“Mi sfiduciarono da pubblicità progresso perché ero scomodo” | Il racconto di Alberto Contri

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Alberto Contri, pubblicitario e già presidente di Pubblicità Progresso per vent’anni, traccia un bilancio impietoso di ciò che resta della fondazione che ha segnato la coscienza civile degli italiani. Temi annacquati, campagne irrilevanti, identità visiva stravolta: quello che fu il più importante laboratorio di comunicazione sociale del Paese oggi, secondo Contri, non riesce più a incidere. E nessuno sembra chiedersi perché.Contri: «Non mi far parlare, è poco elegante»La carriera di Alberto Contri alla guida di Pubblicità Progresso si è chiusa nel 2019, dopo vent’anni, con un congedo pagato di tasca propria: un convegno al Piccolo Teatro di Milano, con tutti i grandi creativi che avevano firmato le campagne storiche. Il giudizio su ciò che è venuto dopo è netto, anche se Contri preferisce non esplicitarlo. Come dice in diretta: «Purtroppo manca la sensibilità forte che avevamo con un gruppo di lavoro estremamente affiatato. Non mi far parlare perché è poco elegante». Il punto è la scelta dei temi: secondo Contri, la fondazione ha virato su argomenti non irritanti per nessuno, e dunque praticamente irrilevanti. Il risultato è che non si è allineato più nessuno.Il logo cambiato e il degrado della memorabilitàC’è un episodio simbolico che Contri porta come cartina di tornasole del declino: la storica “P” di Pubblicità Progresso, riconoscibile dentro una campata blu, è stata sostituita da quello che lui descrive come «uno sbaffetto che potrebbe sembrare il marchio di un prodotto per l’igiene intima». Un errore da manuale, paragonato al tentativo fallito di restyling del logo Coca-Cola: come dice in diretta, «è stata una tale protesta pubblica che l’han dovuto recuperare. I loghi non si dovrebbero, non si possono toccare». La memorabilità di un’istituzione, sostiene Contri, è il suo patrimonio più difficile da costruire e il più facile da dilapidare.Cellulari e bambini: la campagna che non si faSullo sfondo c’è la domanda che ha aperto il confronto in diretta: perché non si realizza una grande campagna sociale sui danni dei dispositivi digitali per bambini e adolescenti, sul modello di quelle che Pubblicità Progresso sapeva fare? La risposta implicita di Contri è nella diagnosi complessiva: quando i soci del consiglio d’amministrazione sono gli stessi soggetti che hanno interessi diretti nel settore digitale e dell’informazione, la libertà editoriale di trattare temi scomodi si riduce. Come ha ricordato lui stesso, fu sufficiente esprimere su Facebook un’opinione personale sul valore della famiglia tradizionale per ritrovarsi con Sky che gli saltava addosso. «Questo rientra in un degrado complessivo del modo di vedere le cose», chiosa in diretta.The post “Mi sfiduciarono da pubblicità progresso perché ero scomodo” | Il racconto di Alberto Contri appeared first on Radio Radio.