Ma quale progressismo! Nel programma, approvato in pompa magna, dai 5 Stelle c’è di tutto, meno che la filosofia di John Stuart Mill, di T.H. Green o di Leonard Hobhouse; per non parlare di John Maynard Keynes. Liberale il primo, riformista il secondo, sociologo il terzo. Di Keynes non occorre parlare ulteriormente. È il padre della moderna economia, se in passato si fossero seguite le sue ricette si sarebbe forse evitato il nazismo (figlio in parte delle condizioni capestro inflitte soprattutto dai francesi ai tedeschi, alla fine della Grande Guerra) e, di conseguenza, il secondo conflitto mondiale. Ma in quelle proposte lo stesso respiro di Deng Xiaoping, il padre della moderna economia cinese, si trasforma in un sommesso vagito. A quanto sembra, invece, è l’ortodossia della vecchia società sovietica che fa capolino in più di una proposta.Qual è la differenza? Per i riformisti l’economia di mercato va regolata da uno Stato intelligente. Capace di tosare le pecore del capitalismo, senza portarle al macello. Una volta sacrificate, infatti, il crollo della produzione di lana è inevitabile. I comunisti d’antan pensavano, invece, di abolirle; sostituendole con la “pianificazione” o una programmazione talmente spinta da far dipendere tutto o quasi tutto dal potere centrale. Che, di conseguenza, diventava una sorta di gendarme capace di dominare la “vita degli altri”. Per ricordare un celebre film del 2007.Giuseppe Conte non arriva a tanto. Il suo obiettivo è più limitato, ma proprio per questo, forse, è ancora più pericoloso. La sorte che capita a tanti apprendisti stregoni che, giocando con il fuoco, rischiano di generare incendi mostruosi. Qualcosa che già si è visto negli anni del Covid e del bonus edilizio del 110%, le cui conseguenze ancora oggi pesano sugli equilibri finanziari italiani. Allora il maggior debito accumulato, senza contare il super bonus del 110%, a favore di una ristretta platea di beneficiari (il 4% di case, ville e qualche castello), fu pari al 20,1 punti di Pil. Tra maggiori titoli titoli di debito e caduta del Pil, qualcosa come 332 miliardi di euro in un solo anno.I 20 punti indicati nel programma di Nova – (nome di una stella, presa a modello, sempre più luminosa) – non si prestano alla benché minima valutazione circa i costi che saranno necessari a sostenerli. Ancor meno al come reperire le eventuali risorse. Sempre che ve ne fosse bisogno. L’impressione, infatti, è che il tiraggio della spesa pubblica, come nel caso del bonus per l’edilizia, rimanga per i 5 Stelle un fatto secondario. Qualcuno, come avvenuto in passato, provvederà. Ovviamente stringendo la cinta, com’è avvenuto in questi ultimi 6 anni. Ed ancora non abbiamo finito: considerato che, attualmente, il rapporto debito/Pil è ancora superiore di quasi 3 punti a quello del 2019.“Vaste programme” avrebbe, comunque, detto Charles De Gaulle, considerato la latitudine dell’intervento prospettato. In quei 20 punti c’è di tutto. Ed una prospettiva temporale di qualche decennio, sempre che l’Italia riesca ad evitare, nel frattempo, lo spettro del default. Potremmo illustrarlo punto per punto. Molte le buone intenzioni con cui è lastricata la strada che porta all’inferno. Meglio invece soffermarci su due o tre ingenuità che mostrano la reale natura di quelle proposte. Come l’idea di separare il grano dal loglio: vale a dire colpire la speculazione per favorire le imprese migliori. Ma qual è il criterio oggettivo? Oppure quella di una doppia tassazione sui privati del servizio sanitario, per recuperare fondi da trasferire al pubblico. Senza minimamente interrogarsi sul perché, molto spesso, ci si rivolge, anche a prezzo di grandi sacrifici, a quelle strutture.Il fatto è che in quelle proposte la centralità cessa di essere la società civile e quindi il mercato, come arena di conflitto e di sintesi: l’essenza stessa del progressismo. Diventa, invece, quella di una Pubblica amministrazione (si veda l’enfasi riposta sulla Corte dei Cinti) che diventa una sorta di cane da guardia etico, capace di contrastare tutti i vizi che nascono all’esterno dei suoi confini. Missione che una volta era affidata ad una mitica classe operaia, che si faceva Stato, per redimere l’intera umanità. Sogno distrutto da quell’eterogenesi dei fini che ha segnato la storia del ‘900.Questo retroterra li porta ad abbandonare le sponde dell’Occidente per guardare altrove. “Oltre le Alpi ed il mare” recitava una vecchia canzone sessantottina. Anche questo era già emerso durante gli anni dell’alleanza giallo-rossa. Si spiega così perché nelle 3.648 parole, che costituiscono la nuova tavola delle leggi, l’Unione Europea è citata solo di striscio. Non una parola sull’”asse sciita” (Iran, Hamas, Hezbollah e Houti) e le sue mire egemoniche. Ma condanna senza appello non nei confronti di Netanyahu, che pure ci starebbe, ma di Israele. In una postura che rasenta l’antisemitismo.Per non parlare poi della guerra di Putin. In uno dei 20 punti del documento si invoca il recupero dello spirito di Helsinki: quell’accordo firmato da 35 Paesi, cinquant’anni fa, quando Internet ancora non esisteva ed al potere in Russia era Leonid Breznev. Per ironia della sorte i primi quattro punti del relativo trattato riguardavano l’integrità territoriale dei singoli membri e l’inviolabilità delle loro frontiere. Cosa evidentemente di poco conto per coloro che hanno votato il documento.Netta invece la posizione a favore del Cremlino. Un grido, che li trasforma in complici: “No al piano Rearm Ue, sì a una politica estera comune, accompagnata da una difesa comune europea che garantisca significativi risparmi di spesa ed economie di scala”. Sotto l’usbergo del “Parlamento europeo”.Una proposta che va, ovviamente, decrittata dato che punta a bloccare le spese per la difesa: “NO” al suo innalzamento “al 5% del Pil in sede Nato”. Afferma il programma con tanto di lettere capitali e grassetto. Se ciò avvenisse, essendo venuto meno il supporto americano, le attuali spese per la difesa si ridurrebbero a meno della metà. L’Europa reggerebbe, allora, il confronto con le altre due grandi potenze planetarie? Risposta ben troppo facile, che evidenzia, tuttavia, la strumentalità di una simile posizione.Sull’Ucraina, invece, finalmente parole chiare. Si deve “cambiare radicalmente l’approccio fallimentare dell’Italia e dell’Europa nei confronti di quella guerra – afferma sempre il documento -. Continuare a inviare armi significa allontanare la pace”. In questo i 5 Stelle hanno ragione. Se gli ucraini avessero ceduto cinque anni fa alla prepotenza di Putin, oggi regnerebbe la pace. Il ritardo, tuttavia, può essere recuperato. Se l’Occidente abbandonerà Zelensky al suo destino, il Cremlino conquisterà quella terra indomita. Ma sarà il ritorno della pace o la nuova edizione del vecchio Patto di Monaco, quando Neville Chamberlain, il Primo ministro conservatore inglese ed Edouard Daladier, Presidente del consiglio francese, cedettero alle rivendicazioni di Adolf Hitler sulla regione cecoslovacca (i Sudeti), abitata prevalentemente da popolazione di lingua tedesca? Allora non finì bene. Perché oggi dovrebbe andar meglio?