Londra manda il suo unico aereo cisterna a difendere l’Arabia Saudita dagli Houthi: Washington resta fuori

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NEW YORK — Un aereo cisterna. Uno solo, ma è la prima volta che Londra entra direttamente nella nuova guerra tra l’Arabia Saudita e gli Houthi dello Yemen. Lo ha annunciato lunedì 21 settembre il premier britannico Andy Burnham, in carica da luglio, parlando ai giornalisti sul volo che lo portava a New York per l’Assemblea generale dell’Onu: «Abbiamo ricevuto una richiesta dal Regno dell’Arabia Saudita di sostegno militare e, su consiglio del ministro della Difesa e del ministro degli Esteri, ieri sera ho accettato la richiesta di rifornimento in volo difensivo», ha detto, riferisce l’Associated Press. L’accordo è «a tempo» e «soggetto a revisione».In pratica Londra mette a disposizione di Riad il Voyager, l’aereo cisterna della Royal Air Force — un Airbus A330 modificato che trasporta fino a 109 tonnellate di carburante — per rifornire in volo i caccia sauditi impegnati a intercettare missili e droni. La missione partirà «nei prossimi giorni» e durerà, secondo i funzionari britannici, «settimane». Il limite è fissato: sostegno alla difesa, non ai raid sul territorio yemenita. «Naturalmente l’Arabia Saudita subisce attacchi, guarda a possibili ulteriori interruzioni, e dobbiamo tenere aperte quelle rotte», ha aggiunto Burnham, riferendosi al petrolio.Il ministero della Difesa britannico ha definito gli Houthi «una pericolosa minaccia alla stabilità regionale» e ha detto che «è nell’interesse economico e di sicurezza nazionale del Regno Unito che non abbiano successo». Il Voyager si aggiunge al sistema antiaereo Sky Sabre, già schierato in Arabia Saudita quest’anno durante la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. Londra, del resto, è da decenni tra i principali fornitori di armi di Riad.La guerra che Burnham ha deciso di affiancare è ripresa in estate. La tregua mediata dall’Onu nel 2022 è crollata il 13 luglio, dopo il raid saudita sulla pista dell’aeroporto di Sanaa, la capitale controllata dagli Houthi. Da allora i ribelli hanno preso Mokha e le isole Hanish — a 160 chilometri dallo stretto — e Mayyun, ottenendo il controllo di fatto di Bab el-Mandeb, l’imboccatura meridionale del Mar Rosso dove passa il 12 per cento del commercio mondiale. L’8 settembre «decine» di missili e droni hanno colpito l’area industriale di Jazan, gli impianti Aramco di Najran e Abha e la base aerea King Khalid: 73 feriti. Sabato 19 un missile diretto su Riad è stato intercettato. E con Hormuz quasi fermo dall’inizio della guerra con l’Iran, il 28 febbraio, il Mar Rosso è diventato la via d’uscita alternativa del greggio saudita.Il silenzio di WashingtonDall’altra sponda dell’Atlantico, invece, nulla. Gli Stati Uniti, che hanno bombardato gli Houthi sia sotto Joe Biden sia sotto Donald Trump, «non hanno mostrato alcun interesse a farsi coinvolgere stavolta», osserva un’analisi dell’Associated Press. Eppure la richiesta c’è stata: secondo NBC News, l’11 settembre il principe ereditario Mohammed bin Salman ha sollecitato Trump a intervenire militarmente, nei giorni in cui Riad chiudeva l’oleodotto East-West dopo un attacco di droni partiti dall’Iraq e rinunciava, su richiesta del premier iracheno, alla ritorsione. La Casa Bianca non ha risposto pubblicamente.Un’assenza che rende il sì di Londra più pesante di quanto dica la sua consistenza militare. Perché un aereo cisterna e non caccia o navi? Perché il mandato accettato da Burnham è esattamente quello, e non di più: tenere in volo più a lungo i jet sauditi che intercettano, senza partecipare agli attacchi. La partita vera, del resto, non si gioca sullo Yemen ma sulla rotta del petrolio: con Hormuz bloccato, difendere il Mar Rosso significa difendere l’unico sbocco rimasto al greggio saudita, e quindi il prezzo che Londra paga alla pompa.Gli Houthi non hanno reagito all’annuncio britannico. La loro posizione, però, è nota: «È l’Arabia Saudita ad aver chiuso lo stretto di Bab el-Mandeb al traffico da e per lo Yemen e imposto un blocco ingiusto al Paese», ha detto Mohammed al-Bukhaiti, membro dell’ufficio politico del movimento. E il portavoce militare, il generale di brigata Yahya Saree, aveva avvertito dopo gli attacchi dell’8 settembre: «Ogni aggressione contro il nostro Paese e il nostro popolo riceverà una risposta ferma».Restano i numeri a misurare le due scelte. Da una parte un aereo, 109 tonnellate di carburante per missione, «settimane» di impegno. Dall’altra uno stretto in mano ai ribelli, il 12 per cento del commercio mondiale che ci passa, e una richiesta saudita a Washington che, undici giorni dopo, non ha ancora avuto risposta.