Negli ultimi anni il dibattito sul cambiamento climatico si è intensificato, anche grazie ai rapporti dell’IPCC, il principale organismo internazionale che sintetizza lo stato delle conoscenze scientifiche sul clima. Ma un recente lavoro analizzato dallo scienziato politico Roger Pielke Jr. solleva una questione interessante: il modo in cui queste conoscenze vengono comunicate al pubblico e ai decisori politici potrebbe essere, almeno in parte, “spostato” verso gli scenari più severi.L’analisi si basa su uno studio di Galiani e coautori, che ha cercato di capire se, lungo il processo di comunicazione scientifica, si producano distorsioni. Il punto centrale non è mettere in discussione la realtà del cambiamento climatico, ma comprendere come vengano presentati i risultati della ricerca.Per comprendere il problema, è utile ricordare che i rapporti dell’IPCC hanno diversi livelli. Ci sono documenti tecnici molto dettagliati, ricchi di dati e valutazioni, e poi le “Sintesi per i decisori politici” (Summary for Policymakers), pensate per essere più accessibili e immediatamente utili a chi deve prendere decisioni. Sono proprio queste sintesi, insieme alla loro ripresa da parte dei media, a essere state analizzate.Lo studio ha confrontato migliaia di affermazioni presenti nei documenti tecnici con le versioni riassunte e con le notizie pubblicate sui giornali. Il risultato principale è che, in media, le versioni semplificate tendono a enfatizzare gli esiti più gravi tra quelli possibili, pur rimanendo all’interno degli intervalli scientificamente accettati.Questo fenomeno viene descritto come uno “spostamento verso la severità”. Non significa inventare risultati o uscire dal consenso scientifico, ma attribuire maggiore visibilità agli scenari peggiori rispetto a quelli più moderati. Secondo gli autori, questo spostamento avviene principalmente attraverso un meccanismo semplice: quando la scienza presenta una gamma di possibili risultati, ad esempio diversi livelli di aumento del livello del mare, le sintesi e i media tendono a concentrarsi sulla parte più drammatica di quella gamma.Pielke sottolinea che questa dinamica ha implicazioni rilevanti. Se il pubblico e i decisori ricevono messaggi costantemente orientati verso gli scenari più negativi, possono svilupparsi percezioni distorte del rischio: da un lato si può generare un allarme eccessivo; dall’altro, nel lungo periodo, il pubblico potrebbe perdere fiducia qualora le previsioni percepite come più drastiche non si materializzassero.Allo stesso tempo, è importante interpretare correttamente queste conclusioni. Lo studio non afferma che l’IPCC “esageri” nel senso di diffondere informazioni false o non scientifiche. Piuttosto, evidenzia una tendenza nella comunicazione: tra le diverse possibilità offerte dalla scienza, vengono privilegiate quelle più preoccupanti.Leggi anche: La climatologa sragiona: il caldo colpa di sessismo e razzismoSinner perde? Delirio Fazio: dà la colpa ai negazionisti del climaIl significato più ampio di questo lavoro riguarda quindi il rapporto tra scienza, comunicazione e politica. Tradurre risultati scientifici complessi in messaggi sintetici è inevitabilmente un processo di selezione. Tuttavia, anche piccole scelte — come quale numero evidenziare o quale scenario citare — possono influenzare profondamente la percezione pubblica.In definitiva, il messaggio che emerge non è di sfiducia nella scienza del clima, bensì di attenzione alla sua comunicazione. Una comunicazione equilibrata dovrebbe presentare l’intera gamma delle incertezze e delle possibilità, permettendo a cittadini e decisori di comprendere non solo i rischi più gravi, ma anche la loro probabilità e il contesto complessivo.Gianluca Alimonti, 25 giugno 2026L'articolo Ondata di caldo, uno studio rivela il lato oscuro del terrorismo climatico proviene da Nicolaporro.it.