1,6 milioni di messicani in fuga dai cartelli in cinque anni: la presidente Sheinbaum dubita dei dati

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CITTÀ DEL MESSICO — A Tula, nello Stato di Hidalgo, poco più di un’ora a nord della capitale, una donna cammina tra i muri sventrati di quella che era la sua casa. È il 15 maggio 2026: gli attacchi armati di gruppi criminali locali hanno appena costretto decine di abitanti a scappare. Ora quella scena ha un numero. Tra ottobre 2020 e ottobre 2025 le persone di 510.000 nuclei familiari messicani sono state costrette a lasciare la propria casa per un’altra parte del Paese, e lo sfollamento ha toccato in tutto 1,6 milioni di persone, contando chi è rimasto a gestirne le conseguenze.Lo dicono i dati diffusi questa settimana dall’Inegi, l’Istituto nazionale di statistica e geografia — l’Istat messicano, ente autonomo dal governo — e raccolti dall’agenzia Associated Press. È la prima fotografia ufficiale d’insieme di un fenomeno che finora lo Stato non misurava e che le organizzazioni della società civile ricostruivano a pezzi, caso per caso. Ma la presidente Claudia Sheinbaum, mercoledì, ha messo in dubbio le cifre e ha chiesto all’istituto di spiegare metodo, domande e dati.Gli Stati con i tassi più alti di fuga sono Zacatecas, Morelos, Michoacán, Querétaro e Colima, ma il fenomeno tocca «ogni angolo del Messico». Il conteggio comprende chi è partito da solo e chi è partito con l’intera famiglia. Non comprende chi era già fuggito prima del 2020 né chi ha varcato il confine con gli Stati Uniti. Chi scappa dalla violenza criminale lo fa quasi sempre senza denunciare, senza voler essere trovato, con la speranza di tornare: per questo il numero è rimasto per anni impossibile da contare.David Mora, analista per il Messico dell’International Crisis Group, parla di «una svolta importante». «Per anni la società civile e le vittime dello sfollamento forzato hanno lanciato l’allarme e il governo federale non ha prestato attenzione», ha detto venerdì. «È enorme che provino a metterci un numero, ed è solo il primo passo». Chi fugge dai cartelli, aggiunge, non ha quasi risorse, sparisce nel tessuto del Paese e ricomincia da zero.Il dubbio della presidenteEppure a Palazzo Nazionale il numero non è stato accolto come una conquista. Nella conferenza stampa mattutina di mercoledì 23 settembre — la «mañanera», il rito quotidiano ereditato dal predecessore Andrés Manuel López Obrador — Sheinbaum ha detto di aver chiesto all’Inegi ulteriori dettagli sui dati, sul questionario e sulla metodologia, senza fare propria la cifra. Della fuga dalla violenza la presidente ha parlato finora poco: ha affrontato singoli casi di famiglie cacciate da ondate di attacchi, assicurando che le autorità lavoravano al loro rientro, ma mai lo sfollamento come fenomeno diffuso. I suoi bilanci pubblici sulla sicurezza si concentrano sul calo degli omicidi e sulle operazioni contro i gruppi criminali.Perché una statistica pesa tanto da meritare una smentita presidenziale? Perché arriva, riferisce l’Associated Press, mentre l’amministrazione Trump chiede al governo messicano risultati visibili sulla sicurezza, e perché a produrla è un istituto che l’agenzia descrive come «a volte in contrasto con il partito di governo». La partita, più che statistica, è di bilancio politico: 1,6 milioni di sfollati certificati dallo Stato diventano una voce che entra nel conto della sicurezza che Sheinbaum presenta a Washington.Il fenomeno non è nuovo. La violenza dei cartelli infuria in aree chiave del Paese dal 2006, quando il presidente Felipe Calderón lanciò la «guerra alla droga» e mandò l’esercito nelle strade. I cinque anni coperti dal conteggio — due presidenze, quella di López Obrador e quella di Sheinbaum — sono solo l’ultimo tratto di un ventennio.A fare da giudice tra la cifra e il dubbio, per ora, è quello che l’Inegi non ha contato. Fuori dal totale restano gli sfollati di prima del 2020 e chi ha attraversato il confine verso gli Stati Uniti: il numero reale, osserva l’agenzia americana, è verosimilmente più alto di 1,6 milioni. Non più basso.