La disabilità si rapporta in vari modi al male. Per capire in quali, occorre cercare prima di comprendere cosa è il male, argomento propriamente filosofico. La storia della filosofia, come noto, offre molteplici definizioni di questo concetto. Tra esse la migliore, a mio avviso, è quella della filosofia greca classica. Per Platone e Aristotele il male è l’opposto del bene, il quale, a sua volta, è – mi scuseranno gli esperti se semplifico un po’ –, per ogni ente, tutto ciò che favorisce la realizzazione della sua natura. Per un essere umano, dunque, il bene consiste in ciò che fa fiorire la sua umanità. In generale, fare il bene consiste nell’avere rispetto e cura di sé stessi e di tutti gli altri enti, dato che tutto, nella realtà, è collegato. L’essere umano che, con intelligenza, fa il bene degli altri enti, soprattutto di quelli che hanno maggiore bisogno di riceverne, pone pertanto in atto nella maniera migliore la propria natura razionale e morale, vivendo così in modo massimamente felice, data la sua condizione. Va da sé, in base a quanto detto, che il male consiste, per ogni ente, in tutto ciò che ne derealizza la natura, ossia che ne riduce le potenzialità di vita, ovvero in ogni mancanza di rispetto e di cura.Dopo avere compreso, almeno a grandi linee, in cosa consiste il male, è possibile cercare di capire come esso si rapporti al tema della disabilità. Come anticipato, vi si rapporta in molti modi. Pensiamo soltanto alle varie prassi con cui alcune persone, o istituzioni, si mostrano prive di rispetto, nonché di cura, per i soggetti con compromissioni funzionali, che contribuiscono così, socialmente, a “disabilitare” in maniera ulteriore. Il male qui, appunto, sta nei comportamenti, individuali come collettivi. Vorrei, tuttavia, soffermarmi su un tema più originario. Cercherò di farlo in modo semplice, riportando un episodio accadutomi durante la prima presentazione del mio libro Filosofia, inclusione, comunità.Mi trovavo, in una sera di gennaio 2026, sul lago d’Iseo in un antico monastero. C’era un discreto numero di persone, in un clima piuttosto partecipato. Come noto, al termine di questi incontri, vi sono spesso interventi da parte del pubblico. La domanda che ricordo maggiormente, fra quelle ricevute, fu fatta da un signore piuttosto anziano, direi sicuramente ultraottantenne. Nel presentare alcune tesi del libro, quella sera, avevo utilizzato una analogia, dicendo che, così come ad un martello, o ad una pinza, o ad un cacciavite, non si può chiedere più di quello che possono dare, la stessa cosa – fermo restando il ricercare sempre il migliore sviluppo delle loro potenzialità – si dovrebbe fare a scuola con i propri studenti, soprattutto quelli con disabilità, nonché in generale con tutte le persone. Non siamo tutti martelli, così come non siamo tutti pinze, né tutti cacciaviti, ma il bello è proprio questo: che nella vita sono utili sia i martelli che le pinze che i cacciaviti, e, direi, molti altri arnesi ancora. Di ciò, in classe, i docenti devono tenere conto, non utilizzando solo la “modalità martello”, ovvero, solitamente, la sequenza “spiego-studiate-interrogo”, bensì favorendo pratiche didattiche maggiormente comunitarie, che consentano il coinvolgimento armonico di tutti gli “strumenti”.L’anziano signore, di rara gentilezza, esordì nel modo seguente: “Sa professore, io sono una di quelle persone che nella vita non ha studiato, perché ho lavorato fin da piccolo, proprio con i martelli e le pinze, come diceva lei. Vorrei però farle una domanda, se posso”. “Va bene, basta che non sia troppo difficile, altrimenti non so rispondere e faccio brutta figura”, dissi come d’abitudine, per ridurre per tutti ogni possibile timore. Al che il signore: “No, non si preoccupi. Volevo solo chiederle perché, secondo lei, il buon Dio ha creato tanta sofferenza, ad esempio per quei bambini disabili con gravissime malattie, che spesso muoiono piccoli. Perché tutto questo male: lei, che è un filosofo, lo sa?”.L’atmosfera si fece, improvvisamente, seria. Cercai di uscirne con un po’ di ironia, iniziando con un “Meno male che non era una domanda difficile”. Aggiunsi poi che avrei dovuto parlare del buon Dio a casa sua, dato che ci trovavamo in chiesa, e che forse non ero autorizzato. Provai anche a dire che non sono proprio un filosofo – i filosofi sono Platone, Aristotele, Kant, Hegel, ecc. –, ma solo uno studioso di filosofia, per cui forse mi chiedeva troppo. Il signore, però, mi rispose con queste parole: “Lei lo sa, ma non me lo vuole dire”.Il rispetto, ossia il non fare il male, è doveroso in ogni situazione, e la mia risposta – giusta o sbagliata – avrebbe potuto ferire quella persona, con una fede semplice, sebbene non banale. Forse ebbi rispetto, ma, ripensandoci, probabilmente non ebbi abbastanza cura di quest’uomo, dunque non gli feci davvero del bene. Magari, qualunque fosse stata la risposta, avrebbe potuto essergli utile. Avevo dovuto decidere sul momento, ma credo di avere sbagliato, nel timore di deludere lui, o altre persone presenti, le quali, solo in quanto si trovavano in chiesa, alla presentazione di un libro di una casa editrice di ispirazione cattolica come Morcelliana, ritenevo in larga parte credenti.Se potessi tornare indietro – ma non si può –, risponderei nel modo seguente. Direi che al Dio cristiano sono per tradizione attribuite due caratteristiche: quella di essere massimamente potente, e quella di essere massimamente buono. Molti filosofi e teologi, in passato, hanno tuttavia problematizzato queste attribuzioni. Se Dio, che conosce tutto ciò che accade – dunque anche le sofferenze che talvolta la disabilità produce –, lascia che queste cose succedano, delle due l’una: o lo fa perché non è massimamente potente, dunque non può intervenire, o perché non è massimamente buono, quindi non vuole intervenire. Poiché tali sofferenze, in ogni caso, avvengono, Dio può allora non essere, forse, ciò che la tradizione cristiana ritiene che sia. O, forse, è solo il nome che, per paura della morte, molti esseri umani attribuiscono alla natura, mediante la quale, invece, sarebbe possibile spiegare ciò che, con le premesse di quel garbato signore, risulta, purtroppo, inspiegabile.luca.grecchi@unimib.it