Trump blocca 14 miliardi di armi per Taiwan alla vigilia della visita di Xi: «Sono una fiche negoziale»

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NEW YORK — «Trump firmerà?». Da maggio la domanda gira fra Taipei, Washington e Pechino, e alla vigilia della visita di Xi Jinping negli Stati Uniti non ha risposta. Sulla scrivania del presidente americano restano fermi 14 miliardi di dollari di vendite militari a Taiwan — missili, sistemi anti-drone, difesa aerea — mai notificati. Dopo il vertice di Pechino di maggio Trump lo aveva detto senza giri: «È un’ottima fiche negoziale per noi, francamente». E al rientro: «La tengo in sospeso, dipende dalla Cina».Ora la Cina viene a incassare. Xi sarà a Washington da domani al 25 settembre (prima visita di Stato cinese nella capitale americana dal 2015), con bilaterale e cena di Stato giovedì 24. Secondo il New York Times il suo obiettivo principale è che quelle vendite restino congelate. «C’è un solo tema che può far crollare del tutto i rapporti o farli esplodere in conflitto, ed è Taiwan», dice al quotidiano Xin Qiang, direttore del Centro studi su Taiwan dell’Università Fudan di Shanghai: «chiedere un ulteriore rinvio può essere la questione più importante».Fino a quando? Il South China Morning Post di Hong Kong ha scritto sabato, citando più fonti, che Washington valuta di rinviare ogni annuncio a dopo il vertice dell’Apec di Shenzhen, in novembre, con «forte possibilità» di slittare a fine anno; funzionari cinesi avrebbero chiesto di non annunciare nulla prima della visita e Trump avrebbe preso in considerazione un congelamento fino al gennaio 2029, trovando resistenze nella sua stessa amministrazione. Pechino non conferma: il portavoce degli Esteri Guo Jiakun ha parlato lunedì di «approfondito scambio di vedute» e di due viaggi in sei mesi dal «significato storico», senza una parola sulle armi.Ottantuno mesi per 108 carriMa le armi già firmate arrivano? L’arretrato di consegne americane a Taiwan sfiora i 30 miliardi di dollari (29,72 a fine aprile, secondo il Taiwan Security Monitor della George Mason University). I 108 carri Abrams ordinati nel 2019 sono arrivati in 81 mesi, gli ultimi in aprile; i 66 caccia F-16 Block 70 dello stesso anno — 8,2 miliardi — non sono ancora decollati, tanto che il premier taiwanese Cho Jung-tai non esclude «azioni legali» contro la Lockheed Martin. Perché? Per i limiti produttivi dell’industria americana; il vice segretario alla Marina facente funzioni aggiunge che le scorte servono alla guerra con l’Iran.E che cosa ottiene Taipei per la sua pazienza? Il viceministro degli Esteri Chen Ming-chi, responsabile dei rapporti con gli Usa, ricorda che l’isola ha superato la Cina come terzo fornitore delle importazioni americane, grazie ai semiconduttori, ed è «probabilmente il partner più collaborativo al mondo su dazi e investimenti». «I nostri amici nel governo americano capiscono quanto siano vitali le vendite di armi per la difesa di Taiwan», dice. Il ministro della Difesa Wellington Koo allude al numero crescente di «insegnanti di inglese americani» — l’eufemismo per i militari Usa — e consiglieri americani hanno seguito le esercitazioni Han Kuang di agosto. Il capo del Pentagono Pete Hegseth, però, nei discorsi pubblici Taiwan non la nomina.La partita vera non si gioca sui missili ma sul calendario: ogni rinvio è una concessione che a Trump non costa una firma. Ryan Hass, ex responsabile per la Cina del Consiglio di sicurezza nazionale e oggi alla Brookings, centro studi di Washington, la legge così: Pechino «cerca di allungare il processo per guadagnare terreno più in fretta di quanto Taiwan acquisisca capacità», e l’attesa «tradisce una chiara preferenza di Trump perché Taiwan non diventi un ostacolo alle sue ambizioni sulla Cina».La Casa Bianca ha confermato l’incontro senza dettagli d’agenda e non ha risposto sul blocco delle forniture. Sul tavolo di giovedì c’è anche la tregua commerciale in scadenza il 10 novembre — la preparatoria di domenica a New York fra il segretario al Tesoro Scott Bessent, il rappresentante per il Commercio Jamieson Greer e il vicepremier He Lifeng non ha prodotto svolte — e la richiesta di Trump a Pechino di premere sull’Iran per riaprire lo Stretto di Hormuz, bloccato da febbraio. Dal Congresso il repubblicano John Moolenaar, presidente della commissione della Camera sulla competizione con il Partito comunista cinese, ha chiesto venerdì al presidente di respingere le richieste cinesi.A Taipei intanto il presidente Lai Ching-te preme per un bilancio speciale da 800 miliardi di dollari taiwanesi, circa 25 miliardi di dollari, che l’opposizione tiene fermo in parlamento. «Con un’amministrazione così verticistica», osserva Laura Rosenberger, ex funzionaria dell’amministrazione Biden, Taiwan fatica «a capire e a influire». Giovedì saprà almeno se le sue armi sono ancora una fiche.