NEW YORK — Il palco è quello dell’Assemblea generale, il pubblico quello dei 193 Stati membri. Javier Milei, presidente argentino, lo usa per dire ai padroni di casa che la loro organizzazione «è diventata inutile» e «serve solo a nutrire una casta di parassiti fatalmente arroganti travestiti da burocrati bene intenzionati». Poi arriva al punto: «Le Malvine per noi sono una causa nazionale. Ripeto: le Malvine per noi sono una causa nazionale».Il discorso, pronunciato nel primo pomeriggio di mercoledì 23 settembre a New York (sera in Italia) alla 81ª sessione dell’Assemblea, contiene un annuncio: «L’Argentina non resterà seduta ad aspettare che l’Onu e la comunità internazionale siano all’altezza del proprio mandato. Prenderemo la questione nelle nostre mani», ha detto Milei, riferisce l’Associated Press. Buenos Aires — che chiama Malvine le isole che Londra chiama Falkland — chiede al Regno Unito di «riprendere i negoziati per trovare una soluzione pacifica alla disputa di sovranità» e sullo sfruttamento delle risorse naturali. Il presidente ha precisato di avere scelto «una difesa pacifica, pratica ed efficace».L’accusa alle Nazioni Unite è di avere «guardato dall’altra parte»: «Un’organizzazione creata per difendere la sovranità territoriale dei suoi membri», ha sostenuto, non fa rispettare le proprie risoluzioni, e la vicenda delle isole «non è solo un affare tra Argentina e Regno Unito». Sul principio di autodeterminazione, invocato da Londra, Milei ha replicato che gli isolani sono stati «impiantati dalla potenza occupante» e che quel principio «esiste per liberare i popoli colonizzati, non per legittimare situazioni nate dalla colonizzazione». Nel resto dell’intervento l’Onu è accusata di avere permesso «caos, violenza e terrorismo internazionale» e di avere «dato riparo a dittature sanguinarie»; i «presunti difensori dei diritti umani», ha detto, votano contro Israele e tacciono sul terrorismo islamista.La controparte aveva parlato il giorno prima. Il premier britannico Andy Burnham, martedì, dopo un incontro a margine dell’Assemblea con Donald Trump: la posizione di Londra è «chiara», il Regno Unito «terrà duro» di fronte alle minacce e «difenderà il diritto degli abitanti delle Falkland all’autodeterminazione e a restare britannici». Al discorso di mercoledì il governo britannico non ha ancora risposto.Il petrolio del Sea LionChe cosa significa, in concreto, «prendere la questione nelle nostre mani»? Lo spiegano le settimane precedenti. Milei ha promesso misure per fermare Sea Lion, il progetto petrolifero offshore nel bacino a nord delle isole, che ha definito «atto illecito» («a che serve una risoluzione se per decenni l’altra parte può agire in aperta violazione?»). La settimana scorsa il suo governo ha presentato un disegno di legge sulla sicurezza che inasprisce le sanzioni contro le imprese che sfruttano risorse attorno alle isole senza autorizzazione argentina, istituisce un consiglio di sicurezza nazionale presieduto dallo stesso Milei ed estende il ruolo dei militari sulle infrastrutture critiche. E in agosto Trump — di cui Milei è considerato uno degli alleati più stretti — ha detto di stare riesaminando la neutralità americana sulla disputa, rimproverando a Londra lo scarso sostegno alla guerra degli Stati Uniti contro l’Iran. Il destinatario del messaggio di mercoledì, più che il Palazzo di Vetro, era Londra, e con lei una Casa Bianca che per la prima volta da decenni lascia intendere di non stare più in mezzo.Le isole distano circa 480 chilometri dalla costa sud-orientale argentina e contano 3.500 abitanti. Nel 2013 furono chiamati a un referendum: il 99,8% scelse di restare britannico, tre voti contrari in tutto. È il dato che Londra oppone da allora a ogni rivendicazione — e che Milei ha cercato di svuotare parlando di popolazione «impiantata».Più indietro c’è la guerra. Nell’aprile 1982 la giunta militare argentina sbarcò sulle isole; dieci settimane dopo le sue truppe si arresero alle forze britanniche. Quarantaquattro anni più tardi, il presidente che a New York promette una difesa «pacifica» lo fa dal palco di un’organizzazione che ha appena definito «inutile». Ancora più indietro, il 1833: l’anno in cui il Regno Unito prese possesso delle isole, da allora suo territorio d’oltremare. Da quel giorno, per Buenos Aires, il conto è aperto.