Per alcuni accademici il problema è che il prezzo delle quote di emissione europee sarebbe troppo basso. Per le imprese che ogni giorno devono fare i conti con bollette energetiche fuori controllo, margini compressi e concorrenza globale sempre più aggressiva, il problema è esattamente l’opposto, e questa distanza di prospettiva racconta meglio di ogni altra cosa lo stato di salute del dibattito sulla transizione energetica europea.L’intervento pubblicato su Repubblica da Lorenzo Gambini e Giancarlo Giudici, della School of Management del Politecnico di Milano, offre una fotografia esemplare di questa distanza. I due docenti sostengono che l’attuale prezzo dell’ETS, attorno agli 80 euro per tonnellata di CO2, sarebbe insufficiente a guidare la transizione energetica, e che il valore corretto dovrebbe collocarsi fra i 100 e i 110 euro. Una tesi che presuppone un’idea molto precisa di come funzioni l’economia: quella secondo cui esisterebbe un “prezzo giusto”, stabilibile a tavolino da tecnocrati, regolatori e modelli matematici. Peccato che il mercato, come spesso accade quando si parte da assiomi ideologici, stia dicendo qualcosa di diverso.Il prezzo della CO2 non lo decidono i professoriSecondo i ricercatori del Politecnico, un ETS più costoso sarebbe necessario per rendere economicamente conveniente l’adozione dell’idrogeno verde e accelerare la decarbonizzazione dell’industria europea. Il ragionamento appare però viziato da un presupposto piuttosto discutibile, ovvero che il mercato stia sbagliando e debba quindi essere corretto dall’alto. Se oggi le quote ETS vengono scambiate intorno agli 80 euro, non è perché gli operatori finanziari o le imprese non abbiano compreso gli obiettivi climatici europei: è perché il mercato incorpora aspettative reali su crescita economica, investimenti, competitività e sostenibilità industriale, variabili che nessun comitato di esperti può sostituire per decreto.Quando i due docenti scrivono che il prezzo attuale si trova nella fascia inferiore di quella compatibile con la transizione, ammettono implicitamente che gli investitori non credono fino in fondo alla traiettoria disegnata da Bruxelles. La conclusione logica, tuttavia, non dovrebbe essere quella di alzare artificialmente il prezzo della CO2, bensì interrogarsi sulla sostenibilità economica degli obiettivi fissati dalla politica. In altre parole, se il mercato continua a non prezzare i 110 euro auspicati dagli accademici, forse non è il mercato a sbagliare.L’idrogeno verde come nuova pianificazione industrialeNel loro intervento gli studiosi indicano nell’idrogeno verde la tecnologia chiave per sostituire i combustibili fossili nei processi industriali più difficili da elettrificare, i cosiddetti settori “hard-to-abate”. Eppure gli stessi autori riconoscono che l’attuale produzione elettrica da fonti rinnovabili non è sufficiente a soddisfare tutti i fabbisogni industriali. È esattamente qui che emerge il paradosso del loro ragionamento.L’idrogeno verde resta oggi una tecnologia costosa, inefficiente e priva di infrastrutture su larga scala. Pretendere di renderla competitiva non grazie a progressi tecnologici reali, ma attraverso un rincaro artificiale del costo delle alternative, significa scaricare sulle imprese il prezzo di una scommessa politica. L’obiettivo smette di essere produrre meglio e a costi inferiori, e diventa costringere il sistema produttivo a comportarsi secondo uno schema prestabilito da Bruxelles. Una logica che ricorda più la pianificazione economica di stampo sovietico che il funzionamento di un’economia di mercato.ETS: da meccanismo di mercato a tassa finanziarizzataI sostenitori dell’ETS continuano a presentarlo come uno strumento di mercato, ma la realtà è molto più complessa. Oggi circa il 60% degli scambi delle quote di emissione coinvolge fondi d’investimento, banche e operatori finanziari: le quote ETS sono diventate una vera asset class e vengono trattate come qualsiasi altro strumento speculativo, complice anche la loro classificazione come strumenti finanziari ai sensi della direttiva Mifid II dal 2018.È la stessa critica avanzata da tempo dal presidente di Confindustria Brescia, Paolo Streparava, secondo cui il sistema si è progressivamente trasformato in «un segnale che va nella giusta direzione» solo nelle intenzioni, mentre nei fatti è diventato un meccanismo finanziario che genera costi crescenti per le imprese senza produrre benefici ambientali proporzionati. Nel frattempo Bruxelles continua a ridurre il numero di quote disponibili: il tasso annuale di riduzione del cap è passato dal 2,2% al 4,3%, e salirà al 4,4% dal 2028. Meno quote disponibili significa inevitabilmente prezzi più alti e costi maggiori per l’industria. Definire tutto questo un libero mercato richiede una certa dose di fantasia.Leggi anche:Follie green: nel 2028 stangata su carburanti e bollette con gli ETSEnergia verde, conti in rosso: produciamo meno, pagando il doppioLa follia green dell’Ue è un attacco all’industriaCBAM, il boomerang che colpisce la manifattura