Onu. L’Assemblea Generale, ovvero la sceneggiata del potere

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C’è qualcosa di preoccupante e, al tempo stesso, paradossale nelle giornate che si stanno vivendo a New York, nella sede delle Nazioni Unite. Proprio mentre il mondo avrebbe più bisogno di un luogo nel quale gli Stati possano parlarsi, negoziare e cercare soluzioni ai conflitti, l’Assemblea Generale sembra sempre più assomigliare a un gigantesco teatro nel quale gli attori, anziché discutere, si insultano, si accusano e si delegittimano reciprocamente.Donald Trump, nel suo intervento del 22 settembre, ha offerto una rappresentazione particolarmente evidente di questa trasformazione. Ha minacciato l’Iran di conseguenze estreme nel caso in cui non si raggiunga un accordo e ha definito Cuba uno “Stato fallito”, annunciando che la libertà sarebbe presto arrivata sull’isola. Le delegazioni iraniana e cubana hanno reagito abbandonando l’aula. E, a proposito del continente americano, alle Nazioni Unite era presente la vicepresidente del Venezuela: è stata lei a tenere il discorso, dato che il presidente in carica è stato rapito da un commando statunitense, trasportato a forza con la moglie negli USA ed è in attesa di processo per un reato per il quale gli stessi USA, e lo stesso presidente Trump, hanno concesso la grazia a uno dei suoi connazionali, non prima di aver preso possesso dei giacimenti di petrolio e di aver trasportato riserve auree del Paese negli USA.Una vicenda, questa, che, insieme alla guerra israelo-palestinese e a quella tra Russia e Ucraina, ha trasformato questa Assemblea Generale in qualcosa che somiglia più a una sceneggiata che a un incontro dei leader internazionali. A Benjamin Netanyahu, sul quale la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto nel novembre 2024 per accuse relative a crimini di guerra e crimini contro l’umanità, è stato concesso di salire sul podio delle Nazioni Unite e tenere il suo discorso. Questo ha sollevato accese polemiche: quando Netanyahu ha cominciato a parlare, numerose delegazioni hanno lasciato l’aula. Le stime riportate dalla stampa parlano di oltre 70 Paesi. Il suo sermone di fronte a una sala semivuota e sotto i fischi di molti degli osservatori ammessi non ha mancato di suscitare ulteriori polemiche. Ha attaccato il sindaco di New York, Zohran Mamdani, che aveva ribadito la necessità di arrestarlo qualora fosse arrivato in città, salvo poi ammettere che non disponeva dell’autorità giuridica per eseguire un mandato della Corte Penale Internazionale. La questione, come lo stesso sindaco ha ammesso, era nelle mani delle autorità federali statunitensi, che si sono guardate bene dal mettere in atto quanto richiesto dalla CPI. Anzi, durante il proprio discorso, anche il presidente degli USA non ha tralasciato di lanciare pesanti accuse nei confronti della CPI.È uno dei paradossi più evidenti di queste giornate. Mentre il premier israeliano, destinatario di un mandato di arresto internazionale, parla dal podio dell’ONU davanti a una sala semivuota, il presidente palestinese Mahmoud Abbas non ha potuto essere presente fisicamente perché gli Stati Uniti d’America gli hanno negato il visto d’ingresso. L’Assemblea Generale ha autorizzato soltanto il suo intervento in videoconferenza. La questione è: chi sono gli USA per impedire a un capo di Stato di partecipare all’Assemblea Generale delle NU, alla quale era stato invitato? E perché, di fronte a un simile comportamento, finora nessuno ha proposto di spostare i lavori dell’Assemblea Generale, e non solo, a Ginevra, sede distaccata delle NU?Non è necessario dire chi avesse ragione per capire ciò che quella scena racconta: la diplomazia internazionale sembra avere smarrito persino il linguaggio minimo della diplomazia. Anche i temi trattati si sono concentrati su argomenti che riguardavano solo la guerra e l’accaparramento delle materie prime. Che fine hanno fatto l’ambiente, la fame nel mondo, le emissioni di CO2 e molti altri temi che per decenni sono stati al centro dell’attenzione? Eppure, le Nazioni Unite sono state create per la pace, non per la guerra.Attenzione, però. Sarebbe sbagliato attribuire tutto questo soltanto a Trump, a Netanyahu o ai loro sostenitori. Tra i rappresentanti che hanno condannato quanto sta avvenendo in Medio Oriente, molti appartengono a Paesi che stanno beneficiando dell’aumento della vendita di armi e armamenti. E ancora di più sono quelli responsabili di non aver detto nemmeno una parola nei confronti di USA e Israele, fatta eccezione per la condanna del comportamento dei coloni nella Striscia di