Mark Rutte ha scelto con cura la cornice retorica del summit: non più gli impegni — quelli, dice, sono già stati presi all’Aia nel 2025 — ma la loro implementazione. Il Segretario generale ha condensato la sua filosofia in una frase destinata a restare: Putin non teme le promesse, teme che vengano messe in pratica. Dietro la formula c’è un dato concreto che la Nato sta mettendo in vetrina: gli alleati europei e il Canada avrebbero speso oltre 1.200 miliardi di dollari in più in difesa dal 2016, con un incremento del 20% solo nel 2025. Ad Ankara, secondo Rutte, gli alleati presenteranno piani di investimento ulteriori, in vista della soglia del 5% del PIL entro il 2035 concordata all’Aia.Il problema è che dietro i grafici “dorati e in rosso” — come li ha descritti una fonte vicina al Segretario generale — che Rutte porta a Washington per rassicurare Trump, si nasconde una realtà più conflittuale.NATO 3.0 : la piazzata di Hegseth come sintomo.Il 18 giugno, alla ministeriale della Difesa di Bruxelles, il segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth ha definito gli alleati europei “vergognosi” per i ritardi sugli obiettivi di spesa, ha annunciato una revisione di sei mesi della force posture americana in Europa — di fatto condizionando i futuri contributi Usa al rispetto degli obiettivi di spesa degli alleati — e ha lasciato la riunione prima della conclusione, lasciando Rutte a gestire una sala rimasta in silenzio. È un episodio che vale più di mille comunicati: mostra che la Nato che chiamiamo “Nato 3.0” — la cornice teorica in cui l’Europa diventa first responder della propria sicurezza mentre Washington si riserva deterrenza estesa e rinforzo selettivo — non è un esercizio accademico ma una linea politica già operativa. Il ritiro di 5.000 militari americani dalla Germania a maggio, di fatto una ritorsione punitiva contro Merz, e le parole del aegretario di Stato Rubio — secondo cui ci saranno “eventualmente meno truppe Usa in Europa di quante ne siano state storicamente” — confermano che il disimpegno non è una minaccia futura, è un processo in corso. E si muove su base bilaterale, non collettiva: più truppe per la Polonia “perché alleato buono”, meno per la Germania “perché non lo è”, secondo la logica personalistica di Trump che stride con il fondamento stesso dell’Articolo 5.Il pericolo per gli europei, qui, non è la riduzione delle truppe in sé, ma la sua imprevedibilità: un’Alleanza che funziona a colpi di favori bilaterali concessi o ritirati dal presidente Usa in base alla simpatia del momento perde la prevedibilità strategica che è il vero valore aggiunto della deterrenza collettiva.La frattura sullo 0.25% e l’Ucraina.Il 25 maggio Rutte aveva proposto agli alleati di destinare lo 0,25% del PIL in aiuti militari diretti a Kyiv. La proposta è stata respinta da Regno Unito, Francia, Spagna, Italia e Canada, mentre l’hanno sostenuta sette Stati, tra cui Germania, Paesi baltici e scandinavi. Rutte stesso ha ammesso che la proposta “non funzionerà così com’è”, promettendo una soluzione alternativa. La spaccatura non è solo tecnica: riflette due visioni diverse di urgenza strategica, quella dei Paesi di prima linea verso la Russia e quella dei Paesi mediterranei più esposti su altri fronti (migrazione, Sahel, Libia). Difficile pensare che Ankara risolva la frattura; più probabile che la congeli in una formula di compromesso.Erdogan, gli F-35 e il prezzo della lealtà.Il vero spettacolo bilaterale, però, riguarda la Turchia stessa. Trump ha lasciato intendere di voler portare ad Ankara un’offerta significativa per Erdogan, comprensiva della reintegrazione turca nel programma F-35 e — soprattutto — dei motori F110 di General Electric che servirebbero al caccia indigeno turco Kaan, riducendo la dipendenza di Ankara dall’estero per il proprio programma di quinta generazione. Resta un vincolo procedurale-legale che il vicepresidente Vance ha definito una questione del Congresso, ma la direzione è chiara: la lealtà turca nella crisi iraniana — Erdogan si è tenuto fuori