Il suo ultimo gesto è stato difendere una risorsa vitale per una popolazione stremata dalla guerra: alcuni medicinali custoditi nella parrocchia e destinati agli abitanti dei Monti Nuba. Per quella denuncia padre Youhanna Al-Amin ha pagato con la vita.Il sacerdote, parroco della chiesa di San Vincenzo a Kauda, nel Sudan meridionale, è stato ucciso il 19 giugno insieme a due collaboratori in quello che appare come un omicidio di rappresaglia.In base a fonti locali citate dall’organizzazione, il triplice omicidio sembrerebbe essere un atto di rappresaglia nei confronti di padre Youhanna, che aveva denunciato il furto di medicinali custoditi nella parrocchia e destinati alla popolazione locale.La vicenda si consuma in una delle aree più fragili del Sudan. Da mesi la regione è attraversata da un deterioramento della sicurezza, alimentato da conflitti tribali, rivalità locali e dalla proliferazione di gruppi armati. In questo contesto, la presenza della Chiesa cattolica rappresenta spesso uno degli ultimi punti di riferimento per la popolazione, non soltanto sul piano spirituale ma anche su quello sociale e umanitario.Mentre altri religiosi sono stati costretti ad allontanarsi per ragioni di sicurezza, padre Youhanna aveva deciso di non abbandonare la sua comunità. Da oltre trent’anni padre Al-Amin operava nei Monti Nuba, accompagnando intere generazioni di fedeli e diventando una figura rispettata ben oltre i confini della minoranza cattolica. Era un punto di riferimento per la comunità cattolica della zona. La sua morte ha provocato un profondo shock nella diocesi di El Obeid, dove aveva prestato servizio per quasi tre decenni.Leggi anche: Così muoiono i cristiani: nell’indifferenza, tranne quelli uccisi a GazaChi ha coraggio e chi no sullo sterminio dei cristiani in NigeriaLa vicenda di padre Youhanna si inserisce infatti in una lunga scia di sangue che ha colpito la popolazione cristiana. Nel mondo sono oltre 388 milioni i cristiani perseguitati a causa della loro fede e del loro credo.Solo un anno fa, nel Darfur, il sacerdote Luka Jomo era rimasto ucciso da un proiettile vagante durante i combattimenti che assediavano la città di El Fasher.Nel caso di Kauda, però, l’elemento che emerge con maggiore forza è il legame tra l’assassinio e l’attività umanitaria della parrocchia. Quei medicinali non erano una semplice scorta sanitaria: rappresentavano una possibilità di cura per una popolazione sempre più isolata dai combattimenti e dalla mancanza di servizi essenziali.L'articolo Uccisi perché cristiani (nel silenzio più totale) proviene da Nicolaporro.it.