Uno studio pubblicato recentemente su Cell Press Blue, ha scoperto che le persone che vivono insieme condividono un numero maggiore di microbi, orali e intestinali, rispetto a quanti ne condividono persone che vivono nella stessa comunità.Indipendentemente dal tipo di relazione esistente tra conviventi, siano essi fratelli, genitori o figli, si è visto che questi avevano la stessa quantità dei medesimi ceppi microbici; mentre, i fidanzati o in genere persone che erano legate sentimentalmente condividevano, probabilmente a causa dei baci, un numero maggiore di microbi orali, ma non intestinali.I ricercatori hanno, inoltre, riscontrato una correlazione tra una maggiore trasmissibilità dei microbi e la salute, in particolare con il diabete di tipo 2. “Le persone con cui decidiamo di condividere la nostra casa possono avere un’enorme influenza sul nostro microbioma, con potenziali conseguenze per la nostra salute”, conferma il primo autore dello studio e biologo computazionale Victor Heidrich dell’Università di Trento.Mentre da studi precedenti si è acquisita una buona conoscenza sulla formazione del microbiota infantile, poco si sa su cosa lo influenzi in età adulta e sulle interazioni e le trasmissioni tra i microbiomi delle diverse parti del corpo dello stesso individuo, ovvero, come i microbi possano spostarsi da un distretto corporeo all’altro, ad esempio dalla cavità orale al tratto gastrointestinale e come si spostano da un individuo all’altro.Per comprendere come i microbiomi si trasmettono tra gli individui, i ricercatori hanno analizzato i dati metagenomici dei microbiomi orali e intestinali di 430 persone residenti in 207 famiglie in Italia e nelle Fiji. Hanno identificato i ceppi microbici all’interno di ciascun individuo e poi li hanno confrontati con quelli delle persone che vivevano nello stesso ambiente domestico per verificare se c’era stata una trasmissione. Hanno scoperto che i conviventi condividevano un numero significativamente maggiore di ceppi del microbioma orale e intestinale, rispetto alle persone (della stessa popolazione) che non abitavano insieme.In media, gli individui conviventi condividevano il 19% dei ceppi del loro microbioma intestinale e il 26% dei ceppi del loro microbioma orale, contro il 6% e lo 0%, rispettivamente, degli individui che vivevano in case diverse. Le coppie, come coniugi o fidanzati, condividevano, invece, il 44% dei loro microbi orali.Nei tre mesi e più di osservazione è stato rilevato che il microbiota orale è molto dinamico e trasmissibile, e che i batteri presenti nella bocca vengono sostituiti con maggiore frequenza di quelli intestinali. Tuttavia, afferma Segata, Università di Trento, “è stato sorprendente constatare che il microbioma orale non è molto più trasmissibile di quello intestinale. Questo dimostra – aggiunge – che la maggior parte dei nostri microbi è presente praticamente ovunque, e che lo scambio microbico è molto elevato, e che i nostri microbiomi sono plasmati più che altro dalla capacità del nostro organismo di accettare o meno la colonizzazione di questi batteri”.Un’altra scoperta importante riguarda la relazione che esiste tra microbioma orale e intestinale: analizzando altri 644 coppie di campioni i ricercatori hanno rilevato che c’è una piccola quota di specie batteriche che è presente contemporaneamente sia nella bocca che nell’intestino, ma si tratta, nella maggior parte dei casi, dello stesso ceppo batterico. Questo suggerisce che molti microrganismi intestinali abbiano origine nel cavo orale e che raggiungano il tratto gastrointestinale mediante l’ingestione della saliva. Stimando, poi, la trasmissibilità dei diversi tipi di microbi, gli scienziati hanno scoperto che quelli intestinali più trasmissibili erano associati a biomarcatori del diabete di tipo 2 e a patologie cardiometaboliche.Nella cavità orale, invece, le specie più trasmissibili includevano due microbi associati al cancro del colon-retto e a diversi patogeni opportunisti, batteri che di solito sono innocui, ma che possono causare gravi malattie nelle persone immunodepresse. “È difficile spiegare il perché di questa relazione, ma potrebbe essere un riflesso della loro capacità di resistere allo stress”, spiega ancora Heidrich. “Le stesse caratteristiche che li aiutano a sopravvivere al viaggio tra gli esseri umani, potrebbero anche consentire loro di prosperare negli stati infiammatori associati alle malattie”.In proposito, gli autori tengono a sottolineare che i risultati del loro studio non consentono di stabilire un rapporto certo causa-effetto. Tuttavia, il fatto che alcuni microrganismi associati alle malattie mostrino una particolare facilità di diffondersi, potrebbe aiutare a capire meglio l’influenza del microbioma sulla salute.Secondo i ricercatori, questi risultati potrebbero contribuire a migliorare i trattamenti del microbioma, comprese le terapie a base di probiotici e il trapianto di microbiota fecale.“Comprendere la trasmissione naturale del microbioma può fornire spunti per soluzioni di trasmissione artificiale più mirate”, aggiunge Heidrich. “Se riusciamo a identificare le caratteristiche che rendono alcuni microbi più trasmissibili di altri e i fattori che, invece, limitano la trasmissibilità dei microbi benefici – conclude – potremo utilizzare queste conoscenze per rendere i trapianti di microbiota fecale molto più efficaci”. (Rita Lena)