Il grande cantautore milanese Enzo Jannacci, morto nel 2013 a 77 anni, era noto per la sua sensibilità verso i cosiddetti “ultimi”. Molte sue canzoni, infatti, lasciano traccia di una profonda vicinanza nei confronti di figure umane marginali, o comunque sole, che egli non descriveva mai in maniera pietistica, ma sempre mostrandone la reale umanità, senza addolcirla. Ne escono ritratti, come quello del protagonista di Per un basin, che, insieme, fanno sorridere e commuovere. Si tratta di una capacità che, come già Platone sottolineava, soltanto i maggiori artisti possiedono. La vita umana, infatti, non si compone solo di tratti comici, ordinari, ma anche tragici, che solo gli autori più completi sanno elaborare insieme.Non è mia intenzione svolgere una disquisizione dotta su tutto il repertorio di Jannacci, per individuare quando la specificità dei personaggi delle sue canzoni poteva sconfinare nella disabilità. Mi soffermerò solo su due brani famosissimi, nei quali mi pare chiaramente emergere la difficoltà di adattamento delle due figure principali rappresentate. Si tratta di Vengo anch’io no tu no, e di El purtava i scarp del tennis, nella speranza di potere in futuro approfondire l’intera “filosofia” del Nostro con qualche associazione che, tuttora, fa riferimento alla sua opera.In merito, in ogni caso, alla prima canzone, ricordo che, quando ero piccolo, veniva spesso trasmessa alla radio. Vengo anch’io no tu no era generalmente considerata un motivetto allegro, rappresentando il quale Jannacci, nelle sue esibizioni televisive, sempre piuttosto “strane” (come appunto si considerava lui, che pure era anche medico), si presentava al pubblico come una “macchietta”. Quella canzone, tuttavia, a me non faceva ridere, sebbene allora non capissi bene perché. Solo negli anni, dopo avere conosciuto Andrea Pedrinelli, un importante critico musicale autore di un libro sull’opera del cantautore milanese, sono venuto a conoscenza di una intervista di Jannacci, in cui lui diceva, sostanzialmente, queste parole: “Quello lì, quello che chiedeva sempre se poteva andare anche lui, con gli altri, allo zoo comunale, o con la bella sottobraccio a parlare d’amore, e che domandava perché non lo facevano mai andare, ero io. Nessuno infatti, quando ero ragazzino, mi voleva insieme, perché ero brutto, strano e povero”.Avevo scoperto, in questo modo, il motivo per cui quella canzone un po’ mi rattristava: partendo da sé stesso – ma senza farlo emergere, per attribuire al brano maggiore universalità –, Jannacci si immedesimava con le persone escluse, le quali trascorrono la giovinezza, e spesso l’intera vita, senza amici. Allora come oggi, i soggetti con disabilità, soprattutto intellettiva, vengono in maniera analoga emarginati dai coetanei. Bisogna essere un papà, o una mamma, per capire bene cosa significa “vedere di nascosto l’effetto che fa”, sui propri figli, sentirsi dire sempre di no, ossia che loro non possono andare con gli altri, “perché no”.Il grande capolavoro del Nostro fu, tuttavia, El purtava i scarp del tennis. Si tratta, anche in questo caso, della storia di una persona esclusa, un barbone, che indossava, probabilmente, l’unico paio di scarpe che era riuscito a reperire, o che qualcuno gli aveva dato. L’identità di quella persona, tuttavia, non si riduceva per il Nostro a quelle scarpe fuori contesto, come egli racconta appunto in maniera poetica, col suo stile insieme ironico e commovente. Mi si conceda allora qualche parola su questa canzone, che potrebbe a mio avviso essere inserita in una storia della letteratura contemporanea.Innanzitutto, i primi versi: “Scusatemi, ma io voglio raccontare…”. A differenza di Omero, che narrava le gesta di eroi e divinità, e che per questo non si scusava col pubblico, invocando anzi la vicinanza delle Muse, Jannacci si scusa, in quanto l’oggetto del suo canto erano i poveri, gli emarginati, i barboni, coloro che la società capitalistica nemmeno vuole vedere, per il fastidio che provoca la loro stessa presenza.Più precisamente, che cosa vuole raccontare Jannacci? Vuole raccontare “di un suo amico”. Qui sta la grandezza del Nostro: questo barbone non era infatti solo un disadattato, verso il quale al più mostrare compassione, ma una persona nei cui confronti era possibile anche sentire amicizia, dato che si era ambedue esseri umani (il barbone, inoltre, “aveva due occhi da buono”), con molto da condividere, forse lo stesso disagio esistenziale, pur manifestato in forme differenti. Ed ancora: che cosa faceva questo suo amico? Jannacci dice che, essendo senza casa, era andato in una roggia “a fare il bagno, sullo stradone per andare all’Idroscalo”, luogo che, come sanno i milanesi, non è sicuramente centrale. Queste persone, infatti, pur non avendo colpe, si vergognano di solito della loro vita, per cui tendono a defilarsi, a non disturbare, ad auto emarginarsi.Ma c’è di più. Quando ripercorre lo stradone, pur essendo stato trattato male da un automobilista, il barbone non se la prende, dato che incrocia con lo sguardo il suo “grande amore, roba minima” – dice lui –, “roba da barboni”. A lei, però, non è in grado di dire nulla, per timidezza, ossia in quanto l’amore, soprattutto se molto desiderato, lascia davvero senza parole. Questo uomo, che solitamente “parlava da solo”, forse per una forma psicotica, o appunto in quanto sempre solo, rincorreva infatti “da tempo un bel sogno d’amore”, ovvero, come ogni essere umano, cercava innanzitutto una persona, meglio se amata, ma anche solo amica, con cui condividere qualche brandello di vita.Colpisce, alla fine del brano, la solitudine, nonché l’indifferenza generale, in cui muore questo barbone, che rimanda molto, per analogia, alla solitudine e all’indifferenza in cui sono lasciate vivere anche oggi molte persone con disabilità, soprattutto quando le famiglie non possono più prendersi cura di loro. Ciò peraltro, prima o poi, accade sempre, costituendo per quei genitori, che non possono nemmeno morire tranquilli, una delle maggiori fonti di sofferenza. Ecco, nelle ultime parole del testo, come Jannacci descrive il ritrovamento del corpo del suo amico, che per il mondo non contava nulla, ma per lui sì: “L’hanno trovato, sotto un mucchio di cartone, che a guardare, pareva nessuno. L’hanno toccato, ma sembrava che dormisse. Lascia stare, è tutta roba da barboni”.luca.grecchi@unimib.it