Le parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, pronunciate in un’intervista sulla Costituzione al canale Geopop su Youtube, hanno riaperto una ferita mai rimarginata nel dibattito pubblico italiano. Il capo dello Stato ha lanciato un duro monito contro le dinamiche dell’economia contemporanea, sottolineando che “oggi si manifesta un rischio nuovo, quello che a livello globale si realizzi una società in cui la ricchezza si concentra in poche centinaia di mani e dall’altra parte tanti milioni di persone che dipendono dagli interessi commerciali di questi grandi soggetti finanziari“. Secondo il presidente, una simile deriva rappresenterebbe una visione della società che negherebbe il valore libero e autonomo del lavoro, inteso invece dalla Carta come veicolo di benessere e di pieno sviluppo della persona umana.L’affondo del Quirinale si è poi concentrato sulla natura stessa del dettato costituzionale, offrendo un’interpretazione che storicamente appartiene a una precisa e ben identificabile area culturale. Il Presidente ha infatti spiegato che “l’articolo uno non invita a vivere per lavorare. Al contrario, quella è la condizione che la Costituzione ha rimosso e ha escluso, quella di ceti sociali destinati a dover soltanto lavorare duramente a beneficio di altri chiamati a vita privilegiata”. Ricordando i lavori dell’Assemblea Costituente, Mattarella ha ribadito che “dicendo che la Repubblica è fondata sul lavoro si esclude che essa possa fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui”.La radice ideologica del cattolicesimo socialeDietro la felpata grammatica istituzionale del capo dello Stato, i lettori più attenti non hanno faticato a scorgere i tratti somatici di una precisa visione del mondo. Non si tratta di una fulminea folgorazione, ma della coerente emersione della cultura politica di provenienza di Sergio Mattarella, quella sinistra democristiana che, fin dai tempi del Codice di Camaldoli del 1943, ha sempre guardato con profonda diffidenza alle dinamiche del libero mercato e del capitalismo liberale. Questa impostazione, spesso definita dai critici come una forma di cattocomunismo o socialcomunismo mascherato da moderatismo, condivide con la sinistra marxista l’idea che la ricchezza privata sia intrinsecamente sospetta e che lo Stato debba intervenire massicciamente per correggerne la distribuzione.Questo retroterra ideologico spiega perché il Quirinale scelga proprio questo momento storico per legittimare, sul piano morale e costituzionale, la narrazione della redistribuzione a ogni costo. Anche senza citare esplicitamente strumenti tecnici invasivi, l’insistenza del Presidente sulla condanna della ricchezza concentrata finisce per offrire una formidabile sponda politica a chi, nella sinistra radicale e sindacale, invoca da mesi un nuovo assalto fiscale ai patrimoni e ai redditi più elevati. Per un capo dello Stato che ha fatto della difesa dello Stato sociale la stella polare della sua giurisprudenza, anche ai tempi della Corte Costituzionale, il mercato resta un pericolo da regolamentare e la tassazione un virtuoso strumento di giustizia.L’illusione della redistribuzioneIl tempismo delle dichiarazioni presidenziali si inserisce perfettamente nel solco delle recenti proposte della segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, e del leader della Cgil, Maurizio Landini, entrambi impegnati nel rilancio di una patrimoniale europea e nazionale sui cosiddetti miliardari. Il presupposto ideologico di questa santa alleanza tra Quirinale, Nazareno e sindacato è sempre lo stesso, ovvero che l’Italia sia un Paese piegato da disuguaglianze crescenti dove i ricchi diventano sistematicamente più ricchi a danno del ceto lavoratore. Si tratta però di una narrazione smentita dai dati fiscali reali pubblicati dal Dipartimento delle Finanze, i quali dimostrano come il vero problema del sistema italiano non sia l’assenza di redistribuzione, bensì il suo drammatico eccesso.Le dichiarazioni Irpef più recenti evidenziano che la base imponibile è in crescita e che milioni di contribuenti si stanno faticosamente spostando verso le fasce di reddito medio-alte, con la zona tra i 29 e i 55mila euro che ha registrato l’innesto di oltre cinque milioni di cittadini. Al contempo, il carico del welfare statale grava su una platea sempre più ristretta di contribuenti, mentre chi dichiara le cifre più basse beneficia di una galassia ipertrofica di bonus, esenzioni e sussidi. Continuare a invocare la progressività esasperata o la tassazione della ricchezza significa ignorare che i grandi patrimoni sono mobili e che la storia economica dimostra come ogni tentativo di colpirli si traduca in una fuga di capitali e in un impoverimento strutturale della nazione. Quando il Quirinale benedice implicitamente la logica del prelievo punitivo, dimentica che l’unica vera liberazione dal bisogno non nasce dai sussidi di Stato, ma dalla ricchezza prodotta dal libero mercato.Enrico Foscarini, 25 giugno 2026L'articolo Mattarella “benedice” le tasse proviene da Nicolaporro.it.