dal conflitto su richiesta diretta di Trump — viene ricompensata con una concessione industriale-militare di portata strategica.Il pericolo per gli europei è duplice. Primo, vedere la Turchia rafforzare ulteriormente la propria autonomia industriale nella difesa proprio mentre l’Europa fatica a costruire una base industriale comune. Secondo, e più sottile: la moneta di scambio bilaterale (lealtà contro armamenti) diventa il nuovo paradigma delle relazioni Nato-Usa, relegando il quadro multilaterale a cornice cerimoniale.Il fianco sud. Il mar nero e l’occasione turca.Erdogan arriva al tavolo con un’agenda propria: ampliare il perimetro Nato al Golfo e alla Siria, capitalizzando sulla propria posizione di crocevia tra Mar Nero, Mediterraneo orientale e Caucaso. Non è teoria: a marzo missili balistici iraniani hanno attraversato lo spazio aereo turco minacciando l’area della base di Incirlik, mentre droni hanno colpito una base britannica a Cipro. La Germania ha già inviato una batteria Patriot in Turchia per rispondere a questa esposizione. Per Ankara, il summit è un’occasione di status: trasformare la propria vulnerabilità geografica in centralità politica, spostando l’agenda Nato da un fronte russo-ucraino esclusivo a una lettura a 360 gradi della minaccia.Il caso italiano: Epic Fury e la querelle Rutte- Meloni.Per l’Italia, il contesto pre-summit, dopo lo scambio di battute tra Trump e Meloni sul presunto scatto fotografico al G7, si è complicato ulteriormente con la querelle sulle dichiarazioni di Rutte a Fox News: 500 aerei americani sarebbero decollati da basi statunitensi in Italia per sostenere l’operazione Epic Fury contro l’Iran, su un totale di 4.000-5.000 missioni in tutta Europa, con un parallelo esplicito alla Romania, dove l’aeroporto di Bucarest avrebbe dovuto ridurre il traffico commerciale per fare spazio al deposito di aerocisterne. Il ministero della Difesa ha smentito ogni coinvolgimento operativo, parlando di attività “esclusivamente tecniche e logistiche, non cinetiche”, nel pieno rispetto dei trattati — e ricordando il diniego italiano all’uso di Sigonella per i bombardieri. La Nato stessa ha poi attenuato la portata delle parole di Rutte, chiarendo che si riferiva agli accordi bilaterali esistenti su basi e sorvoli.Indipendentemente da come si risolverà la querelle politica interna — con l’opposizione che chiede chiarimenti parlamentari — il punto strategico per Roma è un altro: l’episodio dimostra quanto sia stretto, e quanto poco sotto il proprio controllo narrativo, lo spazio in cui l’Italia gestisce la propria immagine di alleato affidabile ma autonomo. Mentre Meloni rivendica “schiena dritta” su Sigonella e un approccio multidimensionale alla spesa per la difesa — l’Italia arriverà ad Ankara al 2,8% del PIL, con un incremento legato in parte alla sicurezza sul territorio nazionale — le parole (per quanto poi corrette) del Segretario generale Nato rischiano di esporre Roma a un doppio fuoco: le critiche di Trump per insufficiente supporto e, contemporaneamente, le accuse di complicità da parte di chi, come l’Iran, ha buon gioco a strumentalizzare ogni dichiarazione ambigua.Cosa aspettarsi, in sintesi.Ankara non produrrà una rottura formale dell’Alleanza — nessuno dei protagonisti ha interesse a uno scenario simile, e Rutte continuerà a costruire la narrativa del “successo collettivo” come ha fatto al G7. Ma il vertice consoliderà tre tendenze che gli europei, e l’Italia in particolare, dovranno gestire con più strumenti di quanti ne abbiano oggi: un disimpegno americano selettivo e bilaterale che premia la fedeltà personale più che l’allineamento strategico; una spaccatura intra-europea su come finanziare l’Ucraina che nessuna formula diplomatica risolverà del tutto; e una Turchia che usa la propria posizione di crocevia per trasformarsi da alleato strategicamente periferico a snodo geopolitico ineludibile — anche a costo di mettere in difficoltà narrativa i partner europei meno attrezzati a gestire la pressione mediatica e politica che ne deriva.