L’Ebola senza vaccino avanza in Congo e arriva ai confini con Centrafrica e Sud Sudan: 3.799 morti

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KINSHASA — Due nomi nuovi sulla mappa: Bulu, nel Sud Ubangi, e Dungu, nell’Haut-Uélé. L’Organizzazione mondiale della sanità ha annunciato venerdì 25 settembre che l’epidemia di Ebola da virus Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo ha raggiunto due nuove zone sanitarie, entrambe di frontiera: la prima a nord-ovest, verso la Repubblica Centrafricana, la seconda a nord-est, verso il Sud Sudan. Il Sud Ubangi è la settima provincia colpita su 26; le zone sanitarie interessate salgono a 63.I numeri, aggiornati al 23 settembre, dicono 7.890 casi confermati e 3.799 morti, una letalità del 48,1 per cento: quasi un malato su due non sopravvive. Il 7 settembre i casi erano 6.757 e i decessi 3.267. L’Ituri, la provincia dell’est dove tutto è cominciato in maggio, resta l’epicentro con 6.032 casi, 868 dei quali negli ultimi 21 giorni. L’ultima espansione geografica, scrive l’Oms nel bollettino ripreso da Reuters e Al Jazeera, «aumenta il rischio di trasmissione transfrontaliera», mentre a livello nazionale «il numero di nuovi casi segnalati ogni giorno resta alto». Il ministero della Salute di Kinshasa non ha commentato.Perché un virus noto da decenni resta senza cura? Perché il Bundibugyo è un ceppo diverso dallo Zaire, quello delle grandi epidemie del passato, e contro di esso nessun vaccino né terapia sono mai stati approvati. Il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus ha detto che l’agenzia sta accelerando i trial clinici e che «è molto difficile vedere Ebola in isolamento, perché anche la nostra risposta è colpita dal conflitto, perché c’è lo sfollamento e c’è un problema di accesso ad alcune aree». Dal 21 settembre in Ituri si sperimenta l’Ervebo di Merck: 20.000 dosi per operatori sanitari e personale della risposta, su 70.000 messe a disposizione delle autorità congolesi. Il vaccino è stato «altamente efficace» contro lo Zaire, ma nessuno sa se dia «protezione significativa» contro il Bundibugyo. Nei bambini sotto i cinque anni, ha aggiunto il responsabile Oms della gestione clinica Daniel Youkee, la letalità «continua a essere più alta» che negli adulti.I contatti che mancanoIl dato che più pesa è un’assenza. Jean Kaseya, direttore generale dell’Africa CDC, l’agenzia sanitaria dell’Unione africana, ha detto venerdì alle Nazioni Unite che i possibili contatti identificati sono circa 30.000, contro gli oltre 400.000 attesi per un’epidemia di queste dimensioni: meno di una persona esposta su tredici è stata rintracciata. L’ammanco, secondo Kaseya, mostra che l’epidemia resta radicata nelle comunità. Già a giugno Tedros aveva fissato l’obiettivo — portare il tracciamento dal 45 per cento a oltre il 90 «per superare l’epidemia» — e indicato nella «sfiducia delle comunità» una «barriera seria». Il 29 maggio il ministro della Salute congolese aveva difeso la risposta nazionale, mentre l’Oms avvertiva che insicurezza e sfollamenti impedivano di trovare la maggior parte dei contatti sospetti.I soldi, intanto, arrivano. Alla riunione dei ministri degli Esteri del G20 allargato a New York, in settimana, sono stati promessi 2,9 miliardi di dollari fra contante e aiuti in natura; gli Stati Uniti hanno aggiunto 267 milioni, portando il loro contributo a 887 milioni per unità di trattamento, squadre di sepoltura sicura, dispositivi di protezione e sorveglianza. «Ringraziamo gli Stati Uniti per questa leadership», ha detto Kaseya, «ma gli impegni da soli non fermeranno Ebola. Dobbiamo poter tracciare ogni singolo dollaro». Sul terreno l’ong Alima gestisce cinque centri di trattamento in Ituri e Medici senza frontiere quello di Kitatumba a Butembo, nel Nord Kivu. La partita vera, però, non si gioca a New York: si gioca nei villaggi dove i contatti non si fanno trovare, e lì i miliardi non sono ancora arrivati.Dietro l’oggi c’è una storia che il Congo conosce meglio di qualunque altro Paese: questa è la diciassettesima epidemia di Ebola sul suo territorio dal 1976. Il salto dall’animale all’uomo è datato 14 maggio 2026; il 15 maggio è stata dichiarata l’epidemia in Ituri e l’Oms, lo stesso giorno, l’ha proclamata emergenza sanitaria di rilevanza internazionale, il livello massimo di allerta, insieme all’Uganda, che poi si è dichiarato libero dal virus. Già in agosto Tedros la definiva «la seconda più grande mai registrata», capace di muoversi «più velocemente di qualsiasi precedente epidemia di Ebola».Il precedente che tutti hanno in mente è il Nord Kivu del 2018-2020, l’epidemia più grande della storia congolese fino a quest’anno, anch’essa combattuta tra milizie e sfollati. Allora però il ceppo era lo Zaire, e contro lo Zaire il vaccino c’era. Otto anni dopo, nelle stesse province, gli infermieri tornano a indossare le tute e a riempire le siringhe con quello stesso vaccino, senza sapere se questa volta funzioni.