Il suo fascino legava la mente degli imperatori della Cina e della Persia a un costante desiderio di conquista. La sua schiva regalità creava la necessità per la nobiltà delle Terre d’Oriente di invocarla quale divino patrono protettore del potere e dell’arte marziale. Ma non bastava invocarne la protezione per religione rituale. La tigre doveva assurgere a simbolo esoterico del loro vessillo araldico e politico. Soltanto così poteva garantire in maniera permanente, attraverso la complessa funzione dello sguardo nell’antichità, la forza del potere.Là dove la conquista non arriva, arriva il simbolo, e la tigre era un animale molto difficile da conquistare presso i popoli caucasici e asiatici. Anche per questa ragione diviene presto, nelle tribù locali, integrata all’interno della mitologia autoctona, per rappresentare la divinità sacra degli Inferi. Nel linguaggio mitologico della Corea la tigre era il “mostro sacro” che difendeva gli uomini dai demoni, incarnando essa stessa l’immagine del “daimon” per antonomasia.La tigre era intesa nella cultura asiatica, così come ancora oggi continua ad esserlo in alcune aree remote dell’Est, quale confine terrestre tra lo spazio della vita e quello della sorte, ed era pertanto venerata come suprema forza dell’ignoto, cioè del caos. Da questo presupposto fu veicolato, durante il passaggio tardo-imperiale in Occidente delle schiavitù, il significato esteso dell’animale come attributo dello spirito guerriero.Tuttavia, se per il mondo della remota Asia la tigre sapeva corrispondere a una quasi esatta rappresentazione univoca del significato, nel suo passaggio nel continente europeo e transatlantico questo animale veniva visto sempre sotto un’ambiguità più oscura del suo senso ultraterreno. A partire dall’età moderna la sua figura si era caricata di un’aura diabolica e, perlopiù, su spinta della dottrina anglicana, era stata interpretata come effige satanica.La sua “faccia demoniaca”, infiltrata nella nostra cultura di massa, porterà all’estremo una sfera semantica che mai nessun altro animale ha visto addossarsi così misteriosamente come la tigre. Quel groviglio di sentimenti misti tra seduzione maligna e gelido terrore che aderiva pedissequamente a tutta la letteratura mitteleuropea e mediterranea sortì per la prima volta un diverso “effetto estetico” per un lettore come Jorge Luis Borges.Borges fu il primo a dare esito a una completa revisione iconologica del tutto inaspettata sulla figura della tigre all’interno della sua filosofia metafisica. Non era la colonna portante del suo pensiero, ma ne fu il geniale prodotto ingenuo. Come a dire: dalla metafisica dello spazio che “magmatizza” il tempo secondo il piacere umano, Borges arriva a scoprire il ruolo chiave esoterico della tigre come totem universale dell’ambiguità del potere umano.Una fenomenologia del reale che dovette assopire anche parte dell’interesse gnoseologico di Giorgio De Chirico quando iniziò a occuparsi della inquietante variazione iconografica delle “Piazze d’Italia”. Il fiato metafisico che emanava in Borges la congettura della tigre diveniva plasma estetico nell’architettura solitaria di De Chirico. Mentre in Borges la tigre era risoluzione del labirinto umano, in De Chirico era traduzione dell’ancestrale umano.Era la prima volta nella storia dell’arte che si verificava un passaggio d’insegna così spontaneo e inconscio nella critica semiotica. Ma era anche l’ultima volta che l’immagine esprimeva la sua anfibologia dialettica tra simbolo e segno, tra letteratura e pittura. Questa convinzione si è trasformata, d’altronde, in confutazione attraverso l’espunzione dell’arte di Pino Oliva.Il trascolorare dei tramonti avveniristici, lontani dal dinamismo del mondo, alieni dal presente di chi li osserva, la tridimensionalità delle prospettive esocentriche, insieme al plesso iconologico evocato, rivelano una congiuntura sintetica inedita tra la filosofia borgesiana, la pittura di De Chirico e la struttura testuale di Pino Oliva.L’artista di Matera è un prosecutore dell’eideia, ossia della visione presaga del simbolo nel nostro secolo. Nella sua “pittura del rosso”, già identificata da Vittorio Sgarbi come un anacronismo rinascimentale, è insita però una nuova concezione della cosiddetta memoria sensibile collettiva. Una concezione che resta inesplicata nella sua esplosione, implode nell’abisso visuale dell’immagine, corrode lo space d’ensemble e crea una sorta di “spazio temporale”, quasi come un buco nero nell’universo.Il punto focale da cui si dipana questa diaspora energetica è ancora una volta, stranamente, la tigre, che compare raramente nelle opere di Oliva, ma proprio per questo assume una funzione eminentemente simbolica. La tigre di Pino Oliva è l’esempio dell’inconsistenza del Bello. È il suo paradosso, dal momento che non assume un rilievo narrativo nei suoi dipinti; anzi, estrania lo sguardo dall’assetto compositivo, strappa il velo della finzione diegetica e lo involve in un fuoco perturbante freudiano.Quella di Oliva non si limita a recuperare il ruolo di sfinge del dilemma di Borges, ma supera questa dimensione dilemmatica e, come un novello Dante, giunge a distorcere la mente nel senso concreto, psichico e materico dell’enigma come dogma esistenziale.Mauro di Ruvo, 24 giugno 2026 L'articolo L’enigma della tigre. Pino Oliva tra Borges e De Chirico proviene da Nicolaporro.it.