L’Europa non negozia con la Cina. Sui pannelli solari la linea dura di Bruxelles

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Linea dura, durissima. L’Europa non fa sconti alla Cina, a tre settimane scarse dalla trasferta del commissario Maroš Šefčovič a Pechino. Obiettivo, tirare una prima riga sulla concorrenza decisamente sleale e forsennata del Dragone in Europa, costata finora alle industrie del Vecchio continente un deficit di 360 miliardi di euro. Si sa, la Cina produce tanto e vende a poco e questo assetto produttivo l’Europa non lo ha. Non ancora almeno. Basti guardare ai panelli solari, di cui l’ex Celeste Impero è fornitore mondiale. Fino a pochi mesi fa il 70% dei moduli installati era di fabbricazione cinese. Poi però, sull’onda del made in Europa e dei vari Act sfornati dall’Ue e farciti di made in Europe, il vento ha finalmente cominciato a girare. L’Europa ha cominciato a dare la priorità ai propri pannelli e a indirizzare gli incentivi ai produttori di moduli fotovoltaici europei.In Cina, dove sanno fin troppo bene che il Dragone non si può permettere di perdere il grip su uno spazio di mercato unico da quasi mezzo miliardi di individui, hanno cominciato a mettersi paura. Arrivando a chiedere una proroga della messa al bando della componentistica made in China presente sui pannelli installati in Ue. Ma, colpo di scena o forse no, niente da fare. La Commissione europea non prorogherà la scadenza del 1º novembre per l’eliminazione graduale degli inverter prodotti in Cina dai progetti energetici finanziati dall’Ue, nonostante le richieste di più tempo avanzate da Pechino e i suoi produttori. E, in realtà, anche dalle stesse imprese rinnovabili dell’Unione, non ancora pronte a una sostituzione in massa della componentistica a monte della catena del fotovoltaico.Le associazioni di categoria dell’Ue, infatti, speravano che Bruxelles rinviasse la scadenza, alla luce dei timori sulla disponibilità e sui costi delle alternative. E adesso? Adesso, dal 1º novembre, i progetti collegati, o in via di collegamento, alla rete elettrica dell’Ue dovranno escludere i fornitori ad alto rischio, dunque quelli cinesi, oppure passare progressivamente a inverter di fornitori considerati non ad alto rischio, dunque europei. Il percorso è però coerente, una volta tanto. All’inizio di quest’anno, l’esecutivo dell’Ue ha infatti adottato orientamenti politici provvisori che limitano l’uso dei fondi europei per i progetti di energia pulita, in particolare solare, eolico e sistemi di accumulo, che si basano su inverter forniti da operatori ad alto rischio, cioè aziende cinesi come Huawei. Tradotto, niente soldi a chi monta pannelli cinesi.Il provvedimento è stato motivato da timori legati alla cybersicurezza, in particolare dal rischio che i produttori possano accedere da remoto e manipolare gli inverter, destabilizzando le reti elettriche e provocando blackout. E comunque, un mercato degli inverter alternativo alla Cina esiste, almeno secondo Bruxelles. La Commissione, dal canto suo, sostiene infatti che esista già una fornitura terza e affidabile di inverter non cinesi e che il prezzo da pagare per garantire la sicurezza delle infrastrutture energetiche europee sia tutto sommato contenuto. Adesso la palla passa a Maroš Šefčovič che tra tre settimane volerà a Pechino. Giorno meno, giorno più.