Lo scorso 29 maggio è scaduto il periodo entro il quale si sarebbero dovuto presentare i Piani nazionali di ristrutturazione edilizia degli edifici in base alla Direttiva europea degli Epbd (Energy Performance of Buildings Directive) sulle case green. La direttiva ha fissato alcuni obiettivi relativi, legati al taglio dei consumi medi degli immobili residenziali: una riduzione del 16% entro il 2030, del 20 – 22% entro il 2035, la decarbonizzazione totale entro il 2050. Ciascun Paese doveva indicare il proprio percorso per il raggiungimento di questi obiettivi entro la fine del 2025. La direttiva non prevede alcuna risorsa per la sua attuazione, in quanto il bilancio europeo non indica fonti di finanziamento per la riqualificazione degli immobili ed i fondi pubblici nazionali, a quanto risulta, coprono generalmente solo tra il 20 e il 30% dei costi di ristrutturazione. Il resto, la quasi totalità perciò, è a carico dei privati cittadini.L’Italia si è vista arrivare a luglio scorso l’avviso della terza procedura di infrazione sulla suddetta direttiva case green. Infatti la prima riguardava il divieto di agevolazioni alle caldaie. La seconda era scattata nello scorso marzo e aveva visto il nostro Paese in compagnia di altri 18 per non aver presentato la bozza del piano nazionale di ristrutturazione degli edifici.La Commissione europea ha avviato tale terza procedura di infrazione non solo nei confronti dell’Italia, ma anche di altri 26 paesi membri per il mancato recepimento della direttiva Case green, “Energy performance of buildings directive”.Ma torniamo alla questione dei finanziamenti.Secondo il “Joint research Centre” della Commissione europea per i 16 Paesi che hanno già presentato i Piani di ristrutturazione il contributo pubblico previsto coprirà solo tra il 20 ed il 30% della spesa necessaria per gli interventi di efficientamento, mentre tutto il resto (oltre i due terzi) dovrà essere sostenuto dai privati proprietari di immobili. Ciò significa che, in effetti, ciascun cittadino europeo dovrà sostenere la riqualificazione della propria abitazione.Entro il termine previsto, dunque, hanno presentato i rispettivi piani: Belgio, Bulgaria, Danimarca, Germania, Spagna, Francia, Croazia, Cipro, Lituania, Paesi Bassi, Austria, Portogallo, Romani, Slovenia, Finlandia e Svezia. Da questi piani può rilevarsi che i finanziamenti pubblici rappresentano solo una parte modesta dei costi che occorreranno per le ristrutturazioni. Infatti arriveranno per la Spagna al 28% del totale, per la Slovenia al 27%, per la Lituania dal 14 al 30%. Per altri Paesi non vengono indicate ancora le rispettive percentuali della ripartizione delle spese, perché sono previsti interventi da parte sia dello Stato membro che da fondi regionali e locali come per la Danimarca che, stimando in 13,2 miliardi il fabbisogno totale degli investimenti, prevede finanziamenti dallo Stato (35%) da fondi locali (60%) e regionali (5%). I Paesi Bassi per una spesa complessiva di 3 miliardi di euro prevedono finanziamenti pubblici per l’85%, fondi locali per il 14% e fondi regionali per l’uno per cento.Sta di fatto che il sostegno pubblico è destinato a coprire solo una parte trascurabile dell’intervento complessivo. Del resto, per la verità, fin da quando fu emanata la Direttiva i singoli Stati sapevano che non erano previsti sostegni per la sua attuazione.Noi come siamo messi? Eurostat ha collocato l’Italia per il 2025 all’ultimo posto nella classifica per tasso di efficientamento energetico degli immobili residenziali nell’Unione Europea.Lo scorso anno, infatti, soltanto il 2,6% della popolazione italiana dichiarava di risiedere in un’abitazione sottoposta a lavori di riqualificazione energetica, avvenuta nei cinque anni precedenti, rispetto ad una media dell’Unione europea del 23,9% e un picco del 60,5% registrato nei Paesi Bassi davanti a Danimarca (34%), Francia e Slovenia (33,3%). Meglio dell’Italia hanno fatto anche Malta (7,8%) e la Grecia (9,5%).Ora indipendentemente dalla nostra situazione, sta di fatto che l’apertura della ennesima procedura di infrazione da parte della Commissione europea nei confronti di tutti gli Stati membri dovrebbe far capire ai burocrati di Bruxelles che la direttiva è il frutto avvelenato di un pregiudizio ideologico, la cui approvazione – è giusto ricordarlo – avvenne nel 2024 con il voto contrario del governo italiano, perché ipotizzava obbiettivi praticamente irraggiungibili ed utopistici.Proprio per questo Antonella Sberna di FdI, vicepresidente del Parlamento europeo, ha chiesto alla Commissione “il coraggio di rivedere norme che si sono dimostrate inapplicabili, privilegiando il buon senso, la sostenibilità economica e una transizione energetica pragmatica, graduale e realmente sostenibile”; dal suo canto il Vicepresidente del Senato e senatore della Lega, Gian Marco Centinaio ha dichiarato: “Se avessero non dico un sano realismo, ma almeno un po’ di senso del ridicolo, avrebbero già abolito quel testo, come noi della Lega chiediamo dall’inizio”.Ma evidentemente non bastavano questi provvedimenti dirigistici a preoccupare i proprietari di case e poiché l’Unione europea non vuole farci mancare niente, più recentemente ha varato un altro Regolamento, l’ultima follia, che si chiama “Affordabel Housing Act”. Si tratta di un nuovo regolamento che scarica, come sempre, sui cittadini europei l’onere di sopperire alla mancanza di politiche pubbliche, imponendo limiti agli affitti brevi e divieti di compravendita nelle città, in cui il prezzo medio delle case sia pari o superiore a 8 volte il reddito medio (in pratica gran parte delle città italiane). Contro questo ennesimo diktat della Commissione europea si è mobilitato fortemente mezzo mondo: dalla politica alle associazioni di categoria.