipendenza, sorprendentemente non menzionando gli Stati Uniti e la relazione transatlantica, nonostante resti centrale per la sicurezza e l’economia europee.Lo spostamento di fondo dell’Ue è profondo: da un modello costruito sulla sicurezza americana, sull’energia russa a basso costo, sull’espansione del commercio con la Cina e sulla globalizzazione basata su regole, verso una difesa europea più forte, indipendenza energetica, sicurezza economica, sovranità tecnologica, partenariati diversificati e un Mercato Unico più integrato. La narrazione strategica e la visione ci sono. La domanda resta: come trasformare l’ambizione europea in potere europeo.