ADDIS ABEBA — Le forze federali etiopi hanno combattuto tutta la notte tra giovedì e venerdì per fermare un assalto dei ribelli tigrini ad Abala, cittadina di montagna della regione Afar, al confine con il Tigrè. «Combattimenti pesanti», riferisce una fonte umanitaria all’agenzia France Presse: l’esercito ha impiegato un drone e «ha impedito ai ribelli di entrare in città». Giovedì fonti locali davano Abala già caduta.La battaglia porta la guerra fuori dal Tigrè, verso il corridoio che lega l’Etiopia al porto di Gibuti, da cui passa quasi tutto l’import del Paese, carburante compreso. La posta, più che una cittadina di montagna, è la linea di rifornimento che tiene in piedi il governo. «L’alleanza sta probabilmente cercando di prendere gli insediamenti lungo le infrastrutture chiave per minare la capacità del governo federale di rifornirsi», dice Edward Bach, analista della società di rischio Verisk Maplecroft.Il Tigrè, intanto, è al buio: il monitor NetBlocks segnala un’interruzione di internet nel nord dell’Etiopia e venerdì i telefoni della regione non rispondevano. Ethiopian Airlines ha sospeso i voli il 23 settembre, dopo la presa da parte dei tigrini degli aeroporti di Mekelle, Axum e Shire. Si combatte anche a sud, nel North Wollo, in regione Amhara, fino a Lalibela, la città delle chiese scavate nella roccia protetta dall’Unesco: l’esercito sostiene di aver ucciso 272 combattenti tigrini, cifra che nessuno ha potuto verificare.L’oleodotto da GibutiChe il corridoio sia il nervo scoperto lo dice il calendario. Giovedì il premier Abiy Ahmed, il presidente gibutiano Ismail Omar Guelleh e il magnate nigeriano Aliko Dangote hanno annunciato un oleodotto da 660 milioni di dollari per prodotti raffinati: 120 chilometri da Damerjog, in Gibuti, a Dewele, in Etiopia, operativo «entro 18 mesi». Servirà a ridurre «costi e ritardi logistici» e a rafforzare la «resilienza del corridoio Etiopia-Gibuti», ha scritto Abiy su X.Dall’altra parte c’è un fronte mai visto. Il 20 e 21 settembre sette gruppi armati — il Fronte popolare di liberazione del Tigrè (Tplf), i miliziani amhara Fano, l’Esercito di liberazione oromo, i separatisti somali dell’Ogaden, i rivoluzionari afar e i movimenti di Benishangul e Gumuz — hanno fondato un’alleanza «per la sopravvivenza» con l’obiettivo dichiarato di rovesciare Abiy. «Non vogliamo che si ripeta il 2020, quando eravamo accerchiati e soli», ha detto da Mekelle Abdisalam Balema, del comitato centrale del Tplf, negando aiuti militari da Eritrea o Sudan. La portavoce del premier, Billene Seyoum, replica che i gruppi collaborano da tempo con denaro eritreo; Asmara ha sempre smentito.Il governo, che schiera circa 500.000 uomini e un ampio arsenale di droni, minimizza. «Non ci perdo il sonno», ha detto dell’alleanza ai media di Stato Getachew Reda, ex dirigente tigrino oggi consigliere di Abiy, addossando al Tplf il primo attacco. All’Onu, il 23 settembre, il presidente Taye Atske-Selassie ha denunciato «forze della distruzione e del caos» e «interferenze di elementi ostili». Reuters riferisce intanto del fermo di quattro veterani tigrini, tra cui il tenente generale Tadesse Werede, ex comandante delle forze del Tigrè, dopo che avevano espresso dubbi sulla ripresa della guerra.A Mekelle Samuel Gebreslassie, 37 anni, negoziante di spezie, parla di «panico» e di «paura profonda che banche, telefoni, elettricità e beni di base possano essere tagliati di nuovo». Di nuovo, perché è già accaduto. Tra il 2020 e il 2022 la guerra tra Addis Abeba e il Tigrè ha fatto circa 600.000 morti; l’accordo di Pretoria del novembre 2022 non è mai stato attuato per intero e un milione di sfollati non è tornato a casa. Il Tplf, che aveva governato l’Etiopia dal 1991 al 2018 prima di essere spinto ai margini da Abiy, combatté quella guerra isolato, con l’Eritrea schierata contro. Balema lo riassume con una parola, «accerchiati»: è da lì, dice, che l’alleanza è nata.