AGI - La domesticazione del fico potrebbe non essere partita da un unico centro nel Levante, per poi diffondersi nel resto del Mediterraneo: popolazioni coltivate e spontanee mostrano caratteristiche genetiche regionali compatibili con ripetuti processi di selezione locale e con continui scambi genetici tra frutteti e alberi non coltivati.È quanto emerge da uno studio internazionale coordinato da ricercatori dell'Università di Montpellier, con la partecipazione di istituzioni francesi e di gruppi di ricerca degli Emirati Arabi Uniti, del Marocco e del Libano, pubblicato sulla rivista Horticulture Research. La ricerca su 949 campioniIl gruppo ha analizzato 949 campioni di fico raccolti in 48 località di 14 Paesi, individuando tre principali gruppi genetici del fico comune: Marocco-Algeria, Mediterraneo settentrionale e Levante. La ricostruzione della domesticazione degli alberi da frutto è più complessa di quella delle colture annuali. Gli alberi vivono per decenni, possono essere propagati per via clonale e continuano a scambiare polline e semi con popolazioni spontanee o naturalizzate presenti nelle vicinanze. Nel caso del fico comune, noto come Ficus carica, la storia è resa ancora più articolata dalla sua antica associazione con l'agricoltura del Levante e dalla presenza di resti fossili di piante simili al fico in Francia e in Italia, risalenti a decine di migliaia di anni prima della comparsa dell'agricoltura.Individuati tre gruppi geneticiPer verificare se la diversità genetica dei fichi mediterranei fosse riconducibile a un'unica origine orientale, oppure a processi di domesticazione avvenuti in regioni differenti, i ricercatori hanno confrontato piante coltivate e spontanee provenienti dal Mediterraneo e dal Vicino Oriente. Il campionamento comprendeva 884 esemplari di fico comune, 27 alberi di Ficus colchica e 38 di Ficus carica sottospecie rupestris. I campioni erano stati raccolti tra il 1985 e il 1989: secondo gli autori, questa collezione offre una testimonianza storica della diversità genetica precedente ai più recenti processi di omogeneizzazione legati alla diffusione delle stesse varietà propagate per clonazione. Il gruppo ha esaminato ciascun campione utilizzando 14 marcatori genetici nucleari, combinando diverse tecniche statistiche per ricostruire le relazioni tra le popolazioni e la distribuzione geografica della loro variabilità.Le analisi hanno individuato in modo coerente tre gruppi genetici principali del fico comune, associati rispettivamente a Marocco, Algeria, bacino settentrionale del Mediterraneo e Levante. Quest'ultimo è risultato il più differenziato, mentre i gruppi nordafricano e nord-Mediterraneo hanno mostrato una maggiore continuità genetica lungo un gradiente geografico da est verso ovest. Un risultato centrale riguarda il rapporto tra fichi coltivati e spontanei. Gli alberi dei frutteti non formano un gruppo genetico distinto dalle piante non coltivate, ma tendono invece a raggrupparsi con gli esemplari spontanei della stessa regione. Questo schema è compatibile con una storia nella quale le comunità umane hanno selezionato e propagato ripetutamente alberi già presenti nei territori circostanti, mantenendo al tempo stesso contatti genetici tra le piante coltivate e quelle cresciute al di fuori dei frutteti.La diffusione del ficoSecondo l'interpretazione degli autori, gli agricoltori potrebbero aver protetto, curato e moltiplicato fichi locali che crescevano vicino agli insediamenti, ai corsi d'acqua e alle aree coltivate. Lo scambio di polline e semi, favorito anche dagli animali e dalle attività umane, avrebbe contribuito a mantenere una continuità genetica tra le diverse popolazioni di fico. I risultati sostengono quindi uno scenario di selezioni regionali ripetute e di persistenti scambi genetici, piuttosto che una diffusione riconducibile esclusivamente a una singola ondata partita dalla Mezzaluna Fertile. Le popolazioni spontanee del Marocco-Algeria e del Levante conservano inoltre varianti genetiche caratteristiche delle rispettive regioni. La linea rupestris è risultata nettamente distinta dalle altre e ha mostrato la maggiore ricchezza complessiva di varianti genetiche tra quelle esaminate.Gli autori precisano tuttavia che saranno necessarie analisi estese all'intero genoma per chiarirne lo status tassonomico e definire con maggiore precisione i rapporti evolutivi tra le diverse linee. La ricerca non individua direttamente il luogo e il momento in cui ciascun processo di domesticazione sarebbe avvenuto. La struttura genetica osservata è coerente con una selezione locale ripetuta, ma per distinguere in modo più preciso gli scenari storici serviranno campionamenti più fitti, sequenziamenti genomici completi e modelli demografici capaci di ricostruire i cambiamenti delle popolazioni nel tempo. I risultati hanno anche implicazioni per la conservazione della biodiversità agricola. Le varietà tradizionali e le popolazioni spontanee custodiscono storie evolutive regionali che, secondo gli autori, rischiano di non essere rappresentate da un numero ristretto di cultivar diffuse su larga scala.Il futuro del fico mediterraneoLa protezione delle popolazioni nei loro ambienti naturali, insieme alla conservazione delle varietà locali in collezioni dedicate, potrebbe mantenere disponibile una diversità genetica utile ai futuri programmi di miglioramento del fico. In particolare, i ricercatori indicano la possibilità di studiare nelle popolazioni regionali caratteristiche associate alla tolleranza alla siccità, alla resistenza alle malattie e alla qualità dei frutti. Lo studio non identifica ancora specifici geni capaci di conferire questi vantaggi, ma fornisce una mappa della diversità sulla quale impostare ulteriori ricerche. Le differenze genetiche regionali potrebbero inoltre contribuire alla caratterizzazione dell'origine geografica dei prodotti locali. La storia del fico mediterraneo che emerge dall'analisi non è dunque quella di una semplice separazione tra un antenato selvatico e una varietà coltivata, seguita dalla diffusione di quest'ultima. È una storia potenzialmente composta da più processi di selezione, avvenuti in territori differenti e accompagnati da scambi continui tra alberi coltivati e spontanei. Verificare nel dettaglio questa ricostruzione sarà il compito delle prossime indagini genomiche.