L’Arabia Saudita non avrebbe escluso la possibilità di sviluppare in futuro una capacità nucleare militare, pur senza avere assunto, secondo le informazioni disponibili, una decisione politica in questa direzione. È quanto emergerebbe da una valutazione riservata della comunità di intelligence statunitense trasmessa al Congresso.La valutazione non dimostra l’esistenza di un programma clandestino né indica che Riad abbia avviato la costruzione di un ordigno. Suggerisce piuttosto che la leadership saudita intenda mantenere aperte diverse opzioni strategiche, soprattutto in relazione all’evoluzione del programma nucleare iraniano.La questione assume particolare rilevanza alla luce dell’accordo trentennale di cooperazione nucleare civile concluso dall’amministrazione Trump con il regno. L’intesa potrebbe aprire alle imprese statunitensi un mercato del valore di decine di miliardi di dollari, comprendente anche la possibile realizzazione di reattori AP1000.Uno dei punti più delicati riguarda il ciclo del combustibile. L’arricchimento dell’uranio non equivale alla produzione di un’arma nucleare ed è utilizzato anche per finalità civili. La disponibilità delle relative infrastrutture e competenze può tuttavia ridurre, in determinate condizioni, i tempi necessari per raggiungere livelli di arricchimento compatibili con un eventuale programma militare.Il progetto discusso consentirebbe in prospettiva a Riad di sviluppare capacità di arricchimento fino a livelli prossimi al 20 per cento. Si tratterebbe di una concentrazione ancora significativamente inferiore a quella normalmente associata al materiale destinato alle armi, ma sufficiente a rendere più breve un eventuale successivo processo di arricchimento.La questione riguarda quindi non soltanto la quantità di uranio disponibile, ma anche l’acquisizione delle competenze tecniche, delle centrifughe, delle infrastrutture industriali e delle catene di approvvigionamento necessarie al funzionamento del ciclo del combustibile.Washington sostiene che eventuali attività particolarmente sensibili potrebbero essere sottoposte a controllo americano e che le tecnologie più delicate non verrebbero trasferite direttamente ai sauditi.Rimane però aperto il confronto sulle garanzie di non proliferazione. Tra le questioni discusse figura l’eventuale adesione saudita al Protocollo aggiuntivo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che attribuirebbe all’Aiea maggiori strumenti di verifica rispetto alle salvaguardie ordinarie.Il precedente degli Emirati Arabi Uniti è particolarmente importante. Nell’accordo nucleare concluso con Washington nel 2009, Abu Dhabi accettò di rinunciare all’arricchimento dell’uranio e al riprocessamento del combustibile esaurito sul proprio territorio. Un’intesa saudita meno restrittiva potrebbe quindi avere conseguenze anche sugli equilibri regionali della non proliferazione.Il principale elemento politico rimane l’Iran. Il principe ereditario Mohammed bin Salman ha dichiarato in passato che, qualora Teheran acquisisse un’arma nucleare, anche l’Arabia Saudita dovrebbe dotarsene.Riad potrebbe quindi puntare inizialmente a sviluppare un programma civile mantenendo contemporaneamente le conoscenze e le infrastrutture necessarie a conservare maggiori possibilità strategiche per il futuro.Uno scenario prevede che il programma rimanga esclusivamente civile, sottoposto ai controlli internazionali e fortemente dipendente dalla tecnologia americana. Per Washington questa soluzione permetterebbe anche di mantenere il settore nucleare saudita legato alle imprese occidentali, limitando lo spazio disponibile per fornitori cinesi o russi.Una seconda possibilità è lo sviluppo di una capacità nucleare latente. Riad potrebbe acquisire competenze sul ciclo del combustibile senza costruire un’arma, riducendo però progressivamente la distanza tecnologica necessaria per un eventuale programma militare.Un terzo scenario dipenderebbe direttamente dall’Iran. Una decisione iraniana di produrre un ordigno, o la percezione saudita che Teheran sia ormai prossima a raggiungere questa capacità, potrebbe modificare rapidamente i calcoli di Riad.In questo contesto vengono spesso ricordati gli stretti rapporti militari tra Arabia Saudita e Pakistan. Islamabad è una potenza nucleare e mantiene da decenni una cooperazione significativa con il regno. Non esistono tuttavia elementi sufficienti per dedurre automaticamente che il Pakistan trasferirebbe armi o tecnologie nucleari militari all’Arabia Saudita.Anche Israele osserva con particolare attenzione l’evoluzione del programma saudita. Lo Stato ebraico mantiene una politica di ambiguità sul proprio arsenale nucleare e in passato ha utilizzato la forza contro programmi regionali considerati potenzialmente militari, colpendo il reattore iracheno di Osirak nel 1981 e l’impianto siriano di al-Kibar nel 2007.Il caso saudita presenta però caratteristiche profondamente differenti. Riad è un partner strategico degli Stati Uniti e le eventuali infrastrutture nucleari sarebbero sviluppate nell’ambito di accordi internazionali e con la partecipazione di società straniere.La cooperazione nucleare si intreccia inoltre con il negoziato sulla normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele. Trump ha collegato politicamente l’intesa alla prospettiva di relazioni diplomatiche tra i due Paesi, mentre Riad continua a porre la questione palestinese tra le condizioni fondamentali del processo.Un altro problema riguarda il possibile effetto regionale. Se l’Arabia Saudita ottenesse condizioni che consentissero lo sviluppo dell’arricchimento sul proprio territorio, altri Paesi potrebbero chiedere analoghe possibilità.Turchia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti seguirebbero inevitabilmente l’evoluzione del programma saudita. Questo non significa che deciderebbero automaticamente di sviluppare capacità militari, ma potrebbe modificare il dibattito regionale sulle tecnologie nucleari e sulle garanzie di sicurezza.Riad dispone comunque di motivazioni economiche per sviluppare l’energia nucleare civile. Il regno deve soddisfare una domanda elettrica crescente, alimentare grandi impianti di desalinizzazione e ridurre il consumo interno di idrocarburi, liberando maggiori quantità di petrolio e gas per l’esportazione.Il programma si inserisce quindi anche nella strategia saudita di diversificazione economica e tecnologica. Il controllo di una parte maggiore del ciclo nucleare aumenterebbe inoltre le competenze industriali del Paese e il suo potere negoziale nei confronti dei principali fornitori internazionali.Per gli Stati Uniti emerge così un difficile equilibrio. Condizioni molto restrittive ridurrebbero i rischi di proliferazione, ma potrebbero incentivare Riad a rivolgersi a Cina, Russia o altri fornitori. Un accordo più flessibile conserverebbe invece l’influenza americana sul programma saudita, aumentando però le preoccupazioni sulla diffusione regionale delle tecnologie sensibili.La questione centrale non è quindi l’esistenza di una bomba saudita, per la quale non emergono al momento elementi sufficienti, ma il grado di autonomia nucleare che Riad riuscirà ad acquisire. Più il regno svilupperà competenze e infrastrutture proprie, maggiore sarà la possibilità per una futura leadership saudita di modificare rapidamente la natura del programma qualora cambiasse il quadro strategico regionale.