NEW YORK — Sul calendario dei lavori, al Palazzo di Vetro, il nome è ancora quello: Abdel Fattah al-Burhan, Sudan, giovedì 24 settembre. Ma dietro la targhetta della delegazione sudanese oggi non siederà il generale che governa il Paese dal 2019. Il visto non è arrivato, l’aereo non è partito e nessun rifiuto formale gli è mai stato notificato. Al microfono, al suo posto, salirà il ministro degli Esteri Mohieldin Salem.Washington ha trattenuto il visto d’ingresso al presidente del Consiglio sovrano di transizione e comandante delle Forze armate sudanesi, legandolo a una condizione: la firma di una tregua di 90 giorni con i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf), proposta da Massad Boulos, consigliere senior della Casa Bianca per gli affari arabi e africani. Lo riferisce Reuters, che cita una fonte diplomatica sudanese e un analista occidentale vicino a funzionari dei due Paesi; AFP ha avuto la stessa ricostruzione da due diplomatici. Al-Burhan ha detto no e ha rinviato il viaggio. «Rifiuta questo approccio prendere-o-lasciare, ogni proposta è soggetta a suggerimenti e modifiche», spiega la fonte sudanese. Dall’inizio della guerra il generale aveva parlato due volte dal podio di New York, chiedendo di dichiarare le Rsf organizzazione terroristica; l’anno scorso aveva mandato il primo ministro di transizione Kamil Idris. Quest’anno la scelta non è stata sua.Il Dipartimento di Stato non ha voluto commentare il visto. Martedì, però, il portavoce Tommy Pigott aveva fissato la cornice: né l’esercito né le Rsf «né i loro rispettivi leader rappresentano un governo legittimo e costituzionale per il Sudan»; gli Stati Uniti intendono «alzare il costo del conflitto per tutti i belligeranti» e «il presidente Trump è pronto a lavorare con chiunque sia un partner serio per la pace». Il passaporto senza timbro è il primo di quei costi, e il generale è il primo a pagarlo. Le Rsf non hanno commentato.La lettera a GuterresIl 21 settembre l’ambasciatore sudanese all’Onu, Al-Harith Idriss Al-Harith, ha scritto al segretario generale António Guterres chiedendo un «intervento immediato» presso le autorità americane: «Se questa situazione persistesse, impedirebbe di fatto al capo di Stato di uno Stato membro delle Nazioni Unite di partecipare in persona ai lavori dell’Assemblea generale». Perché il Sudan invoca un accordo del 1947? Perché l’Accordo sulla sede, firmato allora tra l’Onu e gli Stati Uniti, obbliga il Paese ospitante a non ostacolare l’accesso al Palazzo di Vetro ai rappresentanti degli Stati membri, graditi o meno. Guterres si è detto «profondamente preoccupato» e, tramite il portavoce Stéphane Dujarric, ha esortato Washington «a garantire che il visto sia rilasciato in conformità con gli obblighi previsti dall’accordo sulla sede». Il caso non è isolato — in questa stessa sessione sono rimasti fuori il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas e parte della delegazione iraniana.A Port Sudan, sul Mar Rosso, dove il governo dell’esercito si è trasferito con la guerra, il ministero degli Esteri ha risposto mercoledì invitando gli Usa a un impegno «positivo»: ogni iniziativa di pace deve «essere fondata sul rispetto della sovranità, dell’unità, dell’integrità territoriale del Sudan e delle legittime istituzioni nazionali». Sui social, attivisti e giornalisti sudanesi parlano di «pressione politica»: il giornalista Diaa Al-Din Bilal, in un video su X, sostiene che tenere al-Burhan lontano da New York non lo piegherà e potrebbe anzi renderlo più popolare; altri utenti ricordano il visto concesso a Benjamin Netanyahu, ricercato dalla Corte penale internazionale.Sul merito, il generale non ha cambiato linea. Il suo governo sostiene che una tregua senza il ritiro delle Rsf dalle città occupate darebbe ai paramilitari il tempo di riorganizzarsi; le riserve erano state messe per iscritto già a luglio, quando Washington chiedeva un cessate il fuoco senza precondizioni. Al-Burhan le ha ripetute il 21 settembre sulla rivista americana Foreign Policy: una pace dettata dall’esterno non dura. Il piano Boulos discende dalla dichiarazione congiunta del 2025 di Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati ed Egitto — corridoi umanitari, protezione dei civili, poi cessate il fuoco permanente, transizione civile ed elezioni — e arriva mentre, sul terreno, l’esercito ha fermato l’avanzata delle Rsf dopo un anno di sconfitte.La guerra tra al-Burhan e Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, capo delle Rsf (alleati nel colpo di Stato del 2021 contro i civili, oggi entrambi sotto sanzioni Usa e accusati di crimini di guerra) è cominciata il 15 aprile 2023 e ha fatto oltre 200.000 morti secondo le stime degli operatori umanitari. Nel solo Kordofan, ad agosto, altri 200.000 sfollati. Oggi dal podio parlerà il ministro Salem, come nel 2025 fece Idris: per il secondo anno di fila la voce del Sudan a New York non è quella dell’uomo che lo comanda.