Pax Silica, il dossier che può riavvicinare Roma e Washington

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L’ingresso dell’Italia in Pax Silica potrebbe essere vicino, molto vicino. Roma ha esitato per mesi prima di aderire all’iniziativa con cui gli Stati Uniti intendono mettere al sicuro — sottinteso poco citato: dalla Cina — la catena del valore dei minerali critici che servono per l’intelligenza artificiale e per altre tecnologie avanzate. Ma adesso potrebbe essere arrivato il momento, anche perché tale ingresso — fortemente sponsorizzato dal Dipartimento di Stato e dal Consiglio di Sicurezza Nazionale — potrebbe rappresentare uno degli elementi utili a distendere le pieghe della relazione tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente americano Donald Trump.Sarebbe però un errore leggere il dossier esclusivamente attraverso la lente delle tensioni emerse negli ultimi giorni – d’altronde, come sostengo diversi osservatori americani, le dispute passano e gli interessi restano. E l’adesione italiana a Pax Silica e il memorandum d’intesa sui minerali critici che Roma e Washington preparano da mesi rispondono a una logica più profonda, legata alla ridefinizione delle filiere industriali e tecnologiche occidentali. Una dinamica che precede lo scontro politico e che probabilmente continuerà anche dopo.La prova è arrivata proprio nelle ore successive alla cancellazione del Business Forum Italia-Stati Uniti – cancellazione questa sì legata alle recenti dispute – che avrebbe dovuto tenersi a Miami. L’iniziativa avrebbe dovuto ospitare anche la firma di un memorandum d’intesa tra il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il segretario di Stato Marco Rubio dedicato ai minerali critici, oltre a rappresentare uno dei passaggi preparatori verso l’ingresso italiano in Pax Silica.Il rinvio del forum è stato voluto da Roma come una risposta politica agli attacchi rivolti da Trump a Meloni, ma lo stesso Tajani, in un’intervista al Corriere della Sera in cui ha definito la cancellazione “un segnale”, ha precisato però che il lavoro sui dossier strategici non si fermerà. “Continueremo a lavorare sui dossier e firmeremo quello sulle materie prime, snodo decisivo per il nostro sistema industriale”, ha spiegato il titolare della Farnesina.Anche da Washington, del resto, arrivano segnali di continuità. Rispondendo a una domanda della corrispondente da D.C. del CorSera Viviana Mazza, un portavoce del Dipartimento di Stato ha confermato che il Summit di Pax Silica “andrà avanti come previsto il 25 e 26 giugno a Washington” e che gli Stati Uniti annunceranno a breve “diversi nuovi membri che si stanno unendo alla nostra visione per l’innovazione e la crescita per il futuro dell’intelligenza artificiale”. L’adesione dell’Italia potrebbe essere annunciata a brevissimo. Secondo quanto riportato dal CorSera, l’Italia starebbe valutando la partecipazione dell’ambasciatore Armando Varricchio, inviato speciale del ministro Tajani per l’innovazione e le nuove tecnologie, al summit di Pax Silica, mentre per il memorandum sui minerali critici si ragiona su una nuova cerimonia di firma o su una formalizzazione affidata all’ambasciatore italiano a Washington, Marco Peronaci.La distinzione è significativa. Da una parte il piano politico e le inevitabili frizioni che possono emergere tra governi e leadership. Dall’altra la costruzione di interessi strategici che entrambe le capitali considerano sempre più rilevanti. È in questo spazio che si colloca Pax Silica e la questione dei minerali critici.Nella visione dell’amministrazione Trump, Pax Silica rappresenta una piattaforma di coordinamento tra Paesi alleati sulle componenti strategiche dell’ecosistema dell’AI: capacità di calcolo, semiconduttori, minerali critici, energia e infrastrutture digitali. Durante una recente audizione al Senato, Rubio l’ha definita un “consorzio globale” destinato a coordinare gli elementi necessari allo sviluppo della tecnologia che al momento guida gli sviluppi industriali e politici – basta pensare che i top manager delle aziende AI sono stati ospitati, alla stregua di leader istituzionali, al tavolo del G7 ospitato dalla Francia.Per comprendere il valore attribuito dagli Stati Uniti al progetto bisogna guardare alle parole di Jacob Helberg, sottosegretario di Stato per gli Affari economici e principale artefice dell’iniziativa. Presentando Pax Silica lo scorso dicembre in una conferenza stampa a cui Formiche.net ha partecipato, Helberg la definì come il primo tentativo di organizzare un gruppo di Paesi alleati attorno alle risorse considerate decisive nell’era dell’intelligenza artificiale: capacità di calcolo, silicio, minerali critici ed energia.Per l’amministrazione americana, queste risorse rappresentano oggi un fattore strategico paragonabile a quello che petrolio e acciaio hanno avuto nel secolo scorso, al punto da intrecciare sempre più strettamente tecnologia, competitività economica e sicurezza nazionale. È anche per questo che Washington ha creato il Pax Silica Investment Consortium e vi ha destinato un primo stanziamento da 250 milioni di dollari: l’obiettivo è mobilitare capitali pubblici e privati nelle filiere strategiche dell’intelligenza artificiale, dai minerali critici ai semiconduttori, dall’energia alla capacità di calcolo.Anche il contesto europeo suggerisce che il dossier vada letto in una prospettiva più ampia. Dopo mesi di esitazioni, il Comitato dei rappresentanti permanenti (Coreper), l’assemblea degli ambasciatori degli Stati membri presso l’Unione europea, ha autorizzato la Commissione europea ad aderire all’iniziativa americana, riconoscendo implicitamente il peso crescente che Pax Silica sta assumendo nelle relazioni transatlantiche. Per Washington il progetto viene ormai collocato nella stessa cornice che comprende difesa, commercio e sicurezza economica: uno dei nuovi ambiti attraverso cui organizzare la cooperazione tra alleati.L’eventuale adesione italiana si inserisce dentro questa traiettoria. Roma è stata tra i Paesi che hanno sostenuto il percorso europeo verso Pax Silica e da mesi lavora sul dossier dei minerali critici come elemento centrale del dialogo economico con Washington. Al G7, con il Canada ha manifestato disponibilità a rafforzare la cooperazione sulle materie prime strategiche, mentre nella discussione con il Giappone ha condiviso l’idea di creare stockpile condivisi. Parallelamente, Tajani ha partecipato ai principali tavoli internazionali tematici, come il Critical Minerals Summit ospitato a febbraio proprio a Washington, mentre il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha più volte indicato la resilienza delle supply chain come una componente della sicurezza economica nazionale.Gli accordi statunitensi con l’Italia vanno calati nel quadro della competizione globale. Pechino ha, per esempio, annunciato nelle ultime ore nuove mosse per stringere i controlli su export e lavorazione delle terre rare, colpendo indirettamente aziende statunitensi, tra cui USA Rare Earth e MP Materials, che dipendono da quella catena di approvvigionamento. Quello che sta accadendo è la trasformazione di una dipendenza industriale in una leva di pressione strategica. La decisione riflette la competizione sempre più intensa sulle filiere strategiche. Per Washington, che da anni considera la protezione delle forniture una priorità strategica, la necessità di iniziative per sistemi di approvvigionamento alternativi, e più sicuri, è uno dei pilastri della nuova geoeconomia e dunque della sicurezza economica. L’Italia non ne è il centro, ma può essere uno dei tasselli, all’interno di una più ampia ridefinizione degli equilibri economici e tecnologici tra Occidente e Cina.