Iran. Pezeshkian all’Onu: «Non ci arrenderemo», ma resta aperta la via del negoziato

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Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha utilizzato la tribuna dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite per rispondere direttamente a Donald Trump, accusando Stati Uniti e Israele di aver portato la guerra sul territorio iraniano e assicurando che Teheran non si arrenderà alle pressioni militari ed economiche. Un intervento dai toni durissimi, accompagnato tuttavia da un messaggio politico altrettanto significativo: l’Iran continua a considerare possibile una soluzione diplomatica al conflitto.La delegazione statunitense ha lasciato l’aula all’inizio dell’intervento. Pezeshkian ha quindi risposto alle accuse rivolte all’Iran da Trump il giorno precedente, quando il presidente americano aveva difeso la guerra contro Teheran sostenendo di aver impedito alla Repubblica islamica di dotarsi dell’arma nucleare e aveva minacciato conseguenze devastanti qualora non fosse raggiunto un accordo.«Il presidente degli Stati Uniti ci ha definiti terroristi. Noi siamo stati vittime del terrorismo», ha affermato Pezeshkian, mostrando all’Assemblea fotografie della Guida suprema uccisa e dei bambini morti nel bombardamento di una scuola. Il presidente ha accusato Washington e Israele di non rispettare il diritto internazionale e ha sostenuto che le operazioni militari iraniane hanno avuto carattere difensivo. (ANSA.it)La posizione di Teheran è quella di un Paese aggredito che avrebbe reagito senza rinunciare alla possibilità del negoziato. Le fonti iraniane hanno dato particolare risalto a questo passaggio. Mehr News riferisce che Pezeshkian ha presentato l’Iran come una nazione che non intende sottomettersi alla pressione militare, mentre già prima della partenza per New York aveva annunciato che avrebbe portato all’Onu le «rimostranze» del popolo iraniano e denunciato gli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele.«Non chineremo mai il capo», ha affermato Pezeshkian, sostenendo che sanzioni, pressioni economiche e minacce militari non faranno che aumentare la resistenza iraniana. Secondo il presidente, un sistema internazionale nel quale prevale soltanto la forza non può garantire una sicurezza duratura.Press TV ha posto particolare enfasi sulla denuncia iraniana dei doppi standard occidentali. Pezeshkian ha contrapposto l’attenzione internazionale sul programma nucleare iraniano alla politica di ambiguità nucleare mantenuta da Israele. «La bomba nucleare è in Israele, ma gli ispettori sono in Iran», ha affermato, chiedendo che alla Repubblica islamica siano applicati gli stessi criteri utilizzati nei confronti degli altri Paesi.Israele non aderisce al Trattato di non proliferazione nucleare e mantiene da decenni una politica ufficiale di ambiguità sul possesso di armi atomiche. Teheran, invece, è parte del trattato e il suo programma è sottoposto alle verifiche dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica.Sul nucleare Pezeshkian ha ribadito la posizione iraniana: nessuna intenzione, secondo Teheran, di costruire armi atomiche, ma nessuna rinuncia alla tecnologia nucleare civile. Il presidente ha citato le applicazioni nel settore sanitario, agricolo ed energetico, sostenendo che l’accesso alle tecnologie nucleari pacifiche costituisce un diritto dell’Iran.Uno dei passaggi politicamente più rilevanti ha riguardato lo Stretto di Hormuz. Pezeshkian ha contestato l’idea che gli altri Paesi possano beneficiare liberamente della rotta mentre all’Iran viene impedito di utilizzare le proprie vie marittime. «Non può accadere che tutti beneficino dello Stretto di Hormuz mentre a noi viene negato l’accesso alla navigazione attraverso questa via d’acqua», ha affermato, aggiungendo che il dispiegamento permanente di flotte considerate ostili e l’allargamento della guerra non porteranno alla pace.Hormuz rappresenta ormai uno dei nodi principali dell’intero confronto tra Washington e Teheran. Prima della guerra attraverso lo stretto transitava circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale. L’Iran ha fatto sapere di poter ripristinare la navigazione entro sette giorni qualora gli Stati Uniti riducano la pressione militare e rimuovano il blocco dei porti iraniani. Un alto funzionario iraniano ha inoltre riferito che la delegazione presente a New York dispone del mandato necessario per negoziare un’intesa.Dietro la durezza degli interventi pubblici si sta infatti sviluppando un secondo livello della crisi. Stati Uniti e Iran hanno avviato a New York i primi colloqui indiretti da mesi, attraverso una diplomazia a navetta affidata ai mediatori. Le posizioni rimangono distanti, ma il ritorno al confronto diplomatico rappresenta il primo segnale concreto di possibile de-escalation dopo mesi di guerra.È questa la doppia linea che emerge anche dal discorso di Pezeshkian: resistenza sul piano militare e politico, ma disponibilità a negoziare una conclusione del conflitto. Il presidente ha affermato che l’Iran è pronto al dialogo, alla diplomazia e ai negoziati, purché questi non avvengano attraverso il «linguaggio della forza». Reuters conferma che, nonostante il rifiuto categorico della resa, Pezeshkian continua a indicare la diplomazia come lo strumento attraverso il quale porre fine alla guerra.La posizione è coerente con i segnali inviati da Teheran prima dell’Assemblea generale. La proposta iraniana per una cessazione delle ostilità era stata trasmessa agli Stati Uniti attraverso mediatori il 16 settembre. Teheran considera la riunione di New York un’occasione per riaprire il confronto, ma chiede a Washington atti concreti prima di procedere verso un’intesa.Pezeshkian ha dedicato parte dell’intervento anche alla Palestina, definendola una questione inseparabile dalla sicurezza del Medio Oriente e sostenendo che non potrà esserci una pace stabile nella regione senza una soluzione della questione palestinese.Più in generale, il presidente iraniano ha contestato un ordine internazionale nel quale, a suo giudizio, sanzioni, assassinii e forza militare stanno progressivamente sostituendo diplomazia e diritto. Press TV riporta il suo avvertimento secondo cui, se gli Stati arrivassero alla conclusione che il diritto internazionale viene applicato soltanto quando coincide con gli interessi delle potenze più forti, sempre più Paesi potrebbero decidere di affidare la propria sicurezza esclusivamente alla forza militare.«O costruiremo insieme la sicurezza, oppure vivremo insieme nell’insicurezza», ha affermato Pezeshkian, ribadendo contemporaneamente che l’Iran intende conservare la propria capacità militare di difesa.L’intervento all’Onu mostra quindi due livelli apparentemente contraddittori ma complementari della strategia iraniana. Davanti alla comunità internazionale Pezeshkian respinge le accuse americane, denuncia gli attacchi di Stati Uniti e Israele e assicura che la Repubblica islamica non capitolerà. Dietro le quinte, però, la delegazione iraniana continua a trattare attraverso mediatori sulla cessazione delle ostilità e sulla riapertura di Hormuz.Il confronto di New York si gioca proprio su questo equilibrio. Trump e Pezeshkian utilizzano la tribuna delle Nazioni Unite per rivolgersi innanzitutto alle rispettive opinioni pubbliche e mostrare fermezza, mentre i diplomatici cercano uno spazio per un compromesso. Hormuz, il programma nucleare, il blocco dei porti iraniani e le garanzie di sicurezza costituiscono i principali dossier sui quali verificare se la contrapposizione militare potrà essere riportata sul terreno della diplomazia.