A volte basta un discorso per ricordarsi che l’economia non cresce distribuendo incentivi, ma aumentando la capacità di produrre ricchezza. È il caso dell’intervento sul Sole 24 Ore di Giancarlo Giorgetti dedicato al Rapporto «Leve per la crescita», elaborato da Roberto Garofoli con il contributo di numerosi esperti e il sostegno dell’Anci. Un intervento nel quale il ministro dell’Economia, spesso criticato su queste pagine per l’utilizzo fin troppo disinvolto della leva fiscale, sembra improvvisamente essersi ricordato delle basi della cultura liberale.Non è una battuta da poco. Perché questa volta Giorgetti mette al centro non il sussidio, non il credito d’imposta come soluzione universale, non l’ennesima agevolazione settoriale, ma produttività, capitale, investimenti, tecnologia, competenze e crescita delle imprese. Sono parole che, in economia, contano molto più di qualsiasi bonus.Meno lavoratori, più produttivitàIl punto di partenza è il declino demografico. «Il calo delle nascite e l’invecchiamento della popolazione», osserva Giorgetti, «si accompagnano nel nostro Paese a specificità nazionali che evidenziano tutte le criticità della progressiva riduzione della popolazione in età lavorativa». E il ministro non si ferma alla denuncia: «La questione del cosiddetto “inverno demografico” è un elemento che mette seriamente a rischio la tenuta dello Stato sociale».Il passaggio decisivo arriva subito dopo. Se la platea dei lavoratori si restringe, non è possibile pensare di compensare indefinitamente con altra spesa pubblica. Occorre produrre più valore con meno persone. Ed ecco allora la produttività, il vero tema strutturale dell’economia italiana.«La riduzione della popolazione in età lavorativa e le sfide rappresentate dalle nuove tecnologie rendono sempre più importante la capacità delle politiche ad attrarre e sviluppare competenze», afferma Giorgetti. Scuola, ricerca e innovazione devono quindi alimentare le imprese e tradursi in «nuovi prodotti, nuovi processi e occupazione qualificata».È un ragionamento molto più serio del semplice invito a spendere per sostenere la crescita. Anche perché il problema italiano è reale: secondo il CNEL, tra il 1995 e il 2024 la produttività italiana è cresciuta in media appena dello 0,2% l’anno, contro l’1,2% dell’Ue a 27.La dimensione delle impreseMa la parte più interessante del discorso arriva quando Giorgetti affronta direttamente il ruolo delle imprese. L’Italia, ricorda il ministro, ha una struttura produttiva nella quale «le piccole e medie imprese, per lo più a carattere familiare, hanno un peso molto rilevante». E proprio queste aziende sono chiamate a «investire, innovare, adottare nuove tecnologie e, dove possibile, crescere di dimensione».Qui il ministro tocca uno dei nervi scoperti del capitalismo italiano. La piccola impresa non è certo un male in sé, ma una struttura eccessivamente frammentata può diventare un limite alla produttività, soprattutto quando servono investimenti tecnologici, ricerca, internazionalizzazione e competenze manageriali.Il dato è eloquente: il 94,7% delle imprese italiane ha meno di dieci addetti e le grandi imprese risultano oltre il 70% più produttive delle medie. Il Cnel collega esplicitamente produttività, dimensione aziendale, export, digitalizzazione e innovazione.Il capitale privato torna al centroMa è soprattutto una frase di Giorgetti a meritare attenzione: «Gli strumenti definiti negli ultimi anni dal governo devono intendersi come additivi rispetto a quelli finanziati con capitale proprio». Eccola, finalmente, una parola che spesso sembra scomparire dal dibattito economico italiano: capitale proprio.Il principio è semplice. Lo Stato può creare condizioni favorevoli, correggere alcuni fallimenti del mercato e accompagnare gli investimenti. Ma non può sostituirsi all’imprenditore e al capitale privato. L’incentivo pubblico deve essere aggiuntivo rispetto a una decisione di investimento che l’impresa è comunque disposta ad assumere. È una concezione decisamente più liberale di quella che considera ogni problema economico risolvibile con una nuova agevolazione fiscale.E anche il credito deve finanziare la crescitaIl ragionamento arriva quindi naturalmente al sistema finanziario. «Investimenti e produttività non possono essere considerati separatamente dalla crescita delle dimensioni di imprese e dalla struttura finanziaria delle imprese stesse», dice il ministro. E aggiunge che «anche il credito ha un ruolo importante».La questione, dunque, non è semplicemente avere più credito. È mobilitare risorse verso gli investimenti produttivi: un nuovo impianto, una tecnologia, un progetto di ricerca, un percorso di crescita. «La capacità di mobilitare risorse verso gli investimenti produttivi diventa quindi una delle condizioni per sostenere la produttività e la crescita», conclude Giorgetti.È difficile non sottoscrivere un’affermazione del genere. Ed è anche difficile non chiedersi perché una parte così rilevante della politica economica italiana venga ancora troppo spesso impostata sulla distribuzione di risorse anziché sulla creazione delle condizioni perché il capitale privato venga investito dove può produrre più valore.Giorgetti ha imboccato la strada giustaIl ministro, insomma, per una volta sembra aver messo da parte la tentazione di usare il fisco come leva per ogni problema e ha riscoperto alcune elementari verità dell’economia di mercato. La produttività non si decreta. La competitività non si finanzia all’infinito con denaro pubblico. La crescita nasce da capitale, lavoro qualificato, tecnologia, investimenti e imprese capaci di crescere.È una buona notizia. Anche perché il problema non è soltanto italiano: il nuovo scenario internazionale rende ancora più importante aumentare la capacità produttiva e tecnologica dell’economia. E il Rapporto sulle «Leve per la crescita» individua proprio nella capacità competitiva del sistema produttivo, nell’investimento sociale e nella modernizzazione istituzionale tre fattori che devono muoversi insieme.A questo punto, però, viene spontanea una domanda. Se Giorgetti è arrivato fin qui, perché fermarsi a metà strada? Perché dopo aver riscoperto il capitale privato, la produttività e gli investimenti, il ministro potrebbe ricordarsi anche di un’altra vecchia regola: le tasse non si possono ridurre stabilmente senza ridurre prima la spesa.Lo Stato italiano spende circa 1.100 miliardi di euro all’anno. Se davvero si vuole liberare capitale per gli investimenti, aumentare la competitività e lasciare più risorse a imprese e famiglie, prima o poi bisognerà affrontare anche quel macigno. Insomma, Giorgetti si è ricordato delle basi. Se continuerà su questa strada, prima o poi potrebbe persino arrivare al traguardo: tagliare la spesa pubblica per tagliare le tasse. E allora la produttività non sarebbe più soltanto una bella parola pronunciata in un convegno, ma il risultato di un’economia finalmente lasciata più libera di crescere.Enrico Foscarini, 25 settembre 2026L'articolo Giorgetti si ricorda le basi: meno Stato e più capitale per far correre l’Italia proviene da Nicolaporro.it.