RIAD — Due missili balistici, due droni, una notte di sirene. Alle 4 del mattino (le 3 in Italia) il portavoce della coalizione a guida saudita che combatte in Yemen, il generale Turki al-Maliki, ha scritto su X che due droni diretti sull’area di Riad erano stati «intercettati e distrutti»; mezz’ora dopo ha annunciato l’abbattimento di un missile balistico su Khamis Mushait, città del sud-ovest sede di una grande base aerea. Il bilancio completo, riferito da Reuters in prima mattinata, parla di due missili e due droni lanciati dagli Houthi, i ribelli yemeniti sostenuti dall’Iran. Nessun altro dettaglio.La capitale saudita torna così nel mirino a una settimana dal primo attacco sulla città, il 19 settembre, mentre il regno prova ad attivare per la prima volta il patto di difesa collettiva firmato alla Mecca con i Paesi islamici. Gli Houthi non smentiscono, rilanciano. «Nonostante forza, portata e impatto dell’operazione, le nostre forze armate la considerano solo una prova su piccola scala di un’escalation totale», ha detto sabato Hezam al-Asad, membro dell’ufficio politico del movimento.Nella ricostruzione qualcosa non torna. La protezione civile saudita aveva diramato nella notte allerte per Khamis Mushait e per Abha, altra città del sud-ovest, non per Riad: dei droni sulla capitale si è saputo solo dal post del portavoce. E sugli effetti dei lanci le due versioni non si toccano. Il portavoce militare degli Houthi, il generale Yahya Saree, sostiene che le operazioni di giovedì 24 — missili balistici, da crociera e droni — abbiano centrato «un obiettivo sensibile» a Riad e impianti della compagnia petrolifera statale Aramco a Yanbu; la versione, diffusa dalla tv degli Houthi al-Masirah e ripresa dall’agenzia statale russa Tass, parla anche di 1.018 raid sauditi sullo Yemen dall’inizio dell’escalation. Da Riad nessuna conferma di danni; Aramco non ha risposto alle richieste di commento.Teheran, indicata da Riad come sponsor dei ribelli, prende le distanze. «Gli Houthi sono responsabili delle proprie azioni. Non prendono ordini da noi», ha detto il presidente iraniano Masoud Pezeshkian a Fox News. Intanto gli intercettori sauditi funzionano — giovedì avevano fermato sei missili balistici, con l’allerta estesa a Gedda e alla Mecca — ma il regno è costretto a rialzarli ogni notte, e la scelta di quando e dove non è sua.Yanbu e il patto della MeccaPerché la Francia manda soldati proprio a Yanbu? Perché è la valvola di sicurezza del petrolio saudita: il principale terminale di esportazione del greggio sul Mar Rosso, capolinea dell’oleodotto Est-Ovest che può portare fino a 7 milioni di barili al giorno aggirando lo stretto di Bab el-Mandeb, oggi sotto controllo Houthi. Colpito da droni il 13 settembre, l’impianto era appena tornato operativo. Emmanuel Macron, giovedì sera a TF1 e France 2, ha promesso «soldati, radar e sistemi di difesa», «non per farci coinvolgere in un conflitto, ma per proteggere il sito».Sull’altro fronte il regno cerca alleati in armi. I ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Pakistan e Turchia si sono visti giovedì per convocare una riunione «urgente» dei capi di stato maggiore nel quadro dell’Accordo di difesa congiunta della Mecca, il patto per cui un attacco a uno è un attacco a tutti, mai attivato finora. Sabato all’alba il ministro della Difesa saudita, il principe Khalid bin Salman, ha detto di avere confermato con il capo dell’esercito pachistano Asim Munir, in visita a Riad, gli sforzi congiunti dei due Paesi. Il gran mufti, massima autorità religiosa del regno, ha esortato i soldati a essere pronti a morire combattendo gli Houthi, secondo l’agenzia di stampa statale saudita.Il grande assente è Washington. Secondo una fonte diplomatica regionale citata dalla CNN, gli appelli sauditi per raid americani sulle postazioni Houthi sono finora rimasti senza risposta; il ministro degli Esteri, il principe Faisal bin Farhan, dice che «continuiamo a lavorare con i nostri partner negli Stati Uniti». Dietro c’è un’escalation lunga tre mesi: il blocco navale proclamato dagli Houthi contro il regno a luglio, la presa a settembre del porto yemenita di Mocha e di alcune isole del Mar Rosso, il controllo di fatto su Bab el-Mandeb, da cui passa circa il 12 per cento del commercio petrolifero mondiale. Il 17 settembre i detriti di un drone intercettato hanno ucciso un residente yemenita in territorio saudita, la prima vittima civile.Restano le domande della notte: che cosa, se qualcosa, è stato colpito a Riad giovedì; se il patto della Mecca uscirà dalla carta; se gli Stati Uniti si muoveranno. «Si vede che sono gli Houthi a decidere tempi e livelli dell’escalation», osserva Yasmeen al-Eryani, direttrice esecutiva per la produzione di conoscenza del Sana’a Center, centro studi yemenita. Il prossimo livello, hanno fatto sapere da Sana’a, è quello «totale».