Vannacci non nasce per caso, e non cresce a ritmi vertiginosi per qualche disegno oscuro ed eterodiretto. Il generale intercetta una domanda concreta ed esistente: la paura di perdere la propria identità quando un territorio, fisico e culturale, viene percepito come occupato.È accaduto in Olanda, in Belgio, nella civilissima e socialistissima Svezia, che della politica multiculturale fece una bandiera fin dal 1975. La paura aumenta con il crescere della pressione migratoria, che si addensa in enclave dove, il futuro novello elettore si scopre straniero nel proprio quartiere, costretto a una vigilanza mai sperimentata prima o a modificare i propri usi e le proprie abitudini.Abbozzare, tollerare o peggio giustificare i comportamenti predatori e violenti non rientra nell’indole di chi viveva la propria città come uno spazio conosciuto e familiare. Chiunque sia dotato di raziocinio percepisce il mutamento del tessuto sociale: il commercio al dettaglio cambia merci e linguaggio per servire bisogni nuovi insediatisi in città a una velocità impensabile.Chi conosce un residente a Modena, a Massa, a Piacenza, a Brescia, a Genova, a Torino, a Parma, a Catania ha sicuramente ascoltato storie emblematiche che raccontano di un clima dove il timore per un cambiamento non governato efficacemente, si è già diffuso a macchia d’olio. Chi vive a Milano ha avuto il privilegio di conoscerlo anzitempo: i residenti stranieri hanno toccato il 21,4%, secondi solo a Prato, ormai una provincia cinese a tutti gli effetti, con il suo 25% di abitanti stranieri. I numeri ufficiali, peraltro, fotografano solo l’anagrafe: resta fuori la componente clandestina (la Fondazione ISMU la stima oggi attorno alle 339mila unità).Quote che si concentrano in poche aree urbane e sfuggono alla percezione amministrativa. Con la denatalità che ci caratterizza, il fenomeno è destinato a crescere, e con esso il bacino di elettori molto sensibili al problema che è già, per molti versi, prioritario. Nulla possono perorazioni e prediche che promuovono integrazione e tolleranza, comprensione e giustificazione, quando ci si scontra con l’esperienza quotidiana. Quando tua figlia torna da scuola lamentando di non riuscire a giocare con nessuno, perché i suoi diciotto compagni di classe parlano un’altra lingua e la tengono a distanza, è allora che si comincia interrogarsi: «Che scuola pubblica stiamo mai costruendo?»L’episodio mi è stato riferito da un giovane padre, di insospettabilissima estrazione, con una bambina in seconda elementare in una scuola di periferia milanese. Tengo a sottolineare che di Vannacci non mi piace nulla. Mi sento alieno al suo modo di intendere il mondo, alla sua visione tetragona in tema di diritti civili, di sessualità, di socialità e soprattutto dalla sua imbarazzante e vergognosa simpatia per il tiranno guerrafondaio russo.Leggi anche: Sinistra nel panico: miss Afd è la politica più amata di GermaniaApologia VannacciMa io non sono statisticamente rilevante, e quanti lo sottovalutano offrendogli interviste per gonfiare l’audience stanno rendendo un pessimo servizio al paese. C’è un vuoto di iniziative efficaci per contrastare la paura montante, e i vuoti vengono sempre colmati da chi li interpreta e propone soluzioni, quasi sempre fallaci, con l’unico pregio di risultare credibili. Bugie ben raccontate, che non risolvono nulla. Chi vorrà disinnescare l’ordigno Vannacci dovrà porsi il problema in termini seri, e affrontarlo con l’energia necessaria, sporcandosi le manine e questo vale per entrambi gli schieramenti, se vorranno avere qualche chance di affermarsi alle elezioni imminenti (manca meno di un anno).Diversamente, potremmo ritrovarci nella ingovernabilità più assoluta e una AfD in versione italiota, con l’aggravante di essere guidata da un generale a garanzia di un cogente dispotismo in pectore.Giulio GalettiL'articolo Vannacci non è il problema: è il segnale di una cosa che nessuno vuole vedere proviene da Nicolaporro.it.