La locuzione defense-tech non si limita a descrivere l’applicazione di nuove e dirompenti tecnologie al settore militare, ma indica anche un vero e proprio cambio di paradigma nel modo in cui l’industria della difesa governa i propri processi interni, definisce le priorità e struttura i rapporti con le Forze armate. Se negli Usa tale approccio è incarnato da realtà come Anduril e Palantir, a portare questo modello, basato su velocità e scalabilità, anche in Europa è Helsing, start up tedesca nata nel 2021. Airpress ha discusso di questa trasformazione e delle prospettive per l’Europa con Frank Dirksen, chief commercial officer di Helsing.Helsing è nata come un’azienda “software-defined” e in seguito si è espansa anche nell’hardware. Come è cambiata la vostra strategia nel corso di questi anni?Helsing è un’azienda ancora molto giovane, fondata cinque anni fa, nel 2021. Oggi contiamo circa 1.300 dipendenti e siamo presenti principalmente in Europa, con sedi anche a Monaco, Berlino, Londra e Parigi, oltre a diverse presenze più piccole in altre parti del continente e del mondo. Il nostro Dna è quello di un’azienda software-defined e il nostro principale punto di forza sono le capacità nel campo dell’intelligenza artificiale, che tanto le forze terrestri quanto quelle aeree riconoscono come il nostro elemento distintivo. Poi, circa due anni fa, abbiamo deciso di entrare anche nel settore dell’hardware, perché avevamo percepito una domanda crescente da parte di diversi mercati e perché ritenevamo di poterci muovere più rapidamente di alcuni operatori tradizionali del settore, portando le nostre capacità di IA e software direttamente sull’hardware. Ad oggi riteniamo di stare ottenendo buoni risultati, in particolare osservando gli sviluppi sul campo di battaglia, a partire dall’Ucraina. Da questo punto di vista, i riscontri che riceviamo dalle forze terrestri e dai governi sono molto positivi. Penso in particolare al nostro drone d’attacco HX-2, che viene impiegato costantemente nell’ambiente estremamente impegnativo del campo di battaglia ucraino e che, grazie alle sue capacità software e di intelligenza artificiale, presenta uno dei più elevati tassi di successo della missione tra tutti i sistemi di munizionamento circuitante di fascia media.Anche in base alla vostra esperienza diretta in Ucraina e con la Bundeswehr, quali sono le capacità su cui state investendo maggiormente?Ce ne sono diverse, a partire da tutto ciò che riguarda l’intero ciclo di ricognizione e ingaggio. Utilizzando piattaforme proprietarie o sensori di terze parti – Helsing è completamente agnostica da questo punto di vista – costruiamo un quadro di situational awareness quasi in tempo reale, che viene quindi presentato a un operatore, il quale rimane sempre “in the loop” o “on the loop”, con specifici obiettivi ed effettori proposti. L’operatore può quindi accettare la proposta oppure richiedere modifiche, a seconda delle esigenze operative. Per il dominio aereo, invece, abbiamo una piattaforma denominata CA-1 Europa, un velivolo da combattimento autonomo, attualmente allo stadio di prototipo. Sarà un sistema unmanned, con un raggio operativo di 1.500 chilometri, che raddoppia nel caso di operazioni one-way. Il primo test di volo è previsto per il primo trimestre del 2027 e puntiamo a introdurlo in servizio presso Forze armate tedesche entro il 2029. Siamo fiduciosi di poter rispettare questa tempistica, che è effettivamente molto stretta rispetto ai tempi convenzionali del settore aeronautico. Nel dominio marittimo disponiamo sia di capacità software sia hardware per rilevare segnali sospetti sott’acqua, sviluppate insieme ad alcuni partner europei, con l’obiettivo di addestrare l’intelligenza artificiale a segnalare la specifica anomalia invece di consegnare all’operatore terabyte di dati da analizzare manualmente. Infine, il nostro settore di attività più recente è quello spaziale, dove abbiamo avviato una partnership con altre aziende tedesche e