Gaza, responsabili dell’aumento del costo delle materie prime e dell’energia causato da attacchi che non solo non hanno nessuna giustificazione o motivazione ammissibile, ma sono essi stessi una grave violazione di quanto previsto dagli accordi di diritto internazionale umanitario approvati dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Anche le conseguenze delle misure nei confronti di Russia e Bielorussia, a conti fatti, sembrano aver colpito più i Paesi europei che le hanno emesse che non i responsabili di una guerra ancora irrisolta.Il problema è un altro: riguarda l’istituzione stessa.Le Nazioni Unite sono nate nel 1945 dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale. L’obiettivo era evitare che il mondo ricadesse nella logica che aveva prodotto due guerre mondiali. La precedente Società delle Nazioni, creata alla fine della Prima Guerra Mondiale, aveva fallito il proprio compito. Le Nazioni Unite avrebbero dovuto offrire agli Stati un luogo nel quale le controversie potessero essere risolte pacificamente e nel quale la forza non fosse l’unico strumento per regolare i rapporti internazionali. La stessa Carta dell’ONU stabilisce che gli Stati devono risolvere le proprie controversie con mezzi pacifici e astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza.A ottant’anni dalla nascita delle Nazioni Unite avviene esattamente il contrario: i responsabili delle Nazioni Unite possono parlare, condannare, mediare, proporre, votare, ma quando le grandi potenze sono gestite da leader sempre più autocratici emergono i limiti strutturali di un’organizzazione nata in un mondo completamente diverso da quello di oggi. L’Assemblea Generale si fonda sul principio “un Paese, un voto”: gli Stati sono formalmente sovrani e uguali e ciascun membro dispone di un voto, indipendentemente dalla sua dimensione economica o geopolitica. Un principio comprensibile dal punto di vista teorico, ma difficilmente conciliabile con la realtà contemporanea: un piccolo Stato insulare e un Paese con oltre un miliardo di abitanti non hanno lo stesso peso, né nel mondo reale né all’interno delle NU. Anche a livello istituzionale. Basti pensare alla gestione del Consiglio di Sicurezza: cinque Paesi, Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito, dispongono del diritto di veto. Il voto contrario anche di uno solo di loro rende vana la decisione presa da tutti gli altri Stati insieme. Una scelta che forse poteva avere una giustificazione nel 1945: senza il coinvolgimento delle grandi potenze vincitrici della guerra, un sistema di sicurezza collettiva sarebbe probabilmente nato già morto. Ma oggi, nel 2026, il mondo non è più quello.Nel frattempo, anche il numero, la natura e la distribuzione dei conflitti sono profondamente cambiati. I dati di ACLED parlano di oltre 185.000 eventi violenti registrati nel solo 2025 e di circa 831 milioni di persone coinvolte nei conflitti, il 16% della popolazione mondiale.La domanda che l’Assemblea Generale dovrebbe porre e porsi non è come fermare questa o quella guerra. È se abbia ancora senso un’organizzazione costruita ottant’anni fa per governare un mondo che non esiste più.Antonio Guterres, nel suo ultimo intervento davanti all’Assemblea Generale, ha parlato di “fratture” che si stanno allargando, di guerre, impunità e crescente disordine internazionale. Ha difeso il diritto internazionale e il multilateralismo e ha ricordato che il potere della legge dovrebbe prevalere sulla legge del potere. Parole pesanti che rendono ancora più evidente il problema.Il punto non è ciò che le Nazioni Unite dicono. Né quello che fanno. È cosa possono fare quando gli Stati più potenti del pianeta decidono di non ascoltarle. A New York, in questi giorni, abbiamo visto delegati che escono dall’aula, presidenti che parlano da uno schermo perché non è stato loro concesso un visto, un premier colpito da un mandato della Corte Penale Internazionale prendere tranquillamente la parola e beffeggiare altri capi di Stato e leader mondiali offendersi a vicenda.Forse la vera crisi dell’ONU non consiste in una crisi di parole né negli insulti in mondovisione trasmessi da alcuni leader mondiali. E nemmeno nella decisione, ingiustificata, di alcuni leader che hanno preferito mandare a New York un delegato per non mancare a una sfilata di moda. È una crisi istituzionale. Se le Nazioni Unite non riusciranno a cambiare le proprie regole, adeguandole al mondo di oggi, l’Assemblea Generale sarà ogni anno sempre più affollata e sempre meno importante: un evento nel quale tutti possono parlare, ma nel quale nessuno ha più la forza di farsi ascoltare.