Una delle tracce della prima prova scritta alla Maturità di quest’anno richiedeva allo studente di commentare un brano scritto dal giornalista e divulgatore scientifico Piero Bianucci. Di seguito riporto, prima, il brano di Bianucci, di cui mi son divertito a scrivere il mio commento, che viene subito dopo.Scrive Bianucci:«Se comunicare è in sostanza saper costruire un buon racconto che trasmetta informazioni, la scienza è una miniera di narrazioni non soltanto perché le sue vicende hanno spesso la struttura del giallo, ma anche perché le storie scientifiche fanno leva sulla sorpresa, sul colpo di scena. […] Gli aspetti sorprendenti della scienza dipendono soprattutto dal fatto che spesso i suoi risultati sono contro intuitivi. Sembra che il Sole giri intorno alla Terra, invece è vero il contrario. Sembra che la materia sia compatta e piena, invece è fatta soprattutto di vuoto. Ci pare che tutto ciò che esiste sia allo stato solido, liquido o gassoso, e invece il 99,99% dell’universo è allo stato di plasma. La molecola del nostro DNA è invisibile a occhio nudo: eppure contiene tre miliardi di informazioni e se la srotoliamo scopriremo che è lunga un metro e mezzo. Tutte cose sorprendenti, che già in sé fanno notizia. Ma ancora più interessante è che a questi colpi di scena i ricercatori sono arrivati applicando una dote insolita e ricca di fascino: la creatività. La scienza offre infinite variazioni sul tema della creatività e tutte sono spunti narrativi efficaci, dalla scoperta di un fenomeno che cambia la nostra visione del mondo alle sue applicazioni commerciali, spesso tali da influire fortemente sulla vita quotidiana. Qualche esempio. Röntgen scopre per caso i raggi X, rivoluziona la diagnostica medica e tuttavia rifiuta il brevetto per la radiografia. Il laser nasce come «una soluzione in cerca di un problema», oggi lo usiamo per ascoltare musica con i cd, vedere i film con i dvd e leggere i codici a barre al supermercato. Einstein dopo una chiacchierata con l’amico Michele Besso torna a casa in tram e guardando l’orologio su un palazzo di Berna intuisce che il tempo a terra cesserebbe di scorrere se il tram si allontanasse alla velocità della luce: esperimento mentale che è all’origine della relatività speciale del 1905. Fleming rientra dalle vacanze e invece di gettare via le colture di batteri, ammuffite durante la sua assenza, le osserva al microscopio e scopre la penicillina. Come si vede, sono interessanti anche le circostanze al contorno della creatività: il caso che ha aiutato Fleming, l’intervento dell’industria che ha reso popolare il laser, l’analogia tra moto del tram e moto della luce, la curiosità, l’interazione tra persone, il coraggio di andare controcorrente».Ed ecco il mio svolgimento.Piero Bianucci è un bravissimo giornalista scientifico e grandi servizi ha reso alla cultura italiana e, son sicuro, anche a molti giovani che, stimolati dalla lettura del Nostro, hanno poi intrapreso studi di scienza. Questo stimolo è, io credo, il principale pregio della divulgazione scientifica. Come tutti i divulgatori, anche Bianucci è convinto che la scienza possa divulgarsi: «comunicare è saper costruire un buon racconto che trasmetta informazioni», scrive Bianucci nel brano proposto. Il che è vero, ma la domanda che ci si potrebbe porre è il valore di verità delle informazioni trasmesse nel processo di divulgazione della scienza.Qui bisogna precisare due cose. La prima è il significato da dare alla parola “scienza” nel testo di Bianucci: è metodo scientifico oppure è ambito d’indagine del pensiero umano? Nel testo proposto, l’accezione che Bianucci usa sembra essere la seconda e, in particolare, è la scienza naturale.La seconda cosa da precisare è: di quale scienza naturale trattasi? Bianucci non sembra fare distinzioni, ma credo che una andrebbe fatta: la fisica da un lato e ogni altra scienza naturale (chimica, biologia, geologia, medicina, etc.) dall’altro. La distinzione è importante perché le seconde consistono, principalmente, nella descrizione delle cose del mondo, nel loro utilizzo per scopi più disparati