fondato una joint venture denominata Kirk, con l’obiettivo di rispondere alle esigenze della Bundeswehr nell’ambito di determinati programmi spaziali. Stiamo facendo lo stesso anche per altri Paesi che hanno manifestato interesse, ma in questo caso siamo ancora in una fase iniziale.In termini di approccio industriale, cosa distingue un’azienda defense-tech da un prime contractor tradizionale?Io provengo da un’azienda della difesa tradizionale (Rheinmetall, ndr) e, quando sono entrato in una realtà orientata alle nuove tecnologie, ciò che mi è apparso immediatamente evidente è stata la velocità, vale a dire la capacità di rispondere alla domanda del mercato molto, molto più rapidamente di quanto riescano a fare altri operatori. A volte, ciò che determina l’allungamento delle tempistiche è proprio la dimensione di alcune aziende, a causa di processi interni che possono essere stati consolidati nel corso di anni o decenni. D’altra parte, far parte di un’organizzazione “giovane” comporta chiari vantaggi in termini di velocità, progresso interno, allineamento con il cliente e rapidità decisionale, elementi che sono apprezzati dalle agenzie di procurement e dalle Forze armate in tutta Europa. Nel nostro caso, un giorno riceviamo un feedback operativo e il giorno successivo abbiamo già implementato la maggior parte di quel feedback nel sistema, insieme ai nostri partner delle Forze armate. È questa velocità a distinguere i nuovi operatori. A mio avviso, è un principio che non si applica soltanto all’hardware, ma all’intero approccio. È la stessa logica software-defined che abbiamo già visto in altri settori industriali e, per quanto riguarda la difesa europea, non possiamo permetterci di rimanere indietro in questa transizione, come è avvenuto altrove. Oggi, la parte più innovativa dell’industria ragiona innanzitutto in termini di software e intelligenza artificiale militare, e solo successivamente arriva l’hardware. Anche la presidente del Consiglio Meloni ha recentemente affermato in Parlamento che il punto non è soltanto quanto spendiamo per la difesa, ma per cosa spendiamo queste risorse, facendo riferimento a carri armati dal valore di milioni di euro distrutti da droni economicamente efficienti. Massa e tonnellaggio non determinano più l’esito sul campo di battaglia; a determinarlo sono il software, l’autonomia e la velocità di adattamento. Questo dimostra che l’Italia ha compreso correttamente la realtà militare attuale e, da ciò che possiamo osservare, anche le Forze armate italiane si stanno muovendo in questa direzione.In questa trasformazione industriale in corso, oltre alla velocità, un altro elemento-cardine è la scalabilità. Qual è il vostro approccio alla produzione di massa?Questo è un punto molto importante e, per affrontarlo, tornerò al drone HX-2, che oggi è ampiamente impiegato in Ucraina. Nel sud della Germania abbiamo quella che definiamo una resilience factory, dove negli ultimi dodici mesi abbiamo incrementato massicciamente la produzione. Non fornirò cifre specifiche, ma l’aumento è significativo, compresa l’intera catena di fornitura relativa alle testate, alle batterie e ad altri sottosistemi critici. Inoltre, stiamo aumentando ulteriormente la capacità produttiva, avendo firmato un importante contratto con il governo tedesco relativo ai sistemi di munizionamento circuitante per almeno 300 milioni di euro e fino a un miliardo. E siamo fiduciosi che arriveranno ulteriori commesse. Del resto, le capacità ci sono e il feedback da parte delle Forze armate è eccellente. Siamo inoltre disponibili a creare presenze locali in altri Paesi, qualora ciò abbia senso e la domanda di mercato lo giustifichi.Quanto è stato importante, per la vostra espansione, l’impegno del governo tedesco sulla difesa negli ultimi anni? E come guardate al caso italiano?La Germania è chiaramente uno dei nostri mercati principali e siamo molto grati per il sostegno che abbiamo ricevuto dal governo tedesco. Berlino si sta muovendo