Venezuela, la presidente ad interim Delcy Rodríguez sblocca 17 siti d’informazione censurati da Maduro: 188 restano oscurati

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CARACAS — I siti tornano a caricarsi. Da nove giorni in Venezuela si leggono di nuovo El Pitazo, Efecto Cocuyo, Runrunes, l’agenzia spagnola EFE. Li aveva oscurati il governo di Nicolás Maduro; li ha riaperti quello della sua ex vicepresidente Delcy Rodríguez, presidente ad interim dal 5 gennaio. Ma è un’apertura a metà, non una riapertura: per ogni testata sbloccata ne restano oscurate una decina.I numeri li tiene Ve Sin Filtro, l’osservatorio venezuelano che misura la censura in rete: 17 siti di nuovo raggiungibili dopo l’annuncio di Conatel, l’autorità delle telecomunicazioni (l’Agcom venezuelana), che la sera del 17 settembre ha parlato di «ripristino formale dell’accesso a varie piattaforme digitali e testate nazionali e internazionali», riferisce AFP. Almeno 188 siti restano bloccati, 79 dei quali sono giornali. Espacio Público, ong per la libertà di stampa, nel rapporto del 21 settembre conta 20 portali liberati, 50 ancora chiusi e 27 filtrati a intermittenza. Restano irraggiungibili El Nacional, La Patilla, TalCual, le tv online VPItv e NTN24 e Armando.info, il principale sito d’inchieste del Paese. Lo schema, osserva Espacio Público, è netto: passano i quotidiani generalisti, non chi indaga e non le ong.Perché proprio adesso? Perché il 17 settembre, lo stesso giorno dell’annuncio, a Caracas si è aperto il secondo round dei colloqui tra governo e opposizione patrocinati da Washington, e la libertà di espressione era all’ordine del giorno. Ai due lati del tavolo siedono Dinorah Figuera per l’opposizione e Jorge Rodríguez, presidente dell’Assemblea nazionale — il parlamento — e fratello della presidente ad interim. Il viceministro della Comunicazione Gustavo Villapol ha spiegato che la misura serve a «porre fine alla polarizzazione». Figuera ha risposto su X: «È un primo passo. Mancano ancora testate, devono tornare tutte, in modo pieno e permanente».Il copione dei detenutiPer capire bisogna tornare al 3 gennaio, quando le forze americane hanno catturato Maduro. Da allora il Venezuela vive una transizione senza data: Donald Trump ha escluso elezioni a breve e il potere è passato a Delcy Rodríguez, che negozia con l’opposizione sotto regia americana e con la pressione militare statunitense nei Caraibi. Il primo round di colloqui, chiuso il 12 agosto, non citava nemmeno i prigionieri: parlava di fondi congelati all’estero per la ricostruzione dopo i terremoti di giugno (oltre 6.300 morti) e di riforma della magistratura. Due giorni dopo, il 14 agosto, 131 detenuti sono usciti dal carcere con «misure alternative alla detenzione», tra abbracci davanti al penitenziario di El Rodeo I a Guatire, 50 chilometri a est della capitale. Il segretario di Stato Marco Rubio ha parlato di «un passo cruciale per il processo di riconciliazione del Paese» e ha contato 1.046 rilasci dal 3 gennaio. Foro Penal, l’ong che tiene il registro dei detenuti politici, ne contava ancora 328 a fine agosto.È a quel copione che guardano i critici dello sblocco. Il giornalista Bátiz, citato da Caracas Chronicles, vede nella riapertura selettiva la stessa tattica usata con i prigionieri: «dividere e far capire che se vogliono possono rifarlo», con un occhio al viaggio di Rodríguez a New York per l’Assemblea generale dell’Onu e all’incontro con Trump. Il destinatario dell’apertura, del resto, più che il lettore di Caracas è il tavolo con Washington, che ha messo la libertà di espressione tra i punti da discutere.Intanto, lo stesso 17 settembre, a Barquisimeto, nel nord-ovest del Paese, gli agenti del Sebin — i servizi segreti interni — hanno arrestato Javier Oropeza, ex sindaco d’opposizione rientrato dopo due anni di esilio. Il governo non ha reso note le accuse. Ve Sin Filtro segnala ostacoli persino all’accesso al proprio sito.Lo sblocco non risolve il nodo di chi quel giornalismo lo fa. Rory Branker, redattore capo de La Patilla, è uscito dal carcere dopo 11 mesi e 15 giorni; la sua testata resta oscurata. E l’oppositore Juan Pablo Guanipa, che ad agosto aveva definito ogni ritorno a casa «un sollievo immenso», continua a chiedere la liberazione di tutti «senza eccezioni, senza ritardi».