europeaA complicare ulteriormente il quadro c’è il CBAM, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere. Nelle intenzioni della Commissione dovrebbe impedire la delocalizzazione delle emissioni verso Paesi con regole ambientali meno severe, ma nella pratica rischia di produrre l’effetto opposto. Limitandosi a colpire le materie prime e i semilavorati importati, il CBAM fa schizzare i costi di approvvigionamento dell’industria manifatturiera europea a valle, quella della meccanica e dell’automotive, lasciando campo libero ai competitor esteri che producono i beni finiti senza questi vincoli e con costi energetici molto più bassi.Il risultato è che un produttore europeo di componentistica o di automotive si trova a sostenere costi crescenti lungo tutta la filiera, mentre i concorrenti statunitensi o cinesi continuano a beneficiare di energia più economica e di vincoli normativi assai meno stringenti. Uno scudo, insomma, che protegge tutto tranne chi dovrebbe difendere.L’industria europea rallenta, non acceleraMentre il dibattito accademico discute di come portare l’ETS a 110 euro, l’economia reale manda segnali molto diversi. L’Eurozona continua a registrare tassi di crescita estremamente modesti, con proiezioni del Pil per il 2026 attorno a un debole +1,1%, in frenata rispetto al già fragile +1,4% del 2025. La Germania, tradizionale locomotiva industriale del continente, resta ferma poco sopra lo zero dopo la recessione del biennio precedente, schiacciata dal collasso del suo modello energetico a basso costo.Anche l’Italia si muove lungo un sentiero di crescita debole: le stime del Centro Studi Confindustria e dell’Istat parlano di un Pil fermo a un misero +0,5%/+0,6%, livello che costringe gli analisti a continui tagli delle previsioni. A questo si aggiunge il dato sulla produzione industriale, in territorio negativo proprio nei comparti strategici ad alta intensità energetica: chimica, metallurgia di base e automotive vivono una fase di pesante stagnazione, non a caso gli stessi settori più esposti ai vincoli sulle emissioni e alle scadenze ideologiche sui motori termici.Chiedere in questo contesto un ulteriore aumento dei costi ETS significa ignorare il problema reale delle imprese europee, che oggi non è acquistare elettrolizzatori per produrre idrogeno verde, ma evitare che intere filiere produttive vengano spostate fuori dall’Europa.La desertificazione industriale dietro la retorica della transizioneI numeri raccontano una storia difficile da ignorare. Tra il 2013 e il 2024 il numero delle installazioni manifatturiere europee soggette all’ETS è sceso da 6.391 a 5.457 unità, con una riduzione del 14,6%. Non tutta questa contrazione può essere attribuita esclusivamente al sistema ETS, ma è difficile sostenere che il complesso di regolazioni, vincoli e costi introdotto dal Green Deal non abbia contribuito a rendere meno competitivo il tessuto produttivo europeo. Non è transizione: è desertificazione industriale.A questo si aggiunge un’asimmetria che colpisce in modo particolare il nostro Paese. I parametri (benchmark) UE per l’assegnazione delle quote gratuite sono identici per tutti gli Stati membri e non tengono conto dei diversi mix energetici nazionali: un impianto identico può avere un’impronta carbonica diversa per ragioni del tutto indipendenti dalla propria efficienza. Il risultato è che i Paesi con abbondanza di idroelettrico premiano i propri impianti più della media, mentre l’Italia resta strutturalmente penalizzata: la quota di impianti nella fascia più performante dell’ETS è del 68% in Finlandia e del 57% in Svezia, contro appena il 25% in Italia.Competitività contro pianificazioneIl punto centrale non è stabilire se la CO2 debba costare 80 o 110 euro. Il vero nodo è un altro: si può guidare una trasformazione industriale complessa attraverso segnali di prezzo manipolati artificialmente, in un contesto globale in cui la concorrenza non gioca secondo le stesse regole? Da un lato c’è l’idea che si possa progettare la transizione dall’alto, dall’altro un sistema produttivo che risponde a incentivi reali, non a modelli teorici elaborati nelle aule universitarie.La vera sfida economica e geopolitica contro giganti come Stati Uniti e Cina non si vince trasformando l’Unione Europea in un laboratorio di esperimenti sociali gestito da professori e burocrati che non hanno mai visto l’interno di una fabbrica. Si vince liberando le forze produttive: un mix energetico abbondante, sicuro e a basso costo, che non escluda a priori nessuna fonte purché competitiva sul mercato, dal nucleare alla manifattura di base, senza bandi ideologici né scommesse tecnologiche pagate dalle imprese. Se il prezzo della CO2 resta sotto le soglie indicate dai modelli accademici, non è necessariamente un problema di mercato inefficiente. Potrebbe essere, più semplicemente, il segnale che quei modelli non descrivono la realtà industriale europea.Enrico Foscarini, 22 giugno 2026L'articolo ETS: il prezzo della CO2 boccia la transizione forzosa di Bruxelles proviene da Nicolaporro.it.