di Giuseppe Lai –Proseguono da oltre 40 giorni in Bolivia le proteste antigovernative che hanno indotto il presidente Rodrigo Paz a proclamare lo scorso 20 giugno lo stato di emergenza in tutto il Paese. Il provvedimento ha conferito ampi poteri alle forze armate per rimuovere i blocchi stradali che hanno messo in ginocchio l’approvvigionamento di carburante e i generi alimentari nella capitale boliviana e in altre grandi città. Il malcontento sociale è stato scatenato dalle misure di austerità introdotte dal governo conservatore per far fronte alla grave crisi socio-economica che attraversa il Paese. Tra queste, il taglio dei sussidi storici sul carburante e le riforme ad impronta neoliberista, come l’apertura agli investitori privati dei settori strategici nazionali, percepite dalle classi popolari come minaccia ai servizi pubblici essenziali. Pur non prevedendo un’esplicita privatizzazione delle imprese statali, le misure erano orientate a rafforzare il ruolo del capitale privato attraverso garanzie speciali agli investitori e a promuovere partenariati pubblico-privati nei settori energetico e infrastrutturale.Un caso, quello boliviano, non riconducibile a una situazione politica contingente, come del resto si osserva in altri Paesi sudamericani. La congiuntura economica negativa e le proteste contro il governo in carica sono piuttosto il riflesso dei limiti storici e delle contraddizioni di un modello economico che ha caratterizzato profondamente la storia del Paese. A partire dal 1531 e per i tre secoli successivi il dominio spagnolo ha reso la Bolivia un motore economico rilevante, grazie allo sfruttamento sistematico delle risorse minerarie, in particolare l’argento. L’egemonia coloniale, tuttavia, imponeva agli indigeni condizioni di lavoro molto dure, generando un malcontento diffuso in seno alle élite creole e indigene, che ha innescato numerose rivolte e una lunga guerra d’indipendenza, conclusasi nel 1825 grazie ai generali Simón Bolívar e Antonio José de Sucre. La fondazione della repubblica nel 1825 non ha segnato una discontinuità rispetto alla logica coloniale dei secoli passati, ma una sua riconfigurazione sotto nuove vesti istituzionali.Lo stato repubblicano ha incorporato forme di esclusione razziale, concentrazione del potere e subordinazione economica che hanno perpetrato quella logica, imponendola a una società a forte maggioranza indigena e perpetuando così le diseguaglianze sociali. Secondo la filosofa e saggista boliviana Rosario Aquím Chávez, ciò che oggi emerge con intensità è proprio l’esaurimento di una fase storica che ha caratterizzato il passato.L’attuale crisi economica, politica e sociale, sostiene Aquím Chávez, mette in luce i limiti di un modello economico-finanziario basato sull’estrattivismo e sulla dipendenza dai proventi derivanti dallo sfruttamento delle risorse naturali. Per quasi due decenni la Bolivia ha mantenuto una relativa stabilità macroeconomica e un controllo sociale grazie alla vendita del gas, ai sussidi statali e all’espansione dei consumi interni, che hanno permesso alle classi dirigenti di mettere in atto politiche redistributive. Tuttavia, tale schema dipendeva da una condizione eccezionale: l’esistenza di grandi risorse derivanti dall’esportazione di idrocarburi. Quel ciclo storico è giunto al termine a causa della diminuzione delle riserve di gas, del calo della produzione e della riduzione della dipendenza energetica di Paesi come il Brasile e l’Argentina, fattori che hanno limitato gli introiti di valuta estera.Come conseguenza la Bolivia si trova oggi ad affrontare una crisi di disponibilità di dollari che incide direttamente sull’importazione di carburanti e sul funzionamento generale dell’economia nazionale. Le lunghe code per accedere alla benzina, la proliferazione dei mercati paralleli di valuta estera, l’incremento del costo della vita, la carenza di beni e l’aumento dei conflitti sociali non costituiscono fenomeni isolati. Evidenziano una crisi più profonda, che la saggista definisce “crisi di riproduzione materiale dello Stato”. In altri termini è l’incapacità dell’apparato statale di sostenersi finanziariamente, procurarsi valuta estera e garantire i servizi di base alla popolazione. Dall’analisi storica e dalle riflessioni dell’intellettuale boliviana, si rendono palesi i tratti essenziali di una fase congiunturale in atto nel Paese, che non attiene unicamente al dato economico ma investe i concetti più ampi di civiltà, di comunità e di identità.La “logica coloniale”, l’eredità storica del dominio spagnolo fondata sui principi di subordinazione, di limitazione degli spazi di rappresentanza popolare e di concentrazione del potere nelle mani di imprenditori e tecnocrati, ha prevalso sul tentativo di “normalizzazione” politica, economica e sociale avviato con le riforme del nuovo corso politico di Rodrigo Paz. La narrazione che contrasta questa eredità e che alimenta le proteste popolari prescinde tuttavia dal colore politico dei governi, non è declinabile a una disputa ordinaria tra maggioranza e opposizione. Accomuna la stragrande maggioranza della società, consolidando al tempo stesso una polarizzazione che fa perno su antiche fratture storiche tuttora irrisolte: le tensioni tra indigeni e creoli, tra campagna e città, tra est e ovest, tra élite e classi popolari.La responsabilità primaria della classe politica boliviana si concretizza nell’incapacità di cogliere l’esaurimento storico del modello economico estrattivista, nella difficoltà di far fronte all’inefficienza di un apparato statale permeato da vecchie logiche coloniali e nelle risposte alle richieste legittime di giustizia sociale e dignità collettiva da parte della società. In sintesi, l’incapacità o l’assenza di volontà politica nel promuovere un nuovo modello di sviluppo.. Una debolezza politico-istituzionale che può avere riflessi negativi anche sulla dimensione internazionale del Paese, in virtù della sua posizione strategica nella disputa globale per le risorse naturali critiche.Il litio in particolare è un elemento presente in notevole quantità nel sottosuolo boliviano ed è fondamentale nei processi di transizione energetica e digitalizzazione tecnologica. Al riguardo, la competizione internazionale vede le grandi potenze, le corporazioni e i grandi gruppi industriali impegnati nel tentativo di assicurarsi un accesso privilegiato ai minerali indispensabili per l’industria tecnologica, militare ed energetica del XXI secolo. Tale strategia può condurre al consolidamento di nuove architetture di controllo geopolitico sui territori ricchi di elementi minerali strategici come la Bolivia, ponendola in una condizione di subalternità di fronte alle dinamiche estrattive globali.In altri termini il rischio è che la crisi attuale del Paese possa favorire decisioni economiche e territoriali condizionate da interessi esterni, legati proprio al controllo delle catene globali di approvvigionamento energetico e tecnologico. In questa fase storica, la Bolivia si trova ad un bivio: continuare ad accettare la logica coloniale, ampiamente sperimentata in passato, riconfigurandola e assecondando le esigenze strategiche del neo-estrattivismo e del capitalismo globale; oppure indirizzarsi verso nuove forme di sovranità territoriale e cooperativa ispirate ad una gestione non subalterna delle proprie risorse naturali. Ciò implica una sostanziale inversione del trend seguito finora dalle classi dirigenti e l’avvio di una fase nuova con precise linee di indirizzo: una diversificazione economica, che svincoli il Paese dal semplice ruolo di esportatore di materie prime; lo sviluppo di un’industria nazionale ad alto valore aggiunto, basata su processi che vanno dalla materia prima al prodotto finito; l’implementazione di maggiori tutele a favore dei lavoratori e delle imprese locali.