e inattesi, e moltissime volte frutto della inventiva e della creatività dello scienziato. E qui le riflessioni di Bianucci ci stanno tutte. La fisica, invece, ha una caratterizzazione tutta sua (e la fisica è la regina delle scienze naturali): essa è la matematizzazione di tutte le altre e, in buona sostanza, del comportamento del mondo che ci circonda. Per farla breve, non c’è fisica ove non c’è matematica.Lo dice bene l’Autore del testo: «Gli aspetti sorprendenti della scienza dipendono soprattutto dal fatto che spesso i suoi risultati sono contro intuitivi». Più che spesso, io direi quasi sempre, con quel “quasi” messo lì giusto per cautela e per cadere in piedi. Il mondo è controintuitivo, e lo è per una ragione abbastanza semplice: esso esiste con valori di distanze spaziali, intervalli temporali e masse, che sono da enormemente minori a enormemente maggiori dei valori cui noi abbiamo accesso coi nostri sensi. Per esempio, percepiamo, al minimo, il decimo di millimetro, lo spessore di una banconota, ma le dimensioni di un nucleo atomico sono dell’ordine del trilionesimo di millimetro, e il mondo ci offre fenomeni che si svolgono entro distanze ancora più piccole.A mala pena sapremmo dire quanto dista una nuvola – 1 km? 10 km? – quando il raggio dell’universo è di trilioni di trilioni di chilometri. Lo stesso vale per gli intervalli temporali e per le masse. Ecco, allora, che non c’è nessuna ragione al mondo per cui il comportamento della natura debba essere lo stesso in tutta l’ampia disponibilità di valori disponibili delle distanze, dei tempi e delle masse.Ciò che percepiamo “intuitivo” è solo ciò che avviene entro i minuscoli intervalli cui i nostri limitati sensi hanno accesso. Ogni scoperta scientifica, allora, è una sorpresa: è controintuitiva perché così è il mondo o, comunque, quello non accessibile ai nostri sensi che, alla fine, è il 99% del mondo. O, come dice Bianucci, il 99.99%. Ed è proprio questo carattere di contro-intuitività che obbliga l’uso della matematica, senza la quale il mondo non può capirsi. Il che riporta al mio sospetto che fare divulgazione è più desiderio che realtà.Bianucci, poi, tende a romanzare oltre il dovuto il processo che porta alle nuove scoperte, e troppo peso dà alla “creatività”, almeno se si intende come processo di dar vita a qualcosa dal nulla. È vero che a volte si fanno scoperte quasi per caso ma, a guardarci bene, non è quasi mai un vero “caso”. Per esempio, così fu con la natura ondulatoria dell’elettrone, che fu decisa sperimentalmente, appunto per caso, nell’esperimento detto “di Davisson e Germer”: il campione di nichel sul quale i fisici stavano lavorando fu riscaldato troppo per provvidenziale sbaglio. Ma la verità è che, già prima di quell’esperimento, la natura ondulatoria dell’elettrone era stata già “decisa” dalle riflessioni di matematica di un geniale fisico francese, Louis de Broglie.E anche il racconto che fa Bianucci di come Einstein sarebbe pervenuto alla teoria della relatività ristretta – mentre «rientra in tram e guarda l’orologio su un palazzo di Berna» – è più romanzo di fantasia che realtà. Albert Einstein – forse il più grande fisico di tutti i tempi – pervenne alla sua teoria non solo perché aveva cominciato col porsi una domanda: “se mi muovo alla velocità della luce accanto ad un raggio di luce, questo lo vedrei fermo; ma la cosa è in contraddizione con le equazioni della fisica che governano il raggio di luce”.È la domanda di un bambino – di un bambino che non teme di andare contro-corrente, se si vuole. Ma la risposta a quella domanda è la risposta del genio, cioè di uno di quei rari individui che ogni tanto il mondo ci regala e che hanno una capacità di riflessione straordinaria, totalmente fuori dal comune. Il mistero, il vero mistero, credo, è da dove sbuchino codesti individui. Si dice che siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio ma, di tutta evidenza, qualcuno Gli somiglia di più.Franco Battaglia, 22 giugno 2026L'articolo Il mio tema di maturità: ecco perché la scienza non è come ce la raccontano proviene da Nicolaporro.it.