PARIGI — Con lo stretto di Hormuz in larga parte chiuso dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran cominciata a febbraio, il Mar Rosso è diventato il secondo fronte del petrolio del Golfo. E la Francia ci manda soldati. Giovedì sera, in un’intervista in prima serata a TF1 e France 2, il presidente Emmanuel Macron ha annunciato l’invio a Yanbu — il principale terminale saudita sul Mar Rosso — di «soldati, radar e sistemi di difesa», con un accordo «finalizzato con i sauditi». «Non per coinvolgerci in un conflitto, ma per proteggere il sito», ha precisato. Venerdì Parigi ha confermato; il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot ha parlato a Le Monde di mezzi «strettamente difensivi». Né numeri di uomini, né tipo di materiale, né data di arrivo.Lo stesso giorno dell’annuncio, la protezione civile saudita aveva fatto suonare gli allarmi su Mecca, Yanbu, Taif, Jeddah e Tabuk, revocati dopo pochi minuti. La coalizione a guida saudita ha detto di aver intercettato sei missili balistici diretti su Taif e Yanbu; il suo portavoce, il generale di brigata Turki al-Maliki, ha scritto su X che «le escalation e le violazioni della milizia terroristica houthi saranno affrontate con fermezza». Gli Houthi, il movimento yemenita Ansar Allah sostenuto dall’Iran, hanno rivendicato due ondate di missili balistici, da crociera e droni sugli impianti Aramco di Yanbu — il secondo attacco in due settimane, dopo i droni del 13 settembre sull’oleodotto — e su un «obiettivo sensibile» a Riad. Il governo saudita non ha confermato danni, riferisce Al Jazeera.Perché proprio Yanbu? Perché lì sbocca l’oleodotto Est-Ovest, la Petroline: oltre 1.200 chilometri dai giacimenti del Golfo alla costa del Mar Rosso, fino a 7 milioni di barili al giorno. Con Hormuz bloccato è la via d’uscita del greggio saudita, e chi colpisce quel terminale colpisce l’ultima porta aperta del petrolio del Golfo.Ma anche il Mar Rosso si sta chiudendo. A settembre gli Houthi hanno preso il porto di Mocha e alcune isole, allargando il controllo sullo stretto di Bab al-Mandab, da cui passa circa il 12 per cento del greggio mondiale, dopo il blocco navale dichiarato a luglio. In Yemen i combattimenti hanno fatto decine di morti, secondo un conteggio dell’AFP su sette fonti. Teheran prende le distanze: «Gli Houthi sono responsabili delle proprie azioni. Non prendono ordini da noi», ha detto il presidente iraniano Masoud Pezeshkian a Fox News. Gli Houthi non hanno commentato l’annuncio francese; il ministero delle Forze armate di Parigi non ha fornito dettagli operativi.Il patto della MeccaIl dispiegamento nasce a New York. Martedì, ai margini dell’Assemblea generale dell’Onu, Barrot ha copresieduto con il ministro kuwaitiano Abdullah Ali Al Yahya una riunione con i sei ministri degli Esteri del Consiglio di cooperazione del Golfo, la lega dei Paesi arabi della penisola, tra cui il saudita principe Faisal bin Farhan. Il segretario generale del Consiglio ha definito «solido» il partenariato con Parigi. Il rappresentante francese all’Onu, Jérôme Bonnafont, ha detto che i 15 membri del Consiglio di sicurezza hanno espresso solidarietà a Riad «di fronte ad attacchi che colpiscono civili e beni civili sul suo territorio». La Francia ha già una base aeronavale a Gibuti, allo sbocco di Bab al-Mandab: 1.500 dei suoi circa 30.000 militari fuori dai confini.Riad intanto cerca altre spalle. Giovedì i ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno concordato una riunione «urgente» dei capi di stato maggiore sotto l’Accordo di difesa congiunta della Mecca, ratificato a Istanbul il 31 agosto — un attacco a uno è un attacco a tutti — e mai attivato finora. «Ci stiamo difendendo, non riguarda solo l’Arabia Saudita», ha detto Faisal bin Farhan a Fox News, aggiungendo di «continuare a lavorare con i partner statunitensi». Gli Stati Uniti però non sono rientrati militarmente. Il gran muftì saudita ha esortato i soldati a essere pronti a morire contro gli Houthi, secondo l’agenzia di Stato Spa. All’Onu il vicepresidente yemenita Abdullah al-Alimi-Bawzer ha accusato gli Houthi di usare la sicurezza marittima «come strumento di ricatto» e di «tenere in ostaggio l’intera economia globale».A Parigi la decisione divide. Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise, chiede l’attivazione dell’articolo 35 della Costituzione — la norma che obbliga il governo a informare il Parlamento su ogni intervento armato all’estero —: «Truppe in Arabia Saudita significa installarsi su un teatro di guerra». Contrario anche Sébastien Chenu, del Rassemblement National, a RMC-BFMTV. La prossima mossa spetta ai capi di stato maggiore di Riad, Islamabad e Ankara. E ai soldati francesi, di cui nessuno ha ancora detto quando arriveranno.