rapidamente e, a mio avviso, sta investendo una quantità adeguata di risorse nelle nuove tecnologie per la difesa. Siamo felici di dare concreta attuazione a questo impegno insieme al governo tedesco. Anche in Italia la spesa per la difesa è in crescita ed è significativo che oggi l’Italia consideri il campo di battaglia come un ambiente sempre più caratterizzato dai droni, nel quale il software fa la differenza. L’Italia dispone inoltre di una solida base industriale, con la quale ci piacerebbe collaborare per costruire un’altra storia di successo, sia per il Paese sia per Helsing.Guardando al quadro più ampio, l’Europa dispone di tecnologia, competenze, start up, università e aziende consolidate, ma fatica a trasformarle in capacità concrete. Cosa serve per recuperare terreno?A mio avviso, tutto parte dalla volontà dei governi. Dobbiamo partire dall’alto, con la volontà di investire in queste nuove tecnologie, mettendo a disposizione budget adeguati e tempistiche chiare. Questa è la base sulla quale operano tutti gli attori industriali, grandi e piccoli. È ciò che la Germania ha fatto e sta facendo e credo che sia anche ciò che l’Italia abbia intenzione di fare. Dal punto di vista industriale, per esempio, lavoriamo con partner piccoli e grandi a seconda delle capacità richieste e siamo generalmente aperti alla cooperazione industriale. In Germania disponiamo già di una buona rete di fornitori che ci supportano e qualcosa di simile può essere costruito anche in Italia. Personalmente, mi piacerebbe vedere questo accadere nei prossimi sei-dodici mesi. Se i fondamentali — budget, tempistiche e programmi — sono presenti, l’industria può essere altrettanto veloce, con i partner giusti.Helsing è attiva anche negli Stati Uniti, il che vi offre una prospettiva su entrambe le sponde dell’Atlantico. Cosa può imparare l’Europa dal modello americano?A mio avviso, ciò che i nostri partner americani fanno molto bene è testare e poi prendere decisioni sulla base dei risultati dei test. Per esempio, alcuni mesi fa si è svolta in Lituania un’esercitazione dell’Us Army alla quale sono stati invitati diversi operatori industriali. In quell’occasione, i nostri prodotti sono stati testati in un ambiente estremamente impegnativo, forse persino più duro della realtà operativa, e sono lieto di dire che il nostro drone d’attacco ha ottenuto risultati eccellenti, con un Mission success rate superiore all’88%, ancora una volta. Questa è una lezione importante, che ci insegna a guardare a ciò che viene testato in condizioni reali e non soltanto a ciò che è scritto sulla carta o in una presentazione PowerPoint. Ed è proprio sulla base di esempi come questo che sta prendendo forma un’importante cooperazione tra il governo degli Stati Uniti e Helsing. Stiamo infatti costruendo una resilience factory in West Virginia che ci consentirà di portare anche ai nostri partner americani tecnologie e prodotti che sono già stati testati sul campo.Helsing viene spesso descritta come la prima neo-prime d’Europa. Come vede l’evoluzione dell’industria della difesa del Vecchio continente nei prossimi anni?Innanzitutto, credo che ogni operatore industriale abbia una propria rilevanza. Nel breve termine, penso che continueranno a nascere e crescere nuove aziende della difesa, offrendo le proprie capacità alle Forze armate e partecipando alle dimostrazioni sul campo. È così che dovrebbe essere, perché alla fine saranno le idee migliori, la tecnologia migliore e, in definitiva, i prodotti migliori a prevalere. Nel medio-lungo termine, credo che una fase di consolidamento sia inevitabile. Non possono esserci centinaia di aziende, ciascuna con decine di prodotti, che abbiano tutte successo sul mercato. Credo che, a un certo punto, ci saranno circa cinque-dieci operatori europei che si saranno effettivamente sviluppati fino a diventare neo-prime su una scala significativa. E credo che Helsing sia ben posizionata per svolgere un ruolo molto rilevante, ora e in futuro.