Si cerca di ridurre il tutto a scienza contro negazionisti, mentre la lotta ai condizionatori fa sospettosamente passare in secondo piano quanta CO2 generano le raffinerie di guerra.Una veloce rassegna: bollino rosso in diciotto città, picchi fino a 38-40°C da Nord a Sud e notti che non scendono sotto i 25 gradi. Negli ultimi giorni i bollettini si sono susseguiti a un ritmo quasi quotidiano: uno studio dell’Economist ha stimato circa 12.000 decessi in eccesso in Europa nel solo arco di tre giorni, mentre il direttore dell’OMS ha parlato di oltre 1.300 morti in eccesso dal 21 giugno, definendo l’Europa il continente che si riscalda più rapidamente al mondo. Si è arrivati a parlare apertamente di “emergenza sanitaria” anziché di semplice ondata di calore estivo, con titoli che evocano una “strage silenziosa” e proiezioni su quale sarà il giugno più caldo della storia recente.Numeri, bollini, stime di mortalità che si rincorrono giorno dopo giorno — eppure c’è qualcosa che dobbiamo sempre tener ben presente quando ci raggiunge un certo tipo di informazioni. Il punto lo chiariva con esattezza Paolo Sottocorona, storico meteorologo del TG di La7 scomparso di recente, raccontando un esperimento condotto anni fa negli Stati Uniti. Due gruppi di persone simili per età e corporatura furono collocati in due stanze portate alla stessa identica temperatura reale. Al primo gruppo fu detto che la stanza era a 35 gradi, al secondo che si trovava a 39. A manifestare prima malessere e disagio fu il gruppo convinto di essere nella stanza più calda — nonostante la temperatura fosse identica in entrambe le stanze. “Il nostro corpo sa della temperatura, la sente, ma il nostro cervello influenza”.Da questo meccanismo discende una conseguenza precisa quando si applica all’informazione di massa: “minacciare, sparare queste temperature estreme che ci potrebbero essere in un punto per mezz’ora significa condizionare in qualche modo 60 milioni di persone che si sentono male prima perché pensano che ci sia la temperatura percepita, ci siano 47 gradi”. Una rilevazione isolata, registrata in un punto specifico per una manciata di minuti, diventa nel racconto mediatico la temperatura dell’intero paese — e quel numero, prima ancora di essere vissuto sulla pelle, comincia già a produrre malessere nella mente.E poi c’è l’ansia di vendere, che nella carta stampata è più reale che mai, e la paura è un incentivo incredibile: non c’è l’informazione, ma un marketing informativo che ai bilanci guarda eccome. A confermare che questa dinamica non sia un effetto collaterale casuale, ma in alcuni casi una scelta editoriale deliberata, c’è per esempio un episodio del 2021 diventato pubblico grazie a una telecamera nascosta del gruppo Project Veritas. Il direttore tecnico della CNN, Charlie Chester, ammette in quel filmato che dopo la “stanchezza da COVID” i vertici dell’emittente avevano già stabilito di spostare l’attenzione editoriale sul clima non appena il pubblico fosse stato pronto, con un’estetica costruita su “video martellanti sui ghiacci che si sciolgono e riflessi sull’economia.” Alla domanda se la paura sia un ingrediente della strategia comunicativa, la risposta riportata nel video è netta: “la paura vende”. Restano i numeri reali, le ondate di calore che esistono e che vanno gestite con prudenza, soprattutto per le categorie più fragili. Ma il modo in cui quei numeri vengono trasformati in narrazione — bollini, soglie percepite, conteggi di mortalità rilanciati 24 ore su 24 — è un meccanismo che agisce prima di tutto sulla mente, esattamente come nelle due stanze identiche dell’esperimento americano.The post Ricordate Sottocorona: il caldo fa male alla testata appeared first on Radio Radio.