Quando la diplomazia diventa palcoscenico della cancellazione della storia

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C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel destino della storia nell’Azerbaigian di oggi: persino uno storico azero in esilio può diventare imputato per aver messo in discussione la narrazione ufficiale.Altay Goyushov, storico e accademico azero, oggi residente in Francia, è stato condannato in contumacia da un tribunale di Baku, nel febbraio 2026, a sei anni di carcere. Da anni critica il sistema politico azero e l’uso della storia da parte del regime di Aliyev, denunciando una ricerca storica sempre più subordinata all’ideologia ufficiale.È questo il contesto in cui leggere ciò che è accaduto, pochi giorni fa, a Gandzasar.L’11 e il 12 settembre 2026, circa 150 rappresentanti del corpo diplomatico di 58 Paesi e di nove organizzazioni internazionali hanno attraversato il Nagorno-Karabakh (Artsakh) e le aree circostanti sotto controllo azero. La delegazione era accompagnata da Hikmet Hajiyev, consigliere per la politica estera del dittatore Ilham Aliyev. Tra le tappe, Gandzasar e Dadivank.Non è stato mostrato loro soltanto un monumento. È stata mostrata loro una versione della storia. E a Gandzasar questa differenza è diventata impossibile da ignorare.Una visita diplomatica attraverso una terra svuotata.La visita di settembre arriva tre anni dopo l’operazione militare azera del settembre 2023, che portò alla fuga verso l’Armenia di oltre 100.000 armeni del Nagorno-Karabakh, praticamente l’intera popolazione autoctona armena della regione.Organizzazioni armene e internazionali per i diritti umani hanno descritto quell’esodo come pulizia etnica; facendo riferimento alle definizioni e agli elementi costitutivi del termine, si è parlato anche di genocidio. Baku respinge entrambe le qualificazioni e presenta l’operazione del settembre 2023 come il ripristino della sovranità azera, ottenuto con la forza.Per decenni, il Gruppo di Minsk dell’OSCE aveva ribadito che non esisteva una soluzione militare al conflitto e che la via da perseguire era quella negoziale.Oggi il paradosso è brutale: ciò che la diplomazia internazionale aveva cercato per decenni di evitare, cioè la soluzione del conflitto attraverso la forza e lo svuotamento di una regione storicamente armena, viene presentato dalla narrazione ufficiale di Baku come una vittoria politica, celebrata e persino esibita davanti ai diplomatici stranieri.La visita non è stata soltanto un viaggio attraverso un territorio trasformato dalla guerra. È stata una messa in scena accuratamente organizzata di ciò che la forza ha prodotto, con la comunità internazionale invitata non semplicemente a vedere il risultato, ma a riconoscerlo come normale.In una lettera aperta del 14 settembre, il Comitato per la difesa dei diritti fondamentali del popolo dell’Artsakh ha avvertito che i diplomatici rischiavano di diventare “comparse” nella ricerca di un riconoscimento internazionale delle conseguenze dell’esodo, sottolineando l’assurdità di mostrare case senza proprietari e chiese senza fedeli.La negazione della storia e la complicità autoinflitta dell’Europa.Il pericolo è trattare il patrimonio cristiano armeno come un semplice pezzo di territorio passato da una sovranità all’altra. Non lo è. Gandzasar e Dadivank, come altri monumenti della cultura cristiana armena, sono architettura, epigrafia, storia religiosa: iscrizioni, khachkar, sculture, tradizione manoscritta e liturgica appartengono al patrimonio del cristianesimo armeno e, attraverso di esso, a quello universale.E qui la scena di Gandzasar assume qualcosa di surreale. Un ricco patrimonio di iscrizioni medievali in Grabar è ancora inciso nella pietra, nella lingua dei fondatori del monastero. Tuttavia, l’attenzione dei diplomatici viene appositamente spostata su una moderna riproduzione contenente pagine bianche, tratta dalla collezione manoscritta dell’Artsakh e preparata anni prima dell’invasione azera dagli esperti del Matenadaran per un’esposizione a Gandzasar.Le iscrizioni in armeno classico incise nella pietra risalgono, difatti, a secoli prima che esistesse lo Stato azero, nato sotto Stalin e battezzato con il nome preso in prestito dalla provincia iraniana dell’Azerbaigian.Ma a parlare è anche la storiografia armena medievale. Il grande storico del XIII secolo Kirakos Gandzaketsi, nella sua Storia degli Armeni, descrive Hasan Jalal, principe di Khachen e dell’Artsakh e promotore della costruzione di Gandzasar, con parole difficilmente conciliabili con la narrazione oggi proposta ai diplomatici:«…il grande principe di Khachen e delle regioni dell’Artsakh, Hasan, che chiamavano affettuosamente Jalal, uomo pio, timorato di Dio e modesto, armeno per stirpe».