Di fronte alla sfida di Trump alla Corte penale internazionale occorre difendere la civiltà giuridica europea

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L’iniziativa di Washington contro la Corte penale dell’Aja compromette il futuro della giustizia internazionale.L’attacco di Trump alla Corte penale internazionale riporta al centro il dilemma tra sovranità e responsabilità: la giustizia internazionale, una conquista di civiltà giuridica concepita soprattutto in Europa dopo le catastrofi umanitarie del Novecento, non può essere cancellata se si vuole evitare che i più gravi crimini contro l’umanità restino impuniti. L’Italia, che ha dato i natali allo Statuto di Roma istitutivo della Corte, non deve rimanere inerme.A quasi trent’anni dall’approvazione dello Statuto di Roma del 1998, Trump ha attaccato la Corte penale internazionale, stavolta davanti all’81ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ha usato parole forti, nel suo stile: l’accusa è di essere un’istituzione “canaglia”, i cui giudici, già colpiti dalle severe sanzioni statunitensi che hanno loro inibito persino l’uso di carte di credito nei circuiti europei, si propongono solo di processare le forze USA impegnate all’estero e i loro alleati. Per alcuni ci sarebbe anche un retropensiero sulle proprie dirette responsabilità, nemmeno tanto nascosto: Trump ha attaccato anche gli osservatori indipendenti e il Consiglio dei diritti umani dell’Onu che hanno curato gli scottanti rapporti sull’attacco a Capitol Hill e sulle continue violazioni dei diritti umani e civili negli USA, non ultime le restrizioni alla stampa e alle università, le violenze e le deportazioni compiute dai miliziani dell’ICE. Per non parlare degli attacchi al Venezuela e all’Iran al di fuori di qualunque legittimazione dell’uso della forza consentito dal diritto internazionale. In ogni caso, gli analisti sostengono che l’iniziativa di Trump all’Onu sia rivolta ora a promuovere un ulteriore livello di misure restrittive anche nei confronti degli altri Stati che sostengono finanziariamente la Corte, per interdirne definitivamente ogni attività. Il progetto di un completo “isolamento della Corte penale internazionale” era stato già annunciato da Marco Rubio, presentando una tesi subdola quanto suggestiva in tempi di sovranismi: i giudici dell’Aja violano la sovranità degli Stati nell’esercitare arbitrariamente la giurisdizione contro nazioni che, come gli USA, non hanno aderito al trattato istitutivo. Lo Statuto, infatti, lo consente, perché è sufficiente che vi abbia aderito lo Stato dei territori in cui i crimini internazionali sono stati commessi (è il caso dell’Ucraina e dell’Autorità palestinese). La questione di fondo accompagna da sempre la Corte penale internazionale: può esistere una giustizia internazionale capace di giudicare i crimini più gravi anche quando a commetterli sono Stati potenti o loro alleati? La risposta dello Statuto di Roma è stata, fin dall’origine, una scelta di civiltà giuridica maturata nel lungo percorso del diritto internazionale umanitario, compiutosi già con i Tribunali di Norimberga e dell’ex Jugoslavia: la sovranità statale non può trasformarsi in una protezione assoluta per chi esercita il potere se viola la pace e oltraggia la dignità umana. La Corte penale internazionale nacque dunque per affermare un principio semplice ma rivoluzionario: ci sono crimini che non riguardano soltanto le vittime dirette o il singolo Stato coinvolto, ma offendono l’intera comunità internazionale, da cui l’attribuzione alla Corte delle violazioni più gravi: i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità, il genocidio e l’aggressione.Non si tratta, però, di un tribunale “universale” che pretende di sostituirsi ai sistemi giudiziari nazionali. La Corte si fonda sul principio della complementarità: interviene soltanto quando gli Stati “non vogliono” o non sono in grado, per “collasso istituzionale”, di condurre indagini e processi credibili sui più gravi crimini internazionali. La complementarità è dunque l’opposto di una negazione della sovranità: è il riconoscimento che la sovranità comporta anche responsabilità. Uno Stato realmente capace di garantire giustizia ai propri cittadini non dovrebbe temere la Corte penale dell’Aja, perché la sua funzione rimane sussidiaria.Proprio questo principio è oggi al centro dello scontro. Gli Stati Uniti non hanno mai aderito allo Statuto di Roma e da anni, salvo qualche avvicinamento di Obama e Biden, contestano la possibilità che la Corte eserciti la propria giurisdizione in determinate situazioni, come avvenuto nel caso delle indagini sull’Afghanistan. L’iniziativa degli USA si inserisce quindi in una posizione storica di diffidenza verso la Corte, ma assume oggi un significato più ampio perché arriva in una fase nella quale l’ordine internazionale fondato sulle regole è sottoposto a una radicale contestazione. La questione non riguarda soltanto Washington: la