TRIPOLI — Una valvola, la numero 7, su un tubo che attraversa il deserto. Un gruppo di uomini armati che lunedì mattina la chiude e se ne va senza lasciare un nome né una richiesta. E un giacimento, El Sharara, che da solo vale fino a un terzo del petrolio libico e che nel giro di poche ore perde 200.000 barili al giorno. È la ricostruzione della National Oil Corporation, la compagnia petrolifera di Stato libica, che in un comunicato ripreso da Reuters e dall’AFP denuncia il blocco dell’oleodotto che porta il greggio dal bacino di Murzuq, nel sud-ovest del Paese, al terminal di Zawiya, sulla costa, 45 chilometri a ovest della capitale.I numeri arrivano da due ingegneri del campo: la produzione è scesa da circa 300.000 a 100.000-105.000 barili al giorno. Il presidente della compagnia, Masoud Suleman, ha confermato a Reuters la riduzione parziale senza indicarne la causa. Il comunicato è più esplicito: «La chiusura ha causato un accumulo di pressione all’interno dell’oleodotto del greggio, determinando una significativa riduzione della produzione nel campo di El Sharara». Se il blocco continua, la compagnia potrebbe essere «costretta a dichiarare la forza maggiore» — la clausola che sospende gli obblighi contrattuali verso i clienti — come già fece a gennaio 2024, durante un’altra chiusura dello stesso campo.Il momento pesa quanto il taglio. La Libia pompa circa 1,4 milioni di barili al giorno, il livello più alto da oltre dieci anni, e Suleman ha fissato l’obiettivo di 1,6 milioni entro fine 2026, con 36-40 miliardi di dollari di investimenti stranieri da attirare. Intanto il greggio viaggia da settimane sopra i 100 dollari al barile per le interruzioni al traffico nel Golfo legate alla guerra con l’Iran, e la stessa compagnia avverte che il blocco taglia le entrate dello Stato «con i prezzi del petrolio in rialzo». Chiunque abbia girato la valvola numero 7 ha scelto il momento in cui ogni barile fermo costa di più.La Guardia che non arrivaPerché nessuno riapre il tubo? La sicurezza dei siti spetta alla Guardia degli impianti petroliferi, la forza armata libica incaricata di proteggere pozzi e oleodotti, nel suo ramo sud-occidentale. La compagnia dice di averla sollecitata, ma gli appelli «non hanno prodotto alcun risultato tangibile sul terreno», e le squadre tecniche non riescono ad avvicinarsi alle valvole 6 e 7. La Guardia non ha commentato, e nemmeno il governo di Tripoli. Eppure la settimana scorsa erano stati proprio uomini della stessa Guardia a chiudere una valvola su un altro oleodotto, fermando le operazioni in tre siti — secondo la Tass, agenzia di Stato russa, i campi di Al-Tahara e Al-Hamada, nel nord-ovest — e già allora la compagnia aveva minacciato la forza maggiore. Nell’area di Zawiya sono stati segnalati anche attacchi con droni contro impianti petroliferi.Restano i partner stranieri, che hanno molto da perdere. El Sharara è gestito da Akakus Oil Operations, società mista tra la compagnia di Stato e la spagnola Repsol, la francese TotalEnergies, l’austriaca OMV e la norvegese Equinor. A giugno, dopo la prima gara di licenze in quasi vent’anni, Tripoli aveva firmato accordi di produzione con Repsol, la turca Türkiye Petrolleri, l’italiana Eni, QatarEnergy e un consorzio guidato dall’ungherese MOL. Se il blocco dura, la compagnia prevede l’arresto totale di estrazione, trasporto ed esportazioni dal campo e la possibile fermata della raffineria di Zawiya, con più carburante da importare.La Libia, membro dell’Opec e prima in Africa per riserve accertate, vive dal rovesciamento di Muammar Gheddafi nel 2011 divisa in due: a Tripoli il governo riconosciuto dall’Onu del primo ministro Abdulhamid Dbeibah, a est l’amministrazione rivale sostenuta dal generale Khalifa Haftar. In mezzo, pozzi e terminal chiusi e riaperti da milizie, gruppi politici e lavoratori come merce di scambio — e stavolta nessuno ha ancora detto che cosa vuole in cambio.Chi sono gli uomini della valvola 7, che cosa chiedono, e perché la Guardia pagata per proteggere il tubo resta ferma: a più di 24 ore dalla chiusura, la compagnia di Stato non risponde a nessuna delle tre domande. Sul tavolo c’è solo la data, non ancora fissata, della forza maggiore.