Israele-Libano, la svolta possibile. Ritiro, disarmo e incognite

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Israele e Libano si riconoscono come Stati sovrani nei confini internazionali, intendono archiviare lo stato di guerra, dichiarano di voler vivere in pace. Vediamo le dichiarazioni di principio più impegnative:1) “Israele e il Libano ribadiscono il diritto di ciascuno Stato di esistere in pace, nonché la loro reciproca volontà di vivere in sicurezza come due Stati sovrani e confinanti”. […]2) “Il governo di Israele e il governo del Libano avviano un processo reciproco e progressivo, in base a condizioni chiare, che consenta alle Forze Armate libanesi di ripristinare l’effettiva autorità dello Stato sull’intero territorio libanese, previa verifica del disarmo dei gruppi armati non statali e dello smantellamento delle relative infrastrutture, il che consentirà alle forze israeliane di ritirarsi progressivamente dal territorio libanese”. […]Dunque Israele intende ritirarsi “progressivamente” dal Libano meridionale, dove, si aggiunge più avanti, potranno tornare i profughi costretti in questi mesi a lasciare le loro case, senza ancora farlo se non da due “zone pilota” ancora non indicate; il Libano intende riportare tutte le armi sotto il controllo dell’esercito, ma senza farlo se non nelle citate zone pilota. Ora, con tutte le difficoltà si dovrà procedere. C’è poi una curiosità: anche questo accordo, come quello tra Stati Uniti e Iran, è in 14 punti.Qualcuno vedrà in questo un allinearsi del Libano agli accordi di Abramo, di certo è l’addio al vecchio fronte del rifiuto, che respinse la svolta di Sadat come il piano palestinese che ammetteva l’idea di creare uno Stato sulle parti del Palestina liberata (premessa della futura scelta dei due Stati) ritenuto un pericoloso compromesso. Il Libano non aderì al fronte del rifiuto, ma è stato epicentro di ogni confronto politico arabo. La svolta è profonda per politica e cultura. Arriva in un contesto disperato, di emergenza esistenziale, che polarizza. Il fronte del rifiuto ha plasmato l’intransigentismo, il massimalismo arabo prima che emergesse l’islamismo, che di fatto lo ha sostituito. Dunque emergono due visioni: è Hezbollah che ha portato danni al Libano, fino all’occupazione, oppure la colpa è del “capitolazionismo”, quello di chi tratta col nemico. Ma è interessante notare che l’unica voce di Hezbollah che si è sentita ufficialmente, quella di un deputato, dopo aver detto che questo accordo si può attuare solo con la guerra civile, ha spiegato perché: è un sabotaggio degli accordi di Islamabad, cioè del memorandum d’intesa di Stati Uniti e Iran. La fedeltà sembra andare più che alle idee agli interessi nazionali, in questo caso quelli iraniani, che intende ottenere un riconoscimento della sua influenza regionale, partendo proprio dal Libano. Molto diversa e politicamente rilevante è la reazione di Nabih Berri, potente Presidente libanese, l’alleato sciita di Hezbollah che ha trattato per conto del blocco sciita e che ha invitato a non cedere alla sedizione. È qui dentro la possibilità di un disarmo non coatto, quello che ebbe inizio dopo la guerra del 2024? Subito dopo l’annuncio della firma a Washington, Hezbollah ha mosso la piazza, ci sono stati scontri sulla via per l’aeroporto, ma l’esercito ha riportato presto tutto sotto controllo. E soprattutto i due ministri di Hezbollah restano nel governo, dal quale non si sono dimessi pur non condividendone le scelte contro le quali però non si sono espressi durante le ultime sedute.Veniamo ai punti dell’accordo. Israele afferma di non avere pretese territoriali, però l’occupazione resta, ma afferma che il ritiro ci sarà a partire da due “zone pilota”, dove il ritiro comincia subito; conquista libanese a lungo osteggiata da Israele durante i negoziati, è stato raccontato da molti quotidiani: dunque il testo dice che il ritiro “comincia” qui e proseguirà in successive fasi. Il Libano da parte sua assicura che il governo ripristinerà il suo monopolio dell’uso della forza, che garantirà il pieno disarmo di gruppi armati non statali, come sarà da subito nelle zone pilota.Quali siano le zone dalle quali Israele si ritirerà subito non è specificato, ma una è vicina al confine tra i due Paesi e una nella zona più lontana dal confine nella fascia di territorio occupato. Questa seconda zona pilota intende porre uno stop all’espansione dell’occupazione israeliana, che rispetto a quanto annunciato da Israele quando il suo esercito è entrato in Libano ha continuato a espandersi verso nord, anche nelle ore del negoziato. Nei passi successivi si rende chiaro che gruppi con bracci armati non potranno gestire finanziamenti legati alla ricostruzione.L’accordo oltre a lodare il ruolo svolto dagli Stati Uniti si conclude con un ringraziamento personale a Donald Trump, quasi a riprova del bisogno del Presidente di un riconoscimento internazionale del suo traballante status internazionale.Dunque sono chiari i timori. Quello israeliano è noto: il disarmo di Hezbollah sarà effettivo? Quello libanese è altrettanto chiaro: Israele assicura che i profughi potranno tornare in sicurezza nel Libano meridionale, ma interi villaggi e città sono state rase al suolo, forse c’è l’intenzione di creare una profonda e vasta “zona cuscinetto”, quindi senza residenti. Già prima dell’occupazione se ne parlava, con “interesse” da parte americana, qualcuno aveva ipotizzato un parco industriale, si può immaginare che fosse pensato senza residenti.Dunque il governo libanese starebbe scongiurando questo rischio: il testo come detto prevede il diritto al ritorno della popolazione che è stata costretta a lasciare questi territori devastati. Ma quando? L’accordo, per quanto è al momento noto, non prevede calendari.Il documento infine indica con chiarezza i “garanti”: gli Stati Uniti e i Paesi arabi, che dovrebbero contribuire alla ricostruzione.