Corte penale internazionale è guardata con ostilità anche da altre grandi potenze che non hanno aderito allo Statuto di Roma, come Russia e Cina. La ragione è evidente: una giurisdizione internazionale indipendente introduce un limite alla libertà di azione degli Stati più forti, perché afferma che anche i vertici politici e militari possono essere chiamati a rispondere delle proprie decisioni di fronte a crimini internazionali universalmente perseguibili. È questo il nodo che emerge anche nei casi più controversi degli ultimi anni. I mandati di arresto nei confronti di Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu hanno riaperto il dibattito sulle immunità dei capi di Stato e di governo. Ma il principio dell’irrilevanza della posizione ufficiale rispetto alla responsabilità per crimini internazionali non è una scelta contingente della Corte: affonda le sue radici nei Principi di Norimberga e trova una consacrazione nell’articolo 27 dello Statuto di Roma. Se gli autori di crimini internazionali potessero sottrarsi alla giustizia proprio perché ricoprono le cariche più alte dello Stato, la responsabilità penale internazionale perderebbe la sua ragione d’essere. La storia del Novecento lo ha dimostrato: quando i crimini vengono organizzati attraverso apparati statali, la responsabilità non può fermarsi agli esecutori materiali. Questo non significa che la Corte debba essere sottratta a critiche. Le sue procedure possono essere più efficienti, i tempi dei procedimenti possono essere ridotti e la sua capacità di operare in modo uniforme deve essere rafforzata. Ma una cosa è chiedere riforme; altra cosa è delegittimare l’idea stessa di una giustizia internazionale indipendente.Non vanno perciò dimenticate anche le accuse di selettività rivolte alla Corte soprattutto dai Paesi del Global South (i principali processi portati avanti hanno riguardato per lo più leader africani), e la posizione degli USA ora vorrebbe sfruttarle. Già alcuni Paesi come il Burundi, il Ciad, il Venezuela, le Filippine e, più recentemente, il Mali, tutti interessati da gravi vicende interne di violazioni dei diritti umani, hanno annunciato il ritiro dalla Corte. Proprio per questo la giustizia internazionale va sostenuta dimostrando che i suoi principi non appartengono a un blocco geopolitico, ma alla tutela universale della dignità umana. La risposta non può essere l’abbandono del progetto nato a Roma nel 1998, ma il suo miglioramento. Il ruolo dell’Europa, che ha sinora reagito con dichiarazioni formali di sostegno alla Corte, diventa allora decisivo: può intanto applicare il regolamento UE 2271/96, che consente la protezione dagli effetti extraterritoriali di norme adottate da Stati terzi. Ma la prospettiva deve essere necessariamente più ampia. In un tempo segnato dal ritorno delle guerre, dagli attacchi contro i civili e dalla crescente competizione tra potenze, il continente europeo deve scegliere se considerare il diritto internazionale un elemento essenziale della propria identità e dell’ordine internazionale oppure rinunciarvi quando non coincide con gli interessi dei potenti e dei loro alleati.Lo Statuto di Roma non è un trattato sulle tariffe e il commercio: richiama principi universali dell’umanità e una promessa di civiltà. Di fronte alle atrocità di massa che hanno segnato le tragedie del Novecento, il potere non sarebbe stato più giudice di sé stesso. La sfida lanciata alla Corte penale internazionale riguarda dunque qualcosa di più di un conflitto istituzionale tra Washington e l’Aja. Riguarda la domanda fondamentale del nostro tempo: in un mondo nel quale tornano le logiche della forza, esiste ancora uno spazio per l’idea che il potere debba rispondere davanti al diritto? La risposta determinerà non soltanto il futuro della Corte, ma anche una prospettiva di civiltà: in oltre 120 Stati del mondo si è voluto credere nello Statuto di Roma come pilastro importante per un ordine internazionale fondato su regole condivise, per la ricerca costante della pace e della giustizia, condizioni che non possono essere disgiunte. L’Italia e l’Europa sono state protagoniste attive di un modello di civiltà giuridica costruito proprio su questa idea universale di giustizia internazionale come argine contro gli abusi delle guerre e dei regimi. Sono stati giuristi europei come Kelsen, primo teorico di una corte internazionale, Lemkin e Lauterpacht, cui si devono rispettivamente le definizioni di “genocidio” e di “crimini contro l’umanità”, Pietro Nuvolone, che concepì i “diritti di lesa umanità”, Giuliano Vassalli e tanti altri ancora, sostenitori della giustizia internazionale, a dare i natali allo Statuto di Roma. L’Italia e l’Europa non possono, non debbono rimanere inermi davanti a questo ulteriore affronto: anche su questo fronte è in gioco la nostra civiltà giuridica, la nostra identità di italiani e di europei, a cui nessuno può imporci di rinunciare.* Membro dell’International Law Association.