(մեծ իշխանն Խաչենոյ եւ կողմանցն Արցախու Հասան, զոր Ջալալն կոչէին գգուանօք, այր աստուածապաշտ եւ երկիւղած, եւ պարկեշտ հայ ազգաւ).Il complesso di Gandzasar fu costruito tra il 1216 e il 1238 per iniziativa di Hasan Jalal e consacrato nel 1240.Durante la visita, Hajiyev ha presentato Gandzasar e Dadivank come parte del patrimonio cristiano della cosiddetta, tormentata e fin troppo abusata “antica Albania caucasica”, descrivendo Hasan Jalal come un sovrano albanese.Non è dunque una semplice disputa terminologica. È la questione di chi abbia il diritto di raccontare un monumento dopo che il popolo che lo ha costruito, abitato e venerato è stato costretto ad andarsene.La Santa Sede di Etchmiadzin ha condannato la presentazione di Hajiyev, denunciando la negazione dell’identità armena di Gandzasar e Dadivank e il coinvolgimento di diplomatici stranieri nella diffusione di quella che definisce una falsificazione storica.Anche Sua Santità Aram I ha reagito con durezza, parlando di “profondo dolore e indignazione” davanti alle immagini di Shushi e dei monumenti armeni presentati come albanesi.Ma la questione non riguarda soltanto la memoria. Riguarda anche gli armeni detenuti in Azerbaigian. L’avvocata per i diritti umani Siranush Sahakyan ha denunciato presunti casi di tortura, riferendo che ad alcuni prigionieri sarebbero state bruciate dalla pelle le croci tatuate sul corpo. Il rapporto 2026 della US Commission on International Religious Freedom (USCIRF) riferisce anch’esso della cancellazione mediante ustioni dei tatuaggi a forma di croce sui prigionieri cristiani armeni detenuti in Azerbaigian.Ed è qui che la scena assume un significato ancora più inquietante: chiese svuotate dei loro fedeli vengono presentate come patrimonio non armeno, mentre prigionieri armeni che portano sul corpo gli stessi simboli cristiani sarebbero stati sottoposti alla loro rimozione mediante ustioni.Il 12 settembre non è una data qualsiasi.La coincidenza è difficile da considerare neutra. Il 12 settembre 2022, l’Azerbaigian lanciò un’ampia offensiva contro l’Armenia. Human Rights Watch ha autenticato video che mostrerebbero l’esecuzione extragiudiziale di almeno sette prigionieri di guerra armeni, qualificandola come crimine di guerra; altre immagini documentarono torture, abusi e mutilazioni, fra cui il caso della militare Anush Apetyan.Chiusa la tappa di Gandzasar, con Hajiyev nei panni di guida turistica ed esperto di “prove” delle presunte falsificazioni armene, il gruppo accolto dalla dittatura di Aliyev arriva a Shushi. Si pubblicano le immagini con i soliti diplomatici stranieri, fra cui la rappresentante speciale dell’UE Magdalena Grono, sorridenti e partecipi di una celebrazione organizzata dalle autorità azere, nella stessa città da cui la popolazione armena è stata espulsa.La giustapposizione è brutale: una data di lutto, una città svuotata dei suoi armeni, una chiesa sottoposta a una narrazione storica contestata e rappresentanti internazionali che celebrano accanto alle autorità che oggi controllano quel patrimonio.La diplomazia della normalizzazione.Il regime di Baku continua, di fatto, la guerra contro l’Armenia e contro ogni traccia di armenità: negli archivi, nei musei, nei monumenti, nei libri di scuola, nei cimiteri, nelle fotografie. È il suo modo di autoidentificarsi e consolidarsi, dentro una crisi identitaria che dura da decenni.Dopo il 2020, l’Azerbaigian ha portato sempre più spesso giornalisti, influencer e visitatori stranieri nei territori passati sotto il suo controllo, costruendo una rappresentazione fatta di “vittoria”, “ricostruzione” e “nuova identità della regione”.La visita descritta sopra segue la stessa logica. La questione, dunque, non è che quei diplomatici abbiano visitato l’Artsakh. È ciò che hanno visto e il modo in cui è stato loro raccontato, in una terra strappata alla sua popolazione armena autoctona: monumenti religiosi armeni presentati attraverso una narrazione storica contestata e questioni ancora aperte sull’accesso indipendente e sulla verifica internazionale sul posto.In questo contesto, qualsiasi visita diplomatica in Artsakh rischia di trasformarsi in una normalizzazione internazionale dei risultati della